Chi ci rappresenta

La Commissione Europea ha pubblicato settimana scorsa “Industrial Relations in Europe 2008” uno studio molto accurato sulle relazioni industriali nel Vecchio Continente. Più aggiornato dell’ultimo lavoro di Eurofound (“Industrial relations developments in Europe“, PDF), questo nuovo documento è veramente molto ben costruito e mette in luce almeno due aspetti:

1) l’Unione Europea rappresenta un centro di elaborazione di politiche sociali con una forza centripeta: le raccomandazioni che esprime non fungono solo da linee guida, ma evitano dispersioni troppo accentuate nei Paesi membri;

2) esistono significative lacune ancora da colmare che la sola forza dei sindacati in Europa non consente di colmare (un esempio è la clamorosa mancanza di una normativa sul salario minimo in Italia).

Al di là di numerose e interessanti finezze scientifiche un dato molto eclatante esce da questo studio. Negli ultimi 30 anni i sindacati sono sempre meno i rappresentanti dei lavoratori. (Si noti anche il crollo dei sindacati nei Paesi dell’Est, nuovi membri UE).

Tasso (%) di “Densità sindacale” (popolazione iscritta al sindacato/lavoratori)

I sindacati in Europa
Fonte: ICTWSS.

Comunque vada sarà un insuccesso

Epifani Angeletti BonanniL’altro giorno a Ballarò Angeletti ha dichiarato che nel caso Alitalia i sindacati cercheranno di tutelare gli interessi, nell’ordine: 1) dei cittadini consumatori; 2) dei lavoratori.

Prima di sedere al tavolo delle trattative si può dire che abbiano già perso.

Se non accettano la condizione posta dalla dirigenza CAI di abbassare il costo del lavoro, fallirà l’operazione intera di salvataggio; in caso contrario circa 7.000 lavoratori perderanno il posto di lavoro. Non possono neppure abbassare il debito che la bad company lascerà in eredità allo Stato (ovvero a te, a me ecc..) perché non sono loro a valutare la congruità del prezzo pagato dalla cordata di Colaninno.

Le rappresentanze sindacali in Alitalia
[Fonte: La Repubblica]

L’ignoranza è una politica passiva?

Questa mattina mi si è bloccata la colazione sullo stomaco. Apro il giornale e leggo l’incipit di un articolo, su una testata nazionale:

Politiche attive

Ora non è per essere leziosi, ma ci sono due minuscole sottigliezze che forse è il caso di approfondire. Se vi va. A me importa per due motivi: 1. cambiare l’Italia vuol dire anche eliminare sacche di ignoranza; 2. è ora di smetterla con modelli culturali e linguaggi di 20-30 anni fa legati al lavoro.

Primo: le politiche attive NON sono sistemi diretti “per trovare lavoro a chi è disoccupato”. Non sono neppure sinonimo di cassa integrazione, mobilità ecc. Quando il soggetto senza lavoro viene supportato con politiche che non lo mettono “in azione”, ma semplicemente lo assistono, si chiamano PASSIVE. E’ l’esatto contrario

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Rappresentare il terziario avanzato

E’ la sfida dei prossimi anni, non c’è dubbio. Il sistema fordista scricchiola anche nelle grandi imprese, in alcuni contesti è ampiamente superato. I sindacati non sanno che pesci pigliare per acciuffare questo settore produttivo fatto da microimprese [su 400mila imprese dell’area milanese il 92% ha meno di 9 addetti] e da singoli lavoratori autonomi. Avete mai sentito in bocca a un sindacalista la parola “Web Designer”? Non è un caso che Cgil, Cisl e Uil stiano perdendo iscritti nel mondo delle Tlc…

Una riprova di questa distanza si ha nell’articolo di oggi pubblicato sul Sole 24 Ore “L’affanno del capitalismo molecolare“. Afferma Onorio Rosati, segretario della Camera del Lavoro di Milano: “Non riusciamo più a intercettare una platea troppo varia: un’empasse superabile con la riforma della contrattazione“.  Come fare? Dice Rosati: 1) irrobustire la contrattazione integrativa là dove la Cgil è presente; 2) entrare nelle imprese dove la Cgil non c’è; 3) alleggerire il rapporto fisco-salario.

A me pare non abbia capito nulla di quelle imprese (il 43% in Italia) fatte da una media di 2,7 persone. Le molecole più piccole (autonomi, precari, atipici e via discorrendo) hanno bisogno di strumenti di finanziamento, assistenza per periodi di difficoltà, formazione (o “crediti” per questa attività svolta sempre in autonomia!), agevolazioni fiscali per controbilanciare il rischio maggiore, rappresentanza [vera] sui temi previdenziali, servizi di supporto alla famiglia, legislazioni che non li equiparino più ai lavoratori subordinati.

Il sindacato tradizionale non è in grado di fare questo oggi.

Il futuro del sindacato

Segnalo i materiali pubblicati sul sito della Fondazione Giulio Pastore e relativi agli interventi (quasi 50!) esposti al convegno “Quali politiche e quale organizzazione per un sindacato vitale, in crescita, capace di rappresentare i lavoratori del 21° secolo?”. Su SA-LA anche alcune interessanti considerazioni di Giulio Marini, che si esprime così in merito all’opportunità di fare emergere nuove forme di rappresentanza per i lavoratori autonomi di seconda generazione e “della conoscenza”:

È possibile tuttavia che questa attuale incapacità di rappresentare, anche a livello ideologico, i lavoratori della conoscenza – siano essi i nuovi operai, ovvero gli operatori; piuttosto che gli (pseudo-)professionisti senza albo – perduri all’interno del sindacato. A quel punto da sociologo del lavoro, e non quindi da ricercatore, sarebbe opportuno prevedere per il bene del Paese e dei lavoratori e delle relative famiglie (se ne avranno…) che il sindacato perda potere.

Freelancers Union, intervista alla Horowitz

Sarah HorowitzIl Manifesto ieri ha pubblicato una bella intervista a Sara Horowitz a capo della Freelancers Union, sindacato dei lavoratori autonomi negli Usa. Sul tema scrissi (oltre un mese) fa un pezzo sul Sole 24 Ore dal titolo “Un sindacato delle partite IVA. Negli Usa c’è.” Dice la Horowitz:

Il primo passo da fare è la presa di coscienza che i lavoratori indipendenti sono una forza lavoro che hanno diritti negati. È un passaggio necessario, visto che la sinistra tradizionale americana continua a proporre un ritorno al sistema fordista per affrontare le sempre più pesanti condizioni di vita e lavoro degli «indipendenti» o di quella forza-lavoro che spesso in Europa chiamate precaria. Il passaggio successivo sta nel promuovere forme organizzative adeguate a figure lavorative con caratteristiche molto diverse da quelle che hanno invece costituito le organizzazioni sindacali tradizionali.

I riferimenti alle analisi di Richard Florida sono espliciti e così pure il focus sul lavoro intellettuale autonomo. Uno dei temi importanti citati è appunto la tutela della proprietà intellettuale, che è curiosamente anche uno degli elementi chiave emersi nel Primo Congresso dei Freelance 2007 in Italia. C’è poi il problema della disoccupazione, che qui da noi, per gli autonomi, chiameremmo del “reddito di cittadinanza” o del riformismo radicale. Dice la Horowitz:

La nuova forza lavoro è atomizzata, individualizzata e frammentata. Abbiamo così cominciato a parlare tra di noi perché è meglio ritrovarsi insieme che stare ciascuno per conto proprio. Abbiamo così scoperto che ciò che accadeva a ognuno di noi non era un problema individuale ma rispecchiava una condizione generale. Freelancers Union è quindi da considerare un’associazione di mutuo soccorso, di cooperazione….

Ho come l’impressione che non sia troppo distante dalle problematiche italiane. Questa donna mi piace.