
Io la chiamo – perché voglio – emozione.
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No. Ma che cosa ti credi? Lavora, sei alle dipendenze, mica al bar! Un utile approfondimento si trova oggi sul Sole 24 Ore in due articoli: “Troppo Facebook il posto è a rischio” e “Decalogo dei giudici per chi usa Facebook in ufficio (e non rischiare di perdere il posto)“. Questo il punto chiave:
Si tratta di tempo impiegato in un’attività extralavorativa durante l’orario di lavoro e quindi sottratto alla prestazione contrattualmente dovuta al datore di lavoro. È stata coniata al riguardo l’espressione “assenteismo virtuale”.
Non c’è scritto, ma sono certo che la stessa cosa valga per Twitter & Co. Interessanti anche alcune note a margine: chi fa selezione per conto delle aziende non potrebbe cercare informazioni riservate o dati sensisbili attraverso Facebook per giudicare i candidati, sarebbe perseguibile penalmente per violazione dello Statuto dei Lavoratori. Tze, campa cavallo.
Per i governi di Destra la riforma degli ammortizzatori sociali è l’equivalente della normativa sul conflitto di interessi per i governi di Sinistra. Una palla colossale, mai attuata e sempre promessa. Qualcosa di imbarazzante per la politica, con la differenza, per Sacconi & Co., che non essendoci di mezzo Berlusconi come per le questioni irrisolte della sinistra, uno se la dimentica in fretta. E non serve rificcarla ogni tanto in qualche provvedimento, come nell’ultimo Collegato Lavoro. Non vedrà mai la luce e se non fossi contrario alla finanziarizzazione dell’economia, sarebbe utile un bel derivato (un future) da quotare in Borsa, emesso dal governo e comprato dai cittadini, che così ci rifaremmo delle palle raccontate negli ultimi 20 anni e per i prossimi.
E’ talmente evidente come questione che c’è arrivato anche il PD, nel suo ultimo documento di qualche giorno fa “EUROPA – ITALIA Progetto alternativo per la crescita” (.PDF in download), dove si legge (pag. 47):
Il processo di deregolamentazione del mercato del lavoro non è stato accompagnato da riforme degli istituti del welfare che compensassero i maggiori rischi di instabilità della relazione lavorativa fronteggiati da parte della forza lavoro. Al contrario, da una parte, al di là del sempre più frequente ricorso a interventi in deroga (anche prima della crisi), non si sono realizzate quelle riforme organiche del sistema degli ammortizzatori sociali che venivano considerate necessarie, dall’altra, per ridurre il costo del lavoro, alle nuove forme contrattuali (specialmente ai parasubordinati) sono state garantite tutele del welfare ridotte o nulle. Sembra dunque essersi realizzato un evidente risk shift, dato che si sono scaricati su alcuni gruppi di individui (in primis i più giovani) – anziché sulla collettività – i rischi derivanti dalla richiesta di maggiore flessibilità (se non di semplice riduzione degli oneri sociali) da parte del settore produttivo.
La stessa riforma del sistema pensionistico e l’ingresso nel meccanismo contributivo ha creato disparità evidenti. Il PD purtroppo si ferma al lavoro parasubordinato e non cita neppure in mezza riga la questione degli indipendenti e freelance, che ricadono in entrambe le questioni: assenza di tutele del welfare state e fortissima esposizione ai rischi del contributivo.
I rimedi? Per il PD è quello di alzare la aliquote contributive dei Co.co.pro (hanno smesso di immaginare l’equivalente innalzamento anche per le Partite IVA, in passato avanzato da Treu e altri…); fissare minimi retributivi e una specie di TFR per i contratti flessibili (per abbassane il rischio da parte dei collaboratori). Tutte cose positive, ma quando si tratta di approcciare la questione della Riforma degli ammortizzatori sociali, il PD ripesca sostanzialmente la Proposta CGIL (.PDF in download) pubblicata sul sito IRES, che uniforma CIG e Mobilità ed estende questi istituti a nuovi lavoratori a termine, ma sempre dipendenti, chiamando questa operazione “universalizzazione” degli ammortizzatori. Un passo avanti nel Welfare state, ma uno indietro nell’onestà sindacale/politica e nell’uso della lingua italiana. Proposta dunque monodirezionale, che esclude ancora una volta il mondo del lavoro professionale autonomo. Altro che universale! Un’idea simile era già stata ventilata dal centrodestra con quella bufala chiamata “Bozza di nuovo Statuto dei Lavori“. Mentre per tappare le falle del sistema contributivo la sinistra sostiene (senza citare i nomi) la proposta Cazzola-Treu di riforma del sistema pensionistico, parcheggiata alla Camera da anni, che non è stata calendarizzata in alcuna discussione parlamentare, sebbene sia portata avanti da un deputato PDL (Giuliano Cazzola, appunto).
In definitiva, proposte e realtà continuano la loro costante divaricazione e la distanza che mette i freelance ai margini dello stato sociale aumenta ogni giorni che passa, viene nascosta sottotraccia da ogni analisi teorica, rimossa dalle valutazioni dei sindacati e di ogni schieramento politico, senza distinzioni. Tu ti becchi il rischio generale e specifico, nella vita di ogni giorno, in cambio di una sequela infinita di promesse e proposte (ma qual è la reale differenza?). In realtà, “ammortizzatore sociale” è oggi unicamente la santa pazienza che non fa incazzare i lavoratori senza welfare: andrebbe scritto nelle premesse ai prossimi Disegni di Legge da non realizzare.
Chissà che cosa pensa il sindacato dei grandi industriali di posizioni universalistiche di protezione del cittadino lavoratore, una categoria a dismisura più ampia di quella che lavora nelle aziende con più di 15 dipendenti, se già quella alle piccole imprese viene considerata “eccessiva”…
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Alla fine il Wisconin deve piegarsi alla politica dei Tea Party. Il Senato firma il Repair Bill (.PDF). Il risultato?
Under current law, municipal employees have the right to collectively bargain over wages, hours, and conditions of employment under the Municipal Employment Relations Act (MERA), and state employees have the right to collectively bargain over wages, hours, and conditions of employment under the State Employment Labor Relations Act (SELRA). This bill changes MERA and SELRA with respect to all employees except employees who are certain protective occupation participants under the Wisconsin Retirement System or under a county or city retirement system (public safety employees).
Che significa, senza troppi giri di parole, che per fare fronte al debito pubblico i lavoratori perderanno diritti, primo tra questi quello di negoziare. Primo passo per non poter dir nulla quando taglieranno costi di ogni genere (previdenza, occupazione, protezioni sociali). Se finora la finanziarizzazione dell’economia e la conseguente crisi economica hanno intaccato il lavoro, ora entriamo nell’epoca in cui intaccano il diritto del lavoro.
Un inedito Re che spara a zero contro Tea Party, repubblicani, Ronald Reagan e tiene un improvvisato comizio in difesa di lavoratori, insegnanti, veterani e pompieri, tirando qualche stoccata pure all’amministrazione Obama… (e diamine, nel Maine paga soltanto il 28% di tasse !).
Tu accendi il PC (login + password) in azienda poi lo fai usare ad altri, non autorizzati. Sei in banca, per esempio, e viene fuori un casino… Che cosa succede? Semplice, perdi il posto. Il tuo licenziamento è legittimo, lo dice la Corte di Cassazione (Ordinanza n. 205627 gennaio 2011). Se “soggetti terzi” usano una postazione informatica a sessione avviata con tue credenziali il motivo soggettivo per mandarti via esiste.
P.S. Ricordatelo.
Sono quasi cento anni che esiste, l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria fu istituita nel 1919, poi aggiustata nel 1936 con la Legge 1155. A partire dal 1988 l’indennità venne calcolata in percentuale sulla retribuzione (7,5%) poi il tasso di sostituzione è stato ripetutamente modificato (15% nel 1991; 25% nel 1993; 27% nel 1994; 30% nel 1996; 40% nel 2001; 50% nel 2005; 60% nel 2008). La platea di chi beneficia di questa protezione non è mai cambiata e corrisponde in sostanza al lavoratore standard (con eccezione degli apprendisti, in deroga però dal 2009) che rispetta due requisiti: 2 anni di assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione e 52 settimane di contribuzione nel biennio precedente lo stato di disoccupazione.
Se un lavoratore non è dipendente a tempo indeterminato, ma ha comunque versato contributi di eguale entità, niente. Zero sussidi. Per la mobilità il cerchio si restringe ulteriormente, non essendo prevista per somministrati, contratti di inserimento, apprendisti, e tutto il lavoro temporaneo. Per freelance e indipendenti, manco un biglietto pagato per fare il giro sulla giostra. Se non riesci a produrre reddito, arrangiati, affari tuoi.
La UIL ha dichiarato, analizzando le Comunicazioni Obbligatorie degli ultimi due anni (2008-2010), che il 73% dei posti attivati sono lavori a termine. Ora è sempre più chiaro come il Welfare del nostro Paese segua questa tendenza evolutiva: più garanzie ai garantiti, allo sbaraglio gli altri (che aumentano anche di numero) e per tutelare i primi è necessario allargare le maglie della flessibilità. E’ un accordo quadro sindacale a livello nazionale che nessuno avrà mai il coraggio di dichiarare, ma che a mio avviso esiste ed è a fondamento del Patto del ’93.
Oggi ne paghiamo le conseguenze. Mentre nel sistema europeo si cerca di allargare le potezioni dello Stato Sociale (si pensi al progetto tedesco associato all’Hartz IV, par alcuni versi fallimentare, ma pur sempre un tentativo) in Italia si restringono i margini del sostegno al reddito. La Fondazione De Benedetti (Tito Boeri & Co.) ha calcolato che il 43% degli italiani quando si parla di sussidio di disoccupazione, nel caso dovesse accadere di rimanere senza lavoro, si prenderebbe un calcio in culo.
P.S: Se interessa approfondire il tema dei sussidi per la disoccupazione si legga questo bel rapporto costruito da Veneto Lavoro: “Chi percepisce l’indennità di disoccupazione? Tassi di copertura e selettività dei requisiti richiesti” (.PDF)
Per mantenere vivo il rapporto di lavoro dipendente nelle aziende in crisi interviene la Cassa Integrazione. Fin qui è cosa nota. Ma chi ci mette i soldi? Vale la pena di ricordarlo, soprattutto ai freelance senza lavoro, ai disoccupati e comunque in generale a chi sta per un verso o per l’altro fuori dalle imprese.
La Cassa Integrazione in deroga è per il 70% a carico della fiscalità generale, per il 30% a carico delle risorse regionali a valere sul PON-FSE, finalizzate a finanziare le politiche attive.