Sport, competizione ed età evolutiva

Capita spesso di ascoltare talk di personaggi dello sport che intervengono pubblicamente in materia di teamwork o di trovare coach, nella sala riunioni di grandi imprese, che raccontano come fare squadra. Julio Velasco, per esempio, è un grande oratore, ma anche Xavier Zanetti, altro buon esempio, è stato davvero ispirante al recente World Business Forum.

Ci sono mille casi di ottimi sportivi che insegnano fuori dai banchi dello sport. Questo perché esiste una forte contiguità tra quei mondi – sportivi, aziendali, associativi, politici e altro – che puntano al successo sulla base di un gruppo ben affiatato e sulla capacità di stimolare crescita e competizione in maniera sana e leale, come nello sport.

La riflessione che segue non riguarda, però, soltanto lo sport, sebbene da qui nasca, per fatti contingenti legati alla mia vita e allo sport che praticano i miei figli, ma intende costruire una metafora di mondi possibili, dove c’è competizione, qualcuno vince e qualcuno perde, e dove si costruiscono team per ottenere questi risultati.

Fare sport agonistico nella minore età

Lo sport è competizione, ma anche e soprattutto divertimento. Quale debba essere il corretto bilanciamento tra queste due anime è difficile da stabilire ed è per questo che la cultura sportiva ha deciso di fissare un paletto, chiamandolo “agonismo”. Oggi con questa etichetta si identificano alcuni percorsi e valori: il superamento del puro momento ludico dello sport, la necessità di interpretare il corpo anche come uno “strumento” di lavoro, la volontà di competere e vincere, la tendenza a creare percorsi professionali, selettivi e possibilmente ben remunerati a lungo termine.

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La materia del Web design

Più di dieci anni fa ebbi la fortuna di incontrare per lavoro l’amministratore delegato di Landor Italia. Per chi non conoscesse Landor può tranquillamente guardarsi intorno a 360 gradi, sapendo che l’80% dei marchi che vede è assai probabile che li abbia disegnati proprio questa società. Design e brand sono la linfa vitale del suo business, ma ciò che ricordo, a distanza di tempo e con piacere, è un aneddoto relativo a un clamoroso fail, un perfetto fiasco, che mi raccontò questa persona durante un’intervista.

A memoria non so dire se riguardasse la società o la concorrenza: la vicenda mi colpì indipendentemente dal protagonista. Chiamata a disegnare un nuovo marchio e tutto il sistema di branding associato, la società di consulenza di questa storia venne ingaggiata da una grande compagnia aerea che voleva rifarsi il look, per così dire. Dopo poco tempo l’agenzia presentò il suo progetto. Si trattava di un avveniristico marchio, sfavillante e geniale su fondo nero. Per illustrare meglio il risultato vennero costruiti prototipi di aeroplani con il nuovo marchio, ma senza neppure iniziare il meeting, il cliente, vedendo i modelli piazzati in bella vista sul tavolo in sala riunioni, impallidì e ritirò immediatamente il mandato alla società di consulenza.

Che cosa accadde? Un fatto semplicissimo, che si può intuire contando quante compagnie aeronautiche al  mondo dispongono di velivoli neri. Il nero, notoriamente, attrae la luce, che assorbe calore e a sua volta, per velivoli che stanno nel 98% del tempo sopra le nuvole, significa surriscaldamento e possibilità di generare malfunzionamenti di impianti elettrici. L’errore, di conseguenza, fu di tipo ingegneristico, non prettamente estetico.

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Elogio dell’introversione

Introversi, timidi, asociali, nerd di tutto il mondo… non unitevi! Siete l’ultimo baluardo di resistenza possibile, gli anticorpi globali alla più virulenta malattia contemporanea diffusa via social network.

Quanti amici hai su Facebook?

Standing Alone
Photo by Yiran Ding on Unsplash

Circolano da tempo numerosi studi sugli effetti negativi dei social network. Ce n’è per tutti i gusti. Si va dal semplice consumo di tempo sprecato nel consultare contenuti spazzatura (un fatto ben noto a chi ha figli adolescenti) alle più complesse sindromi generate da immagini costantemente positive, come accade su Instagram, che ritraggono un mondo sempre felice, anche quando non è così, fino ad arrivare a stress, ansia da notifiche, fenomeni d’interazione violenta, sessismo, bullismo e razzismo.

Abbiamo deciso, come esseri umani, di non farci mancare nulla nello spazio della brutalità dei rapporti digitali. E più frequentiamo i social network più rinforziamo l’idea che sia proprio in questo modo che possa crescere la nostra personalità e la nostra capacità di rapportarci con gli altri.

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Emozionarsi per il codice (e trovare lavoro)

Coding Emotions

Si può mettere in relazione il mestiere di chi costruisce algoritmi con la passione e il sentimento? Si può provare trasporto, commozione o suggestione per il coding, ovvero per quei linguaggi artificiali che nascono in maniera assolutamente razionale?

Per chi è stato di recente all’evento battezzato anni fa con il fortunato titolo di Codemotion o partecipa attivamente a meetup o incontri Hi-tech tra professionisti delle nuove tecnologie, è difficile non chiedersi se sia davvero possibile associare il codice, ovvero l’opera della nostra parte più razionale, alle emozioni più profonde.

Codemotion

Si tratta evidentemente di un paradosso che, volendo, si può sciogliere con facilità. Basterebbe riconoscere che si tratta di un lavoro come gli altri e si può amare e odiare, come avviene per tutti i mestieri e da tempo immemore. Non è, però, così: costruire oggetti logici, mondi virtuali e linguaggi o comandare macchine che interagiscono con l’uomo non è esattamente un lavoro come gli altri. 

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Conte, Giorgetti e i pennivendoli di mestiere (in senso non offensivo)

Mi è capitato di recente, per lavoro, di seguire il 53° Congresso Nazionale del Notariato, un territorio ben nutrito di occasioni, dove numerosi rappresentanti della politica praticano da anni scorribande e ben studiate comparsate di fronte a una platea particolarmente appetibile. Quest’anno sono arrivati a corte il Presidente del Consiglio dei Ministri, il suo Sottosegretario, il Presidente del Senato, il Guardasigilli e altri ancora.

I soliti discorsi, le solite dinamiche. Una noia mortale sotto il profilo dei contenuti. In sala stampa c’era chi giocava a Candy Crash, chi cercava il ristorante per la sera, chi si esercitava con il monopattino. A un certo punto della giornata, però, capita l’imprevisto: tutto accelera e diventa assolutamente interessante! Diventa un piccolo caso di studio, soprattutto per chi si occupa di scrittura e lavora con le parole.

Giuseppe Conte Giancarlo Giorgetti

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Copywriting e Web: per chi scrivere?

Faccio il Copy e talvolta mi pento di questo mestiere, ma di una cosa sono assolutamente certo: nessuna macchina sarà mai in grado di produrre linguaggio umano, ridurlo ad algoritmi artificiali o sostituirlo. Buona scrittura e capacità linguistica ci distingueranno sempre e comunque dai calcolatori, capaci di leggere, interpretare o riscrivere un testo, ma non di stupire, creare storie o spiegarsi da soli, “con altre parole”.

Provate a fare un rapido controllo sulle tipologie di Copywriter più ricercati oggi online e troverete, però, una sgradevole deformante verità: sono essenzialmente copy con una qualifica in più, ovvero sono Copywriter SEO. Esperti e professionisti della scrittura che prestano la loro penna per rendere i testi “graditi” ai motori di ricerca. Si chiede loro oggi di avere un destinatario unico, un Lettore di riferimento, soggetto privilegiato, che interpreta ogni testo prodotto. Si chiede, cioè, di lavorare quasi esclusivamente al servizio di Google.

Copywriting e Web - Scrittura SEO o creativa?

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Immagini digitali online: non posso fare ciò che mi pare con le foto su Facebook o Google Images

Quali diritti di utilizzo sono associati alle immagini che trovo su Facebook o tramite Google Images? Posso scaricarle e usarle? Posso condividere online, sul mio blog, immagini prese da Instagram? O copiare articoli di un blog e inserirli nel mio giornale? E se scatto una foto a uno sconosciuto, posso tranquillamente postarla su Instagram?

Proviamo a rispondere, partendo dalle basi del diritto, ovvero da una Legge del 1941 (L. 22 aprile 1941 n. 633), nota anche come Legge sul diritto d’autore, per arrivare a ciò che si sta discutendo in sede europea per riformare le norme in materia di Copyright.

Copyright - Immagini - Social Network

Diritti e immagini (o video) in generale

Può una legge scritta quando ancora non esistevano i computer regolare situazioni legate al mondo digitale? Sì. In gran parte ci riesce. Partiamo, dunque, da quel testo per capire di più su immagini (o video) e sui diritti associati. Iniziamo dal tipo di foto o immagini previste dal punto di vista del diritto. Ne esistono tre tipologie:

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