Manovrare con cura

Ecco il testo integrale (qui nella prima bozza) della Manovra Monti. Me la sto leggendo con calma, ma ho già intercettato un bel po’ di novità interessanti in materia di assistenza e previdenza (Art.24) che riguardano anche i freelance, a partire dal superamento dei limiti di 3 anni per il riallineamento di posizioni previdenziali presso Enti diversi (era ora!); l’applicazione del contributivo per tutti (ok), l’eliminazione dei tempi di interregno tra la fine del lavoro e l’erogazione della pensione (bene), la possibilità che le pensioni sotto il valore di 1,5 volte l’assegno sociale mensile siano riportate come minimo a questo parametro (questione da valutare per singoli casi..) o l’estensione a 50 anni (!) della sostenibilità finanziaria delle Casse di Previdenza private. Giornalisti e medici, siete avvisati… Beh, ora leggo il tutto con cura.

Firmato il popolo delle partite IVA

Una lettera aperta per il Governo. Il Consiglio direttivo di ACTA (di cui faccio parte) ha deciso di scrivere a Monti, Fornero e Passera per ricordare le necessità e le speranze di milioni di freelance e lavoratori professionali autonomi italiani in questo periodo di crisi. Qui, in download anche il Comunicato Stampa ACTA.

 

LA LETTERA

Al Presidente del Consiglio Professor Senatore Mario Monti
Al Ministro del Lavoro e Politiche Sociali Professoressa Elsa Fornero
Al Ministro dello Sviluppo Economico, Infrastrutture e Trasporti Dottor Corrado Passera

Ill.mo Presidente,
Ill.mi Ministri,

ci rivolgiamo a Voi in forma di lettera aperta nella convinzione che la Vostra azione di governo affronterà nodi strutturali e rigidità corporative che rischiano di far inesorabilmente regredire il nostro Paese e che ogni giorno condizionano, sempre più pesantemente, la nostra attività professionale e la nostra vita di cittadini.

ACTA. Associazione Consulenti Terziario Avanzato.

La nostra associazione rivendica cittadinanza ai diritti dei lavoratori professionali di nuova generazione. Interpreta il loro spirito di libertà e indipendenza. Promuove la loro visibilità sociale e le iniziative che ne difendono i diritti. Vive della partecipazione e del contributo di tutti loro.

Il nostro lavoro consiste nella prestazione di servizi immateriali, cognitivi, alle imprese, alle istituzioni, alle comunità. Una politica di sviluppo fondata sull’innovazione, sulla libera circolazione dei saperi, sulla tutela dei beni comuni, sulla difesa del territorio dal dissesto idrogeologico, sulla responsabilità sociale dell’impresa, sul valore del lavoro professionale che si apre all’Europa e al mondo, in grado di contrastare l’impoverimento delle intelligenze e delle risorse umane, è quella a noi più congeniale e, crediamo, più in grado di produrre occupazione di qualità e progresso.

1. Oltre la rappresentanza degli interessi, per la cittadinanza dei diritti.

Siamo un ceto sociale escluso dalle tradizionali forme di rappresentanza: ordini professionali, sindacati, associazioni imprenditoriali. Siamo il prodotto più visibile del cambiamento sociale: ne siamo l’avanguardia. Oggi, e domani ancor di più, il percorso lavorativo di ciascuno attraverserà varie tipologie di rapporto lavorativo. Non pensiamo ad un improponibile ritorno al passato, ma vogliamo un futuro di pari opportunità per tutte le forme di lavoro. Per questo rivendichiamo un moderno Stato sociale, eguale per tutti i cittadini e frutto di un’equilibrata imposizione fiscale.

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Un commento al programma di Monti (e Fornero) sul Lavoro

L’analisi non è semplice, vista la densità e complessità della materia, ma quasi per slogan si può tracciare una sintesi del discorso tenuto oggi al Senato dal nuovo presidente del Consiglio, Mario Monti in materia di rifoma del mercato del lavoro. Ovviamente ci sono dietro i progetti e le valutazioni del nuovo ministro Elsa Fornero.

Questo è il discorso, in sintesi, di Monti al quale aggiungo qualche considerazione personale nel mezzo:

[…] in particolare per quanto riguarda l’integrazione operativa delle agenzie fiscali, la razionalizzazione di tutte le strutture periferiche dell’amministrazione dello Stato, il coordinamento delle attività delle forze dell’ordine, l’accorpamento degli enti della previdenza pubblica […]

Primo punto: mettere insieme INAIL e INPS. Se, però, sullo sfondo c’è l’attuazione del Disegno di Legge Cazzola, è possibile che anche nelle Casse di previdenza dei professionisti si registrerà qualche scossone.

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Le proposte di Renzi per riformare il Lavoro

Alla fine dalla lunga maratona alla Leopolda dei rottamatori guidati da Matteo Renzi sono uscite queste proposte (mi limito a queste, visto che seguo il tema del lavoro) per riformare la questione Lavoro in Italia.

19. Riformare le pensioni per avere ancora le pensioni. Sulle pensioni si può, fin da subito, parificare l’età pensionabile delle donne con quella degli uomini, instaurando una finestra anagrafica unica di 63-67 anni per accedere al pensionamento con assegno proporzionato alla speranza di vita secondo coefficienti attuariali aggiornati annualmente. Accelerare il passaggio al sistema contributivo per tutti. Eliminazione delle pensioni di anzianità nell’ambito di un patto tra le generazioni. Parte dei risparmi ottenuti andrà utilizzata per finanziare l’azzeramento dei contributi previdenziali per i giovani neo-assunti

20. Nuove regole per evitare il cumulo delle pensioni.

26. Riformare gli ordini professionali. Bisogna abolire gli ordini professionali superflui e ricondurre i rimanenti a una funzione di regolatori del mercato e non di protezione corporativa per quanti esercitano già la professione. Bisogna arrivare all’abolizione delle tariffe minime e ulteriore riduzione dei vincoli alla pubblicità per gli studi professionali, in maniera tale che tutti abbiano la possibilità di farsi conoscere.

29. Liberalizzare le assicurazioni su infortuni e malattie. Le attività svolte dall’Inail, il monopolio pubblico che si occupa dell’assicurazione per le malattie e per gli infortuni dei lavoratori svolge una funzione tipica di qualunque società di assicurazione privata. Bisogna allora aprire all’accesso dell’attività di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro da parte di imprese private di assicurazione o di riassicurazione.

35. Superare il precariato attraverso il contratto unico a tutele progressive. Per superare il dualismo del mercato del lavoro, che vede parte dei lavoratori con tutte le garanzie e gli altri (i giovani) senza nessuna garanzia, occorre introdurre un contratto unico a tutele progressive che dia maggiori certezze ai giovani.

36. Riformare gli ammortizzatori sociali. Bisogna passare dalla cassa integrazione, ordinaria e straordinaria, a indennità di disoccupazione universali, applicabili anche ai dipendenti di piccole e medie imprese e improntati al criterio del welfare to work sul modello danese.

37. I contratti aziendali contro i salari poveri. Oggi i lavoratori italiani ricevono un salario mediamente più basso rispetto a paesi a noi vicini come la Germania e la Francia. Un modo per avere salari più alti per i lavoratori italiani è quello di sostenere i contratti aziendali che possano, quando le condizioni aziendali lo permettano, crescere oltre quanto previsto dai contratti collettivi di lavoro.

38. Aliquote rosa. L’Italia ha la più bassa percentuale di occupazione femminile d’Europa. Anche il tasso di attività femminile, cioè il numero di donne che si presenta sul mercato del lavoro, è il più basso. Un’agevolazione fiscale riservata all’assunzione delle donne e per un certo congruo numero di anni può portare a riallineare in alto la parità uomo donna sul piano del lavoro.

Tratte dalle 100 Proposte di Matteo Renzi (& Co.)

In estrema sintesi Renzi appoggia la linea riformista di Pietro Ichino (35), con riforma allegata degli ammortizzatori (36), ma non per tutti, sebbene si parli di universalità, una idea per il vero, già proposta da Sacconi nel Collegato Lavoro e nello Statuto dei Lavori. Renzi poi punta su aliquote rosa e contrattazione decentrata in deroga a CCNL (anche questa presente tra le righe del famoso Articolo 8 della manovra del Governo Berlusconi). Sulle liberalizzazioni spinge più in là la filosofia del decreto Bersani, prevedendo l’eliminazione di Ordini professionali. Su pensioni la pensa come Boeri sul contributivo per tutti, ma eliminerebbe pensioni di anzianità (!) tenendo solo finestra d’uscita 63-67 uguale per tutti, uomini e donne e agevolando con equilibri di cassa il lavoro giovanile con contribuzione figurativa, a costo zero cioè sul costo del lavoro giovanile (una linea per altro simile a quella di Montezemolo). Del tutto nuova e interessantissima l’ipotesi al punto 29 di liberalizzazione di assicurazioni su infortuni e malattie, dove però non si fa esplicito riferimento a nessuna ipotesi di opt-out dal sistema pubblico.

In altre parole niente di totalmente divergente dalla linea del partito o perlomeno di alcuni suoi esponenti (preferendo il riformismo di Ichino alla linea di Fassina), contaminata da posizioni eterogenee e in alcuni casi di destra. Ancora completamente assente un discorso sull’universalità del diritto (reddito di cittadinanza e simili) o più elementari equiparazioni tra lavoratori in generale, che possa includere i lavoratori indipendenti e i freelance, per esempio.

Riscatto della Laurea, quattro anni fa accadde l’inverso

Il tentativo del ministro Sacconi di raccimolare denari dall’INPS, aumentando di fatto l’età pensionabile di chi aveva riscattato anni di studi e laurea, è naufragato. Sentita puzza di bruciato sul fronte della leggitimità costituzionale, si è subito fatto dietrofront. In pochi ricordano, però, che soltanto pochi anni fa accadde esattamente il contrario. Non passò molto sotto osservazione, ma nel 2007 con la Finanziaria di centrosinistra si abbassarono i costi per il riscatto per renderlo più appetibile, eliminando gli interessi sulla rateizzazione. Il testo della modifica è nell’Art. 77 del D.Lgs 247/2007 che riporto:

[…] Gli oneri da riscatto per periodi in relazione ai quali trova applicazione il sistema retributivo ovvero contributivo possono essere versati ai regimi previdenziali di appartenenza in unica soluzione ovvero in 120 rate mensili senza l’applicazione di interessi per la rateizzazione. Tale disposizione si applica esclusivamente alle domande presentate a decorrere dal 1º gennaio 2008 […]

[…] La facoltà di riscatto è ammessa anche per i soggetti non iscritti ad alcuna forma obbligatoria di previdenza che non abbiano iniziato l’attività lavorativa. In tale caso, il contributo è versato all’INPS in apposita evidenza contabile separata e viene rivalutato secondo le regole del sistema contributivo, con riferimento alla data della domanda. Il montante maturato è trasferito, a domanda dell’interessato, presso la gestione previdenziale nella quale sia o sia stato iscritto. L’onere dei periodi di riscatto è costituito dal versamento di un contributo, per ogni anno da riscattare, pari al livello minimo imponibile annuo di cui all’articolo 1, comma 3, della legge 2 agosto 1990, n. 233, moltiplicato per l’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche dell’assicurazione generale obbligatoria per i lavoratori dipendenti. Il contributo è fiscalmente deducibile dall’interessato; il contributo è altresì detraibile dall’imposta dovuta dai soggetti di cui l’interessato risulti fiscalmente a carico nella misura del 19 per cento dell’importo stesso […]

Voi direte allora meglio la Sinistra? Beh, dipende. Nello stesso D.Lgs, per esempio, si mise mano alla rimodulazione delle aliquote previdenziali a carico dei freelance italiani, alzandole senza ragione alcuna, giusto per fare casssa su chi non era rappresentato da poteri forti. Una vera rapina che non dava nulla in cambio, nessun diritto aggiunto o migliore assistenza o previdenza.

Come si vede i tempi e i protagonisti cambiano, ma il vizio è il solito: pescare risorse là dove si pensa che ci siano minori proteste sociali, o un bacino di voti meno significativo. Partite IVA e laureati (e anche medici e paramedici direi, dopo le vicende di questi giorni) oggi, però, contano eccome negli equilibri politici e il caso delle amministrative di Milano lo dimostra chiaramente. Senza tornare indietro di quattro anni, possibile che la lezione (per non dire batosta) di pochi mesi fa sia già stata dimenticata dal Governo?

P.S. Approfondimento tecnico: per sapere come riscattare oggi il Corso di Laurea, leggi questo documento dell’INPS.

Senza tetto né legge

Un mio approfondimento sulla Manovra Finanziaria, pubblicato sulle pagine di èLavoro – Avvenire, 6 luglio 2011.

Freelance Senza Tetto Né Legge

Il pericolo sembra scongiurato, nella Manovra Finanziaria 2011 passata al vaglio del Consiglio dei Ministri è scomparsa la voce che prevedeva l’aggravio dei contributi previdenziali per collaboratori e partite IVA iscritte alla Gestione Separata. La sola ipotesi di un innalzamento dell’aliquota al 33% (oggi al 26,72%) ha generato una protesta silenziosa di impreviste proporzioni, mobilitando nelle giornate di settimana scorsa migliaia di persone su Internet. Il tam tam è rimbalzato veloce da Facebook a Twitter, passando da siti di associazioni professionali e community di freelance, costringendo lo stesso ministro Maurizio Sacconi a ricordare, prima sul suo canale Twitter e poi in una nota ufficiale, che le notizie riguardanti interventi in materia previdenziale fossero “semplicemente infondate”.

L’associazione ACTA, che riunisce i lavoratori professionali autonomi senz’albo, ha subito annunciato manifestazioni di protesta “a pane e acqua” davanti a Palazzo Marino e al Campidoglio, poi sospese in favore di un incontro pubblico previsto per il 7 luglio, in cui porterà allo scoperto le difficoltà dei freelance italiani. Il problema, infatti, resta sul tappeto, per una categoria che dichiara di pagare già “il più elevato carico di oneri contributivi richiesti al singolo lavoratore in Italia”.

eLavoroPer alcuni anni, a partire dal 1996, venne definito il popolo del 10% perché fu questa fu sua prima aliquota INPS. In 15 anni e dopo un rincaro del 260% ha superato artigiani, commercianti (con contributi al 21%) e professionisti (12-14%), senza ottenere in cambio nulla, una migliore assistenza sociale o condizioni di garanzia per una buona pensione. “Paghiamo più degli altri per avere meno diritti”, dichiara Anna Soru, presidente di ACTA. “Nessun sostegno al reddito, scarsissime tutele per la malattia e nulla per gli infortuni, oltre a condizioni di maternità di gran lunga migliorabili. A questo si aggiunga l’assenza di convenienza nel mettere soldi nel sistema pubblico per la pensione. Sembrano delle imposte più che contributi per i servizi di previdenza e assistenza”.

DDL fermi in ParlamentoTraduttori, formatori, informatici, creativi, ricercatori e tutti quei consulenti che lavorano come freelance sul mercato, che garantiscono flessibilità e professionalità alle imprese, sono dimenticati dalle politiche pubbliche ma, come lamentano in questi giorni, vengono chiamati in causa quando serve fare cassa. In realtà non se la passano troppo bene in periodo di crisi. Lo testimoniano, in parallelo, due recenti indagini di Ires-CGIL e Aaster dedicate alle partite IVA. Il 70% dichiara, infatti, di ottenere compensi inadeguati rispetto alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, al punto che sei su dieci affermano di non avere un reddito soddisfacente per esigenze individuali e della famiglia. Soltanto in pochi (20%) si sentono al riparo dalla crisi, i più hanno dovuto cercare nuovi clienti e mercati, riducendo al contempo il tenore di vita. Più che sugli interventi di solidarietà sociale, hanno dovuto fare affidamento su qualità professionali e personali: un sapere specialistico sempre aggiornato, capacità relazionali, anche di tipo internazionale, e un forte bagaglio culturale e tecnico.

Non è una strada semplice da percorrere: molti la considerano sinonimo di precarietà, ma così non è per molti freelance. Irregolarità e forzature non mancano, in particolare tra i giovani e i neolaureati, ma soltanto una minoranza, si legge nell’analisi della CGIL, si considera “dipendente mascherato”. La politica fatica a rispondere alle necessità che esprimono, adottando spesso soluzioni e rappresentazioni inadeguate. Il paradigma del lavoro alle dipendenze, per esempio, ha portato per lungo tempo a considerare il lavoro autonomo con partita IVA una forma da scoraggiare attraverso l’innalzamento dei suoi costi, come è avvenuto con il Protocollo sul Welfare nel 2007 e come hanno predicato CGIL, CISL ed esponenti del PD negli ultimi anni. I freelance non cercano, però, la stabilizzazione, né si considerano imprese di piccolissime dimensioni o capitalisti individuali, come dice qualcuno.

In questo, sostengono i lavoratori autonomi, neppure il Centrodestra sembra avere centrato il problema. La bozza di nuovo Statuto dei lavori, prodotta in maniera congiunta tra sindacati e Governo (e ancora tutta da scrivere nella sua reale estensione), ha messo infatti al centro dei nuovi diritti universali soltanto i lavoratori dipendenti e i collaboratori con un unico committente prevalente. Una restrizione che sta nei percorsi di riforma del diritto del lavoro proposti dallo stesso Pietro Ichino. Ciò che chiedono, al contrario, è una maggiore estensione dei diritti e delle protezioni sociali. La stessa revisione del regime dei contribuenti minimi, definita nella manovra finanziaria e di cui potranno beneficiare soltanto gli autonomi sotto i 35 anni, non sembra avere trovato gradimento tra chi si è avvalso finora di questa formula per semplificare la tenuta dei conti e pagare meno tasse. Chi ha bassi redditi dovrà arrangiarsi diversamente, probabilmente con regimi ordinari, alzando così la parcella del commercialista e peggiorando le sue già precarie condizioni di lavoro.

Si sta come d’inverno

Quando dico agli amici di ACTA che rispetto ai soldi messi in cassa, la Gestione Separata INPS in confronto a quella (sempre “Separata”) dei Giornalisti è come la Svizzera, devo ripararmi velocemente dal fuoco incrociato di male parole.

In realtà, sul fronte dello Stato Sociale, siamo davvero messi con le pezze al c**o noi giornalisti freelance. La riprova viene dalla decisione del Ministero del Lavoro e dell’Economia di respingere la proposta di esentare dal pagamento della previdenza chi ha redditi inferiori a 3.000 euro. Per la Gestione Separata INPS il tetto minimo è di 5.000 euro.

Un giornalista che guadagna anche pochi euro all’anno, deve dare comunque la sua quota alla Gestione Separata dell’INPGI. In cambio di che cosa? Ovviamente nulla, nessun servizio di assistenza è previsto per i giornalisti indipendenti. E si legge in dichiarazioni ufficiali, che l’Istituto è “in avanzo nonostante la crisi”. Ci credo non eroga servizi.