Che genere di lavoro è

Non è casuale che nei maggiori momenti di transizione, come quello attuale, in cui sembra che qualcosa nell’approccio politico al potere si stia muovendo (cambiando?), il tema della donna e del lavoro si rimesso al centro.

Segnalo tre fonti importanti per chi volesse approfondirlo. La prima è il decreto legislativo di recepimento della Direttiva comunitaria 2006/54/CE concernente l’attuazione del principio delle pari opportunità fra uomini e donne in materia di occupazione e di impiego (il sito del Governo offre altri link di approfondimento).Uffy e Flokr Lo ha varato il Consiglio dei Ministri il 27 febbraio scorso. C’è poi la raccolta di materiale diffuso da ADAPT dal titolo “Occupazione femminile, una leva per la competitività” (.PDF), curata da F. Kostoris, A. Servidori, M. Bettoni, che comprende anche un contributo di Tito Boeri.

Infine c’è il Rapporto “Donne & Lavoro” del Sole 24 Ore (che ha in programma anche un forum sul tema). Nel dossier pubblicato oggi (qui un file .PDF con gli articoli) c’è anche il contributo di Alberto Alesina e Andrea Ichino, da tempo sostenitori di incentivi fiscali per le donne, al quale ha ribattuto di recente su Voxeu.org Gilles Saint-Paul con l’articolo “Against gender based taxation“.

P.S. Rosanna ha dedicato un post per discutere apertamente del tema su JobTalk, nell’area JobDonne. Su, esprimiti.

Il programma della sinistra arcobaleno

Per quanto riguarda il lavoro, vale la pena di replicare i punti più salienti. La Sinistra l’Arcobaleno propone:

– una legge che fissi la durata massima del lavoro giornaliero in 8 ore e in 2 ore la durata massima degli straordinari;

– l’immediata approvazione dei decreti attuativi del Testo Unico sulla Sicurezza sul lavoro e quindi più controlli e più certezza e severità delle pene per le imprese che trasgrediscono le norme;

– di superare la Legge 30 (Biagi) e di affermare il contratto a tempo pieno e indeterminato come forma ordinaria del rapporto di lavoro;

– di rafforzare la tutela dell’articolo 18 contro i licenziamenti ingiustificati;

– di cancellare dall’ordinamento le forme di lavoro co.co.co, co.co.pro e le false partite IVA;

– di fissare per legge il salario orario minimo per garantire una retribuzione mensile netta di almeno 1.000 euro;

– un meccanismo di recupero automatico annuale dell’inflazione reale;

– di elevare le detrazioni fiscali per i lavoratori dipendenti;

– di introdurre, come avviene in tutta Europa, un reddito sociale per i giovani in cerca di occupazione e per i disoccupati di lungo periodo, costituito da erogazioni monetarie e da un pacchetto di beni e servizi;

– di diminuire il prelievo fiscale per i redditi più bassi portandoli dal 23 al 20%, contemporaneamente di aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie al 20%, di redistribuire il reddito ai lavoratori e alle lavoratrici attuando immediatamente quanto previsto dalla Finanziaria di quest’anno, che destina loro tutto l’extragettito maturato.

Il programma di Pietro Ichino

Candidato per il Partito Democratico, ha messo allo scoperto la sua linea politica nella lunga intervista per l’Unità “Contro il precariato un nuovo diritto del lavoro“.

La mia ossessione? Un diritto del lavoro che si applica soltanto a metà dei lavoratori dipendenti, lasciando fuori tutti gli altri. […] Questo dualismo, questo regime di apartheid, è la grande ingiustizia del nostro Paese.

Nella lista dei to do di Pietro Ichino ci sono: l’adozione di esperienze europee di fexecurity; l’ammorbidimento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per licenziamanti legati a motivi economici attraverso un meccanismo di bonus/malus, ovvero di forti indennizzi a carico delle imprese; la crescita delle retribuzioni con sgravi fiscali su quelle più basse; l’aumento dell’attrattività di imprenditori esteri; l’estensione della contrattazione in merito alla struttura delle retribuzioni e dell’organizzazione del lavoro; l’attuazione di politiche di trasparenza, premi e sanzioni per il lavoro nella Pubblica Amministrazione (sul modello laziale).

L’intervista completa: “Contro il precariato un nuovo diritto del lavoro“.

Telelavoro, una gabbia dorata ma aperta

Telelavoro sotto accusa. Ci prova Anna Masera con il racconto di una telelavoratrice pentita, che dopo anni di distanza dall’ufficio rientra e rinnega il passato. La vicenda – spalleggiata da un pezzo di Gianluca Nicoletti sulle patologie giapponesi degli hikikomori, giovani che vivono barricati in casa – ripercorre i soliti quattro stereotipi sul telelavoro: isolamento sul piano dell’organizzazione del lavoro; scarse relazioni sociali; incapacità di separare vita personale e impiego; deregolamentazione dei tempi di lavoro. Manca, ma è giusto ricordarlo, poichè spesso si cita, tra gli aspetti negativi l’immobilità nei percorsi di carriera.

Prossemica digitale e lavoro

Se è vero che ogni lavoratore fa storia a sé, è presto detto che questa vicenda lascia proprio il tempo che trova.

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Veltroni e il salario minimo

Walter VeltroniDai 12 punti del programma di Governo del Partito Democratico: “Avviare la sperimentazione di un compenso minimo legale, concertato tra le parti sociali e il governo, per i collaboratori economicamente dipendenti, con l’obiettivo di raggiungere 1.000 euro mensili“.

Che cosa significa “economicamente dipendenti”? Senza contratto da lavoro dipendente, ma ugualmente dipendenti rispetto alla fonte di reddito? Oppure dipendenti tout court? Non è dato sapere. Intanto al Sole 24 Ore hanno fatto due conti:

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Flexecurity, chi è costei?

Flessibili, non precariMetto a disposizione alcuni materiali (link, PDF ecc.) che potrebbero tornare utili nel dibattito sulla precarietà, che sicuramente scalderà la prossima campagna elettorale. Riguardano la conferenza internazionale “Flessibili non precari”, organizzata a Torino, venerdì e sabato, da Ministero del Lavoro e Regione Piemonte, alla quale è stato dedicato anche un sito specifico.

Per l’occasione è stata commissionata all’Istituto Piepoli la ricerca “Studio sulla percezione giovanile del mercato del lavoro” (formato .PDF). Venerdì mattina, prima del convegno, Fabio Sebastiani, commentava l’indagine così su Liberazione, nel pezzo La precarietà buona non esiste: “La precarietà è una condanna. Lo pensa il 90% degli atipici e delle atipiche in Italia. Non è propriamente una novità“. In realtà la questione è più complessa. Si legga l’indagine. Qui, invece, trovate un riassunto dei dati presentati, curato da Carlo Ruggero per Rassegna, giornale di CGIL.

Ciò che si evince è una scarsa fiducia nel futuro, grande disinformazione su Leggi e iniziative governative, una totale ignoranza sul tema della flexecurity. Insomma i giovani non ci fanno proprio una bella figura. Di seguito riportiamo alcune tabelle tra le più significative, anche se la fotografia scattata mostra molto di più sulla percezione, soprattutto a livello qualitativo. Resta poi un errore imperdonabile nel solito modo di approcciare la precarietà come “tutto quello che non è lavoro dipendente” (cfr. Tab. pag. 24). Piepoli rimandato a settembre.

La percezione della precarietàSecondo Cesare Damiano “in Italia il lavoro flessibile interessa il 12-13% circa degli occupati. Si tratta di un dato allineato agli standard europei: la differenza è che in Italia si rimane troppo a lungo nella condizione flessibile e questo aiuta l’identificazione della flessibilità con il precariato“.

Tra precari e flessibili dunque c’è soltanto uno “salto temporale”, che si può ipotizzare (visto il recente tetto fissato per i contratti a termine) in 3 anni. Sarà l’approccio corretto? Sergio Marchionne ha ribadito, invece, che alle imprese “non servono dipendenti usa e getta“. Flexecurity, questa sconosciutaGli interventi a Torino sono stati numerosissimi. Tutti hanno qualcosa da dire sul precariato.

La giornata di venerdì è disponibile su questo link, registrata per intero da RadioRadicale.it. Il dibattito di sabato, guidato da Massimo Mascini del Sole 24 Ore, è diponibile invece qui, sempre per intero. Altri resoconti dell’evento sull’Espresso online. Lascio poi in download una breve rassegna stampa (in .PDF) degli articoli usciti sabato e domenica sulla stampa nazionale e il link a “Precarietà, il bluff della flexicurity solo per chi se la può permettere”, ancora di  Sebastiani per Liberazione.

Not in my blog yard

Nelle ultime due serate di Porta a Porta sia Silvio Berlusconi sia Walter Veltroni hanno iniziato a fare campagna elettorale a partire dai temi dei salari e del lavoro. La redazione ha propinato per ben due volte lo stesso sondaggio sulle “Priorità del nuovo Governo”, che secondo gli italiani sono:

I problemi che dovrà affrontare il nuovo governo

Ora la domanda è: perché online, su blog e affini (opinionificio per definizione), non si discutono, in termini di frequenza o intensità, nell’ordine, le medesime questioni?

La ricetta anti-fannulloni

La Regione Lazio ci vuole provare, almeno sulla carta. E dopo avere commissionato uno studio a Pietro Ichino presumibilmente adotterà queste linee di intervento per sconfiggere l’ipertrofia del sistema pubblico, la malattia congenita nel DNA dei fannulloni e la cultura dello stipendio slegato dai risultati:

1) adozione di un sistema di valutazione indipendente dell’operato dell’amministrazione regionale, in grado di coinvolgere anche l’opinione pubblica;

2) responsabilizzazione dei dirigenti rispetto a obiettivi precisi e verificabili che riallineino il Lazio alle altre Regioni su temi come: a) riduzione delle aree funzionali, dei dirigenti e dei costi associati; b) assenteismo;

3) sperimentazione di meccanismi premianti collegati alla valutazione dei cittadini rispetto a servizi regionali.

Tutti i dettagli nello studio “Regione Lazio, quattro scelte coraggiose per una svolta” (file .PDF), unico nel suo genere sul lavoro dei dipendenti pubblici. Interessante la parte di analisi sul modello “exit-voice-loyalty” di Hirschman, sui cui Ichino insiste da tempo. Si ascolti, per esempio, anche questo intervento di marzo 2007.

L’ignoranza è una politica passiva?

Questa mattina mi si è bloccata la colazione sullo stomaco. Apro il giornale e leggo l’incipit di un articolo, su una testata nazionale:

Politiche attive

Ora non è per essere leziosi, ma ci sono due minuscole sottigliezze che forse è il caso di approfondire. Se vi va. A me importa per due motivi: 1. cambiare l’Italia vuol dire anche eliminare sacche di ignoranza; 2. è ora di smetterla con modelli culturali e linguaggi di 20-30 anni fa legati al lavoro.

Primo: le politiche attive NON sono sistemi diretti “per trovare lavoro a chi è disoccupato”. Non sono neppure sinonimo di cassa integrazione, mobilità ecc. Quando il soggetto senza lavoro viene supportato con politiche che non lo mettono “in azione”, ma semplicemente lo assistono, si chiamano PASSIVE. E’ l’esatto contrario

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