Il vero killer del Giglio è l’idiozia della movida

Sergio Bologna torna sulla vicenda della Costa Concordia, dopo l’articolo “Costa Concordia, la movida galleggiante“, riportato sul sito della Furia dei Cervelli, rincarando la dose. Si legge in questa seconda parte:

La cosa pazzesca di quel che è accaduto è la futilità dei motivi che conducono a quel cambiamento di rotta, a quella assunzione di un rischio, per quanto limitato esso sia. Noi siamo abituati al rischio, ci viviamo dentro in mille modi, ma ci hanno sempre detto che il rischio è il prezzo da pagare alla modernità, alla tecnologia, al progresso. E’ il prezzo per un vantaggio, per quanto illusorio esso sia […].  Ma in quale scala del rischio si colloca l’idiozia di creare una momentanea attrazione portando un mostro da 80 mila tonnellate rasente la costa? Questo è quello che ho definito la cultura della “movida”. E’ una mentalità diventata costume, un modo di pensare che accomuna crocieristi (per primi), compagnie marittime, assicurazioni, tour operator, autorità di regolazione e controllo, giornali, tv, la gente. Un qualcosa che rappresenta evidentemente un valore più alto della sicurezza, della tecnologia, delle leggi del mare, della professionalità. Il vero killer del Giglio è questa idiozia della “movida”. 

Leggi l’articolo per intero:

Leggi tuttoIl vero killer del Giglio è l’idiozia della movida

Meeting Sara

Forse mi sbaglio, ma credo che le poche ore passate insieme a Sara Horowitz della Freelancers Union ospiti di Sergio Bologna a Milano rappresentino un momento importante, forse storico, per il dialogo tra il mondo dei freelance italiani e quelli americani. Tra le api (simbolo della FU) che ronzano intorno alla più grande associazione mondiale di freelancer oggi c’è anche la comunità italiana e ACTA, ufficialmente diventati amici.

Meeting Sara Horowitz

Insieme a Sara Horowitz (seconda da Sx) ospiti di Sergio Bologna (ultimo a Dx) a Milano.

La rivoluzione industriale del nostro tempo

Tra un’ora sarò al Museo del 900 in Piazza Duomo a Milano a parlare con Paolo Perulli, Gad Lerner e Cristina Tajani (assessore al lavoro del Comune di Milano) del libro che ho scritto con Sergio Bologna. Non ho idea di quali spazi e tempi ci saranno. Mi piace ascoltare più che parlare, ma se avessi modo, questo è più o meno quello che mi piacerebbe dire.

La rivoluzione industriale del nostro tempo

Scrive Sara Horowitz della Freelancers Union su The Atlantic che “The Freelance Surge is the Industrial Revolution of our Time”, l’emergere del fenomeno freelance è la rivoluzione industriale del nostro tempo. Io ne sono pienamente convinto. Ne scrivo su un blog personale (questo) da sei anni, tre prima di quando Il Corriere della Sera si è accorto che esistono le partite IVA, ma ben dieci dopo un lavoro di Sergio Bologna e Andrea Fumagalli che portarono agli onori della cronaca della ricerca sociale il “lavoro professionale autonomo di seconda generazione”.

Questo significa che non è una novità. Oggi tutti sanno chi è un freelance, forse non hanno ben chiaro come faccia a guadagnarsi da vivere. C’è molta luce sul fatto che NON siano lavoratori dipendenti, molta ombra sulla loro posizione sociale. Nell’identificarsi non hanno problemi, ce l’hanno nelle rivendicazioni. La coscienza di che cosa significhi essere freelance si acquisisce in fretta: vi leggo, per esempio, la definizione di una giovanissima 26enne, trovata su un blog:

“Ma chi è oggi un freelance? È un lavoratore che non ha padroni e che di volta in volta lavora per chi gli commissiona un progetto. Un freelance è un esperto che sa fare molto bene il proprio lavoro e che ha alcuni skill specifici in cui è specializzato e continuamente aggiornato. Cosa, invece, non è un freelance? Non è un tizio che si può permettere di lavorare meno, da casa, non è un mezzo lavoratore. Non è un fannullone che pur di lavorare dal divano ha rinunciato a un lavoro cosiddetto normale”.

C’è tutta l’antropologia del freelance e qualche pregiudizio che lo circonda. Ha dimenticato lo stereotipo dell’evasore, quello che piace di più… Più complesso è, invece, capire le relazioni che il lavoro autonomo ha con la cultura e lo stato sociale. Che diritti hanno? Sono professionisti o ciarlatani? È un’élite o sono intellettuali proletaroidi?

Leggi tuttoLa rivoluzione industriale del nostro tempo

“Vita da freelance” fa tappa a Milano e Bologna

Settimana prossima sarò con Sergio Bologna al Museo del ‘900 in P.za Duomo a Milano e alla Libreria Coop (via degli Orefici, 19) a Bologna. Saranno due tappe importanti per noi, perché entriamo nel cuore vivo delle città metropolitane, luoghi dove hanno narturale residenza moltissimi freelance italiani.

Vita da freelance -  La presentazione a Bologna

Presentazione "Vita da freelance" a Milano - Museo del 900

Non parleremo noi, direttamente, spero. Sì, forse lo faremo anche, ma secondo un modello che abbiamo sperimentato finora (in Bocconi, Triennale, Fondazione Einaudi ecc.) saranno principalmente gli ospiti che abbiamo invitato a dire la loro. Noi solitamente sediamo nel pubblico. Può sembrare strano come modo di presentare un saggio, ma fin dall’inizio l’obiettivo che ci siamo posti era quello di aprire la discussione alla società civile, in seno agli esperti di diritto del lavoro, e soprattutto tra i freelance.

E’ davvero grande la soddisfazione per un autore trovare così numerose disponibilità nel leggere con intelligenza un libro e volerne discutere in pubblico. Ascoltare è forse ancora meglio di scrivere, perché trovi quello che non sei stato in grado di dire nelle parole degli altri. A Milano ci accompagneranno Gad Lerner e Cristina Tajani, nuovo assessore al Lavoro della Giunta Pisapia. A Bologna numerosi consulenti e studiosi del lavoro professionale autonomo.

Che cosa fate, venite a sentire e (soprattutto) discutere con noi?

Cinque nodi del lavoro freelance in Italia

Un mese fa ho partecipato all’incontro “Giovani, nuovi imprenditori di se stessi nell’economia della conoscenza” promosso da Unipol. Moderava Sergio Rizzo del Corriere della Sera e ho avuto il piacere di confrontarmi, tra gli altri, con Giuseppe Roma del Censis e Aldo Bonomi di Aaster. In origine sarebbe dovuta venire anche Susanna Camusso, peccato per la defezione. Ho ripescato il testo dell’intervento, che ripubblico per chi fosse interessato alla questione del lavoro professionale autonomo. Lo scopo dell’intervento era di presentare un’estrema sintesi dell’ultimo testo scritto insieme a Sergio Bologna aprendo la strada ai problemi del Welfare e della rappresentanza in Italia.

I FREELANCE E L’ALTRA META’ DELL’OPERA
di Dario Banfi

Per un futuro Sostenibile | Giovani, imprenditori di se stessi nell’economia della conoscenza. Sede Unipol – Milano, 16 Giugno 2011

Cover Vita da freelanceIl lavoro svolto insieme a Sergio Bologna è forse più ricco di quesiti che di risposte: non c’è la soluzione al problema della sostenibilità della vita dei freelance. Abbiamo, invece, cercato di sollevare alcune questioni di fondo che hanno a che fare con il Welfare e il “benessere” del lavoratore professionale autonomo. Vorrei presentarne sinteticamente cinquee:

Né imprese né gentiluomini o finti dipendenti…

Il primo nodo è quello della rappresentazione di questo tipo di lavoratori. Sebbene non siano figure nuove, emergenti o sconosciute, si tende a considerarle sempre degli outsider: estremamente talentuose, geniali, superconsulenti spesso anche un po’ ciarlatani, o al contrario figure residuali, vittime dell’ennesima ristrutturazione aziendale. Ecco, mai come in questo caso si può dire che la verità stia nel mezzo.

Un giurista come Adalberto Perulli ci ha detto che l’identikit, il ritratto antropologico che abbiamo tracciato è quello di “un prototipo umano” che la sua categoria, i giuristi, ancora non conosce abbastanza. Finora si sono regolati sulle professioni liberali e sulle figure di piccoli artigiani e commercianti. Il freelance, però, non è né l’uno né l’altro. Ciò significa che tra il dato normativo e la realtà oggi esiste uno scarto piuttosto significativo, un deficit di regolazione che non nasce a caso, ma è il prodotto di una sedimentazione di norme che interessa tra l’altro tutti i grandi capitoli del diritto, a partire dalla Costituzione.

Il Diritto Civile, per esempio, non mette a fuoco il lavoro autonomo, ma inquadra principalmente i contratti, primo tra questi il contratto d’opera. Non trova neppure facile contiguità con il Diritto del Lavoro. Il mondo dei freelance si sposta piuttosto in direzione del Diritto Commerciale. I freelance non sono però “imprenditori di se stessi”, mi spiace contraddire il titolo di questo incontro, almeno per tre ragioni che sono poi le stesse che presentiamo all’Agenzia delle Entrate quando entriamo in contenzioso per farci ridare soldi sottratti ingiustamente con l’IRAP.

La Corte di Cassazione è stata chiara. Primo: non abbiamo strumenti superiori a quelli di cui abbiamo bisogno. C’è differenza tra noi e chi ha un’officina: il nostro capannone è questo qui [il cervello], gli strumenti sono la conoscenza specialistica e spesso bastano un computer e un semplice cellulare. Secondo: non ci avvaliamo di risorse superiori a quelle necessarie per svolgere un lavoro in autonomia. Non abbiamo cioè dipendenti. Terzo: l’accumulazione non è un tratto che ci distingue sotto il profilo economico e produttivo. Non manovriamo capitali. Questo perché il sistema di ammortamento del valore generato sposta principalmente la tassazione sul lavoro e non potremmo fare impresa se non con un salto quantico verso un altro status, un’altra condizione.

Questa interpretazione “mercatista” e sbagliata, tuttavia, continua a marcarci stretta e mantiene vivo un paradosso per il freelance-impresa, diciamo così: se incappiamo in distorsioni del mercato il diritto italiano sostiene che la correzione di questa anomalia vada ricondotta al principio di protezione della concorrenza, non a quello del lavoro. Noi, però, siamo singoli lavoratori. Ce la dovremmo giocare alla pari con le multinazionali: è un falso storico, abnorme.

Il secondo falso storico di cui sono principalmente responsabili i sindacati è l’idea che siamo immersi in a una sorta di “pansubordinazione” del lavoro.

Leggi tuttoCinque nodi del lavoro freelance in Italia

Le cinque giornate del sociale

Oggi in Triennale a Milano si discute della “Vita da freelance” (il libro e non solo), del futuro della città e del lavoro cognitivo e creativo nella città del fare. Con Aldo Bonomi e Sergio Bologna. Ci vediamo?

Cinque Giornate del sociale  - Triennale MILANOMilano anche dentro la crisi rimane una grande stazione della creatività rispetto al mondo: è il primo mercato del lavoro e delle opportunità professionali e questo suo primato continua a fondarsi sul legame genetico tra chi produce “merci” e chi elabora le rappresentazioni perché le merci prodotte possano viaggiare e competere nei mercati del mondo. E’ sulla tenuta di questo legame che si giocano le chance di Milano nella competizione con le altre grandi metropoli terziarie. Perché se Milano continua ad attrarre designer e professionisti dall’Italia e da tutto il mondo, è anche vero che qui si arriva, si accumulano esperienze, relazioni e reputazione che però sempre più si tende a vendere e capitalizzare altrove. Il punto da cui partire è che nel corso dell’ultimo decennio la natura del lavoro professionale e del fare impresa e più in generale la composizione sociale della città hanno conosciuto grandi mutamenti. Mutamenti non solo economici ma antropologici, esito di una grande trasformazione che ci consegna un lavoro professionale sempre più polimorfo, destrutturato sotto il profilo delle condizioni di mercato e dell’identità collettiva e tendenzialmente irriducibile alle forme ricevute di rappresentanza e rappresentazione degli interessi

Le cinque giornate del sociale – PROGRAMMA

15.30 Inizio lavori – Relazioni introduttive:

  • Aldo Bonomi, componente comitato scientifico della Triennale di Milano e direttore del Consorzio AASTER
    Crisi della Rappresentanza e Rappresentazione
  • Sergio Bologna, consigliere ACTA e autore con Dario Banfi di “Vita da freelance. I lavoratori della conoscenza e il loro futuro”
    Da Gentiluomini a Mercenari
  • Andrea Cancellato, direttore della Triennale di Milano
    La Triennale come autonomia funzionale della creativita’

18.00 Aperitivo
18.30-19.15 Proiezione di Oltre il ponte – Storie di lavoro. Regia: Sabina Bologna. Durata: ’39

P.S. Ai partecipanti (ai primi 50) verrà regalata una copia del libro di Sergio Bologna e Dario Banfi, Vita da freelance (Feltrinelli, 2011).