Giornalisti freelance, si parla di soldi ed escono dalle statistiche

Passando via Twitter da @danielarossi ho ripescato su Articolo37 la recente presentazione “Povere donne attente al portafoglio 2 – Lavoro e differenziale salariale nell’informazione” (.PDF in download) che la Commissione Pari Opportunità della FNSI – il sedicente sindacato dei giornalisti italiani – ha tenuto il 6 marzo per ricordare quale gap esista tra i due sessi anche nel mercato del lavoro delle notizie. Una serie di slide bruttine dai contenuti però interessanti sotto il profilo dei dati statistici di tipo retributivo, che offrono il più significativo esempio di come il sindacato considera il mondo freelance. Lo considera INESISTENTE.

Le valutazioni di Lucia Visca e Donatella Alfonso rimuovono completamente la questione del lavoro autonomo. Uomini o donne che siano, non importa. La base delle valutazioni sui differenziali retributivi e di genere partono da un panel che considera soltanto gli Iscritti alla Gestione Ordinaria dell’Inpgi (Istituto di Previdenza dei Giornalisti Italiani). In realtà sul suo organo di informazione, INPGI Comunicazione [anno XXVII n. 5-6 maggio/giugno 2010, pagg. 8 e 11], l’Inpgi certificava che al 31 dicembre 2009 risultavano iscritti alla Gestione Separata ben 30.194 giornalisti freelance e collaboratori, mentre in quella Ordinaria, che raccoglie i lavoratori con contratti di lavoro dipendente, gli iscritti erano 18.567 (+ o – equivalente al totale Uomini/Donne indicato nella tabella qui sotto).

Retribuzioni Giornalisti Italiani

Il dato retributivo sui freelance è sparito. Toni Negri usa l’espressione “forza lavoro fuoriuscita dal Capitale” e sembra tagliarsi bene al caso: l’elemento economico che quantifica il valore del lavoro degli indipendenti è cancellato dalla rappresentazione della realtà del lavoro giornalistico. Non viene neppure fatta notare la strabiliante anomalia che caratterizza il giornalismo dei contrattualizzati. Mentre il mercato italiano distribuisce nel settore privato retribuzioni secondo uno schema piramidale, che vede in cima Quadri e Dirigenti (che insieme costituiscono il 10% dei lavoratori), il mondo del giornalismo preferisce la forma a Ziggurat, una distribuzione della ricchezza del tutto inedita per un fatto evidente: manca la base! O si tratta di uno straordinario esempio di socialdemocrazia retributiva, oppure dell’inverso, dell’estromissione definitiva degli “operai della conoscenza” dal segmento del lavoro salariato e la conseguente equiparazione con il mondo freelance. Un’ulteriore riduzione che non ha equivalenze nel mondo del giornalismo occidentale.

Perché le donne guadagnano meno?

Più che generici auguri alle donne, mi pare utile offrire oggi qualche informazione che possa fare luce su uno dei problemi più gravi che riguardano le questioni di genere. Chi segue Humanitech.it sa della mia passione e specializzazione sul tema delle politiche retributive. Vorrei aggiungere qualche riflessione sul motivo per cui le donne guadagnano meno.

Sul gender pay gap (lo scostamanto retributivo dovuto all’essere donna) scrissi già un post tempo fa dal titolo “Focus sulle retribuzioni al femminile” dove ho cercato di mostrare come lo sguardo che poniamo all’elemento statistico non debba farci concludere più di quanto sia nella realtà dei fatti. Le donne, è vero, statisticamente guadagnano meno in Italia e nel mondo, ma questo è dovuto a una precisa composizione dei lavori (e delle paghe associate) che esse svolgono. Più che una mera attribuzione di denaro in cambio di un impiego, occorre puntare il dito con maggiore precisione sull’assegnazione dei compiti lavorativi.

Il discrimine, in altre parole, non è nel confronto retributivo in sé, ma sul piano delle opportunità legate a determinati ruoli e alla possibilità di svolgere talune professioni. L’abbassamento delle medie retributive è dovuto essenzialmente alla maggiore diffusione di profili lavorativi a bassa qualifica ricoperti da donne e alla scarsa accessibilità delle donne alle posizioni apicali o più elevate in genere. Parlare unicamente di soldi non serve, per fare giustizia occorre mettere al centro le responsabilità, i ruoli e le condizioni di lavoro e partire da queste.

A onor del vero, sul fronte delle retribuzioni, occorre dire che le donne mostrano una parziale rivincita sulla media nazionale quando si analizzano i singoli profili e si guarda a professioni svolte da entrambi i sessi: nel 36% dei casi, quando si gioca ad armi pari con profili simili, sono le donne a essere pagate di più!

Gender GapCome uscirne? Prima cosa: non nascondere la testa sotto la sabbia. La Commissione Europea ha deciso di promuovere su questi temi “La prima giornata europea per la parità retributiva tra donne e uomini” e denunciare per voce di Vivianne Reding il divario salariale nell’UE, pari a una media del 17,5%.
Oltre a rilasciare alcuni dati macroeconomici, la Commissione (o meglio il dipartimento Giustizia!) ha messo a disposizione uno strumento Web (una sorta di Gender Pay Gap Calculator) di orientamento, che consente di capire quali gap lavorativi oggi mettono in difficoltà le donne.

Gender Gap Calculator

Si parte dalla questione retributiva, ma al termine del test le informazioni sono molto più articolate.

Seconda questione: studiare in profondità le ragioni dei gap retributivi. Molto interessante a questo propostito è uno studio rilasciato a gennaio dall’ILO sul quale non ho letto molto da queste parti, in Italia. Si chiama “ILO Global Wage Report 2010/2011 – Wage Policies in times of crisis” (.PDF in download – 4 MB) ed è uno studio spettacolare, per capacità di sintesi (e normalizzazione su base mondiale) e per avere dimostrato che Usa, Germania e i Paesi più industrializzati, bloccando la classe dei working poor al loro status retributivo, la Cina se la stanno portando in casa!!

Sulla questione del gender pay gap il report è chiaro. I low-wages (bassi salari) sono molto diffusi nella popolazione lavorativa femminile, anche in Paesi dallo stato sociale forte, come la Finlandia o molto “ricchi” come Israele, proprio per l’alta diffusione di impieghi a bassa qualifica tra le donne. La ragione è la medesima. Semplificando: a capo di una filiale di Banca ci sono uomini, allo sportello donne. Chi verrà più pagato in Svizzera?

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Pensioni, donne e universal cargiving

Dall’Europa ci fanno sapere che è arrivato il momento di mettere a registro l’età pensionabile delle donne e che:

Italy had the highest public pension spending of OECD countries… Legislated changes that would have increased the pension age and reduced benefits to reflect increased life expectancy have been postponed…

Chi fosse interessato alla  questione c’è un’ampia disponibilità in Rete di materiali sul tema delle pensioni, a partire dal Rapporto OECD (qui il Summary in italiano) o dalla piccata replica di noiseFromAmeriKa a un articolo di La Repubblica. Basta cercare su Google News le voci “donna + pensioni” per capire quanto caldo sia il tema.

Per discuterne con i rappresentanti della politica ACTA ha organizzato invece un incontro specifico dal titolo “Età pensionabile e nuovo welfare” (lunedì 25 , ore 9:00 a Milano, via Melloni 3), dove porterà la proposta Età pensionabile delle donne e riconoscimento del lavoro di cura”, una proposta di riforma a cura di Marina Piazza, Anna M. Ponzellini e Anna Soru. La formula indicata vuole rispondere direttamente a una cultura imperante nel nostro Paese secondo la quale le donne debbano “lavorare con pochissimi aiuti fintanto che si hanno i bambini piccoli e smettano di lavorare abbastanza presto per potersi occupare degli anziani o per fare le nonne, surrogando le notevoli carenze dei nostri servizi all’infanzia e non solo“. Perché continuare su questa via, assurda?

La proposta, ben strutturata, che verrà discussa da Pietro Ichino, Giuliano Cazzola e altri, chiede:

lo spostamento graduale di un paio d’anni dell’età minima per il pensionamento femminile, all’interno di una manovra di reintroduzione del pensionamento flessibile per tutti;

il contemporaneo riequilibrio del sistema di welfare tra produzione e riproduzione, che stabilisca cioè che i diritti sociali possano derivare oltre che dal lavoro retribuito anche dal lavoro di cura.

Se ci pensate il concetto è semplice: visto che si offre un servizio sociale come “caregiver” è giusto che questo impegno sia ricompensato, come avviene in Olanda, Germania, Francia, Austria e nei Paesi scandinavi. La proposta (e qui mi si è allargato il cuore) dice “senza distinzione tra uomini e donne“.

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La busta paga en rose

SDA Bocconi e Hay Group – immagino dopo una costosissima ricerca – arrivano a dire quello che su questo blog già si affermava tempo addietro: “Le donne guadagnano il 25% in meno degli uomini perché occupano posizioni svantaggiate. A parità di incarico la differenza si riduce al 3%“.

Detto in maniera meno diplomatica significa che quando la competizione tra i sessi si gioca alla pari i differenziali sono ridottissimi.

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Tecnologia al femminile

Le tecnologie hanno una connotazione di genere? Il Web 2.0 e le tecnologie per uso personale hanno qualcosa a che fare con il lavoro delle donne? Domande (forse) complicate alle quali rispondo mercoledì 14 al ForumPa 2008 dove terrò [al Padiglione 6 – Stand 25b SOCIAL HUB – a partire dalle 11:00] un breve seminario dal titolo “Personal Tecnology e Web 2.0” (scaricabile in formato .PDF – 4 MB).

L’iniziativa è organizzata da FuturoalFemminile per diffondere la cultura digitale tra il mondo delle donne e approfondire temi riguardanti le pari opportunità e le differenze di genere.

Che genere di lavoro è

Non è casuale che nei maggiori momenti di transizione, come quello attuale, in cui sembra che qualcosa nell’approccio politico al potere si stia muovendo (cambiando?), il tema della donna e del lavoro si rimesso al centro.

Segnalo tre fonti importanti per chi volesse approfondirlo. La prima è il decreto legislativo di recepimento della Direttiva comunitaria 2006/54/CE concernente l’attuazione del principio delle pari opportunità fra uomini e donne in materia di occupazione e di impiego (il sito del Governo offre altri link di approfondimento).Uffy e Flokr Lo ha varato il Consiglio dei Ministri il 27 febbraio scorso. C’è poi la raccolta di materiale diffuso da ADAPT dal titolo “Occupazione femminile, una leva per la competitività” (.PDF), curata da F. Kostoris, A. Servidori, M. Bettoni, che comprende anche un contributo di Tito Boeri.

Infine c’è il Rapporto “Donne & Lavoro” del Sole 24 Ore (che ha in programma anche un forum sul tema). Nel dossier pubblicato oggi (qui un file .PDF con gli articoli) c’è anche il contributo di Alberto Alesina e Andrea Ichino, da tempo sostenitori di incentivi fiscali per le donne, al quale ha ribattuto di recente su Voxeu.org Gilles Saint-Paul con l’articolo “Against gender based taxation“.

P.S. Rosanna ha dedicato un post per discutere apertamente del tema su JobTalk, nell’area JobDonne. Su, esprimiti.