ABC del lavoro freelance per giovanissime partite IVA

Oggi sono al JobMeeting di  Milano per parlare di “Partita IVA, tutto quello che i neolaureati dovrebbero sapere“. Ho accettato volentieri l’invito della Repubblica degli Stagisti, per un’iniziativa gratuita dedicata ai giovanissimi e ai neolaureati. Come scrive Eleonora Voltolina nell’articolo “Sempre più numerosi i giovani che aprono la partita Iva: i consigli dell’esperto Dario Banfi a tutti gli aspiranti freelance” un numero sempre più consistente di laureati a un anno dalla fine degli studi ha aperto una partita Iva: è un dato che fa capire quanto il lavoro autonomo, spontaneo o spintaneo che sia, stia diventando comune per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro. Chi li orienta? Oggi ci provo, alle ore 16.00 presso i Career Lab del Jobmeeting di Milano al Pelota Jaialai Spazio Funzionale in via Palermo 10 (zona Brera).

Partite IVA nella Repubblica degli Stagisti

Su gentile concessione di Eleonora Voltolina, ripubblico l’intervista che mi ha fatto e messo online oggi sulla sua testata “La Repubblica degli Stagisti“. Argomento di discussione: autonomia e subordinazione, sfide nel futuro dei freelance, contratti e quotazione del lavoro. La questione più complessa: che cosa deve fare un giovane al quale si chiede sempre più spesso di aprire una Partita IVA per lavorare? La voglia era di rispondere “incazzatevi”, “tirate fuori le unghie”, poi in realtà credo che il suggerimento migliore per chi ha poca esperienza di mercato sia di cercare ognuno la propria strada a piccoli passi, sfruttando le occasioni per fare esperienza e consolidare un percorso professionale autonomo, senza sposare chi proprio non vuole prendervi come consorte. Perché dovreste fidarvi a lungo di chi cerca escamotage per pagarvi di meno o mascherare altri rapporti di lavoro? Tenete la furia (direbbe qualche amico) per progettare altro.

Ecco l’intervista:

Sempre più numerosi i giovani che aprono la partita Iva: i consigli dell’esperto Dario Banfi a tutti gli aspiranti freelance

Dalla ricerca «Specula» di Formaper, l’agenzia speciale della camera di commercio di Milano, emerge che un numero sempre più consistente di laureati lombardi a un anno dalla fine degli studi ha aperto una partita Iva. Un dato che fa capire quanto il lavoro autonomo, spontaneo o spintaneo che sia, stia diventando comune per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro. Dario Banfi, classe 1971, è un freelance espertissimo di partite Iva: non solo perchè in prima persona è giornalista professionista, copywriter e consulente in comunicazione, ma anche perché è attivo nell’associazione Acta (l’associazione Consulenti terziario avanzato) e insieme a Sergio Bologna ha pubblicato pochi mesi fa con Feltrinelli il bel saggio Vita da freelance, sottotitolo «I lavoratori della conoscenza e il loro futuro».
Alla vigilia del Jobmeeting di Milano, dove alle 16 Banfi terrà il seminario «Partita Iva, tutto quello che i neolaureati dovrebbero sapere», la Repubblica degli Stagisti l’ha intervistato per chiedergli un’analisi della situazione e sopratutto qualche dritta per i giovani che intraprendono una professione autonoma.

Fotografia Dario BanfiDario Banfi, secondo lei i freelance possono essere considerati una «categoria»?
Certamente. Sebbene appartengano a professioni differenti, hanno in comune l’indipendenza e l’assenza di vincoli di subordinazione. Sono lavoratori professionali autonomi, diversi da commercianti e artigiani, o come si dice di “seconda generazione”. Affrontano rischi legati alla discontinuità del lavoro, alla produzione,  alla ricerca di clienti. Hanno in comune l’intraprendenza e lo strumento con cui lavorano, ovvero il sapere. Non hanno capitali o mezzi di produzione, ma si affidano alle conoscenze specialistiche e alla capacità di offrire consulenza per creare innovazione.
Qual è la sfida per i freelance del nuovo millennio?
Da una parte coalizzarsi, dall’altra mantenere viva la capacità di offrire lavoro di alta professionalità in un mercato che punta a declassare questa categoria, abbassando costi e spostando i rischi d’impresa, togliendo spesso dignità al lavoro autonomo. Queste due priorità sono fortemente sentite con la crisi. C’è comunque una sfida più generale che riguarda i cittadini-lavoratori, ovvero la conquista di alcuni diritti sociali e di protezioni all’interno del nostro sistema di welfare che sono stati sistematicamente negati o rimossi per le nuove generazioni e il nuovo lavoro. Dalle coperture per malattia e infortunio al sostegno al reddito a una buona previdenza.
Ritiene che possa essere correttamente inquadrato come freelance anche chi percepisce il 100% del suo reddito, o comunque la parte nettamente prevalente di esso, da un solo committente?
Non è il numero dei committenti che definisce il vincolo di autonomia o subordinazione, ma la relazione con il datore di lavoro, l’uso dei mezzi, il vincolo della presenza e altri fattori che insieme definiscono quando un’attività può essere considerata eterodiretta. L’ha specificato più volte la Corte di Cassazione. Ma se ci pensate ogni freelance percepisce il 100% del suo reddito temporaneo da un solo committente ogni volta che lavora per lui. Un webmaster, per esempio, che crea tre siti in un anno, in maniera consecutiva, ogni 4 mesi percepisce il suo reddito da un solo committente. È soltanto il periodo d’imposta annuale che ci fa pensare al rapporto tra reddito e tempo: ma l’autonomia non c’entra con l’anno solare o con il tempo, ma con la natura del lavoro. Usare soltanto il parametro quantitativo per dedurre la dipendenza è un errore.

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Lavoro, avanza la generazione hi-tech

Chi sono i MillennialsIl mio articolo di oggi dedicato ai Millennials, pubblicato su Avvenire (Pag. 24) qui in .PDF “Lavoro, avanza la generazione hi-tech“: dati dalla ricerca “Le aziende italiane e i Millennials. Sfide e opportunità” realizzata da NetConsulting/CA Technologies e interviste ad Annamaria Di Ruscio (NetConsulting) e Fabrizio Tittarelli (CA Technologies).

La fine del posto fisso, quello fatto di scrivania, carta e penne

Non pubblicati, ma piuttosto interessanti alcuni dati sui Millennials, in particolare questo, che riguarda l’importanza attribuita alla presenza fisica sul luogo di lavoro. Quasi la metà (e in particolare gli ingegneri) si disinteressa del “posto fisso” nel senso logistico del termine.

Millennials e posto fisso

La differenza rispetto a chi sta già in azienda

Si scopre anche, leggendo tra le righe della ricerca, che i Millennials hanno delle interessanti carte da spendere in azienda, visto che a differenza dei colletti bianchi e attempati clerks che ci vivono da tempo, sono più rapidi con le tecnologie (ovvio, no?), ma anche più disponibili verso il cambiamento e al lavoro flessibile.

Sì, ok, questi sono indisciplinati, anarchici, passano un sacco di tempo su Facebook, Skype e YouTube, però sanno usare il Web come nessun altro. Ora io mi chiedo, che cosa aspettano le imprese a portarseli in casa? Classica paura di farsi mangiare la pappa in testa dall’ultimo pivello o forse non si sa esattamente che cosa fargli fare, visto che il Web per qualche imprenditore è ancora un illustre sconosciuto? Fiducia è la parola magica. Serve più fiducia nelle nuove leve da parte delle imprese. 

Millennials - La differenza con i clerks

Rientro al lavoro e piano B

Ricomincia da teRicomincia da te è il titolo di un libro (Vallardi, 2011, 160 pagg., 10 euro) che Paola Pesatori – esperta di risorse umane, licenziata da Pirelli dopo 25 anni d’attività – ha dedicato a chi perde il lavoro in questo periodo. Racconta di strategie, stati d’animo, azioni da intraprendere per rimettersi in pista.

Al di là delle piccole e grandi crisi legate al lavoro, mi piace riprendere una parte del libro che credo possa essere utile a chiunque stia riprendendo a lavorare in questi giorni, dopo la pausa estiva.

Parla di cambiamento e progetti alternativi, che tutti chiamiamo più o meno Piano B, e che spesso ci fanno andare avanti, sognando, o che diventano per i più bravi anche una realtà:

IL PIANO B

È ora di rispolverare il Piano B, o di elaborarne uno. Il fatto di avere interessi, sogni o progetti, e di fantasticarci su ogni tanto ci aiuta a essere pronti a cambiare. Il licenziamento e la perdita del lavoro possono essere la molla che ci fa dire: ecco, è arrivato il momento di riorganizzare la casa di famiglia per farne un Bed&Breakfast, di aprire la scuola di disegno per bambini che sognavo da giovane, di riprendere gli studi, di dedicarmi alla musica, di trasferirmi al mare o in campagna, di fare vino e marmellate. Il Piano B mi ha dato tante volte la forza di non cedere a compromessi in azienda, di rischiare e di assumermi le mie responsabilità, di esprimere con forza e passione le mie idee. Avevo in mente un’alternativa, nel caso le cose fossero andate male. Quando poi mi hanno licenziato ho elaborato così tanti piani e progetti che alla fine vino e marmellate li faccio, ma solo per mio diletto. L‘importante è avere un’idea, un sogno, un progetto che vorremmo realizzare anche se non ci pagassero. Se non ci viene in mente niente, allora fermiamoci a riflettere: probabilmente il lavoro ci impegna così tanto da non lasciarci spazio per dedicarci a noi stessi e alla nostra vita, che è lì fuori dall’ufficio. E se capitasse anche a noi di perdere il lavoro? Sicuramente da qualche parte il no stro Piano B c’è. Magari non ci pensiamo dai tempi della scuola, o lo abbiamo accantonato per metter su famiglia, o ci sembrava poco serio e non in linea con la nostra for-mazione. Ebbene, è ora di rimetterci a pensare ai pro e ai contro dei nostri fantasiosi progetti giovanili: potrebbero non sembrarci così inverosimili, anzi, potrebbero forse migliorare la qualità della nostra vita e comunque aiutarci a gestire con maggiore serenità questo triste e lungo periodo di crisi dell’occupazione.

Stage, cambiano finalmente le regole

La nostra Repubblica degli stagisti, come l’ha chiamata Eleonora Voltolina, finalmente introduce delle modifiche allo statuto che regola i tirocini formativi. Le revisioni (DDL 2887/2011) in corso alla Manovra Finanziaria (DL 138/2011) non toccano quanto stabilito del Decreto Legge del 13 agosto e che sostiene (art. 11):

[…] Fatta eccezione per i disabili, gli invalidi fisici, psichici e sensoriali, i soggetti in trattamento psichiatrico, i tossicodipendenti, gli alcolisti e i condannati ammessi a misure alternative di detenzione, i tirocini formativi e di orientamento non curriculari non possono avere una durata superiore a sei mesi, proroghe comprese, e possono essere promossi unicamente a favore di neo-diplomati o neo-laureati entro e non oltre dodici mesi dal conseguimento dei relativo titolo di studio.

Che significa basta con lo sfruttamento selvaggio: questo sarà limitato al primo anno di ingresso nel mercato del lavoro :-)

La Regione Toscana è contraria alla modifica, non tanto nel contenuto, ma nella formula: dovrebbe spettare agli Enti locali la regolazione di queste forma mista di formazione/lavoro. E visto che aveva in cantiere un proprio disegno di legge regionale farà ricorso alla Corte Costituzionale in merito all’attribuzione delle competenze regolative.

Per Alessandro De Nicola, presidente della Adam Smith Society, le ragioni per opporsi al cambiamento sono invece altre, come scrive sul Sole 24 Ore:

Il tutto viene giustificato con lo slogan «bisogna stanare gli sfruttatori di stagisti»: ma che significa? Che “stanando” gli sfruttatori appariranno gli angeli del posto fisso? Beato chi ci crede.

Ammirevole la replica compassata di Eleonora Voltolina (io l’avrei mandato semplicemente a quel paese), che condivido:

Le aziende hanno avuto, hanno e avranno sempre bisogno di giovani. Limitando il bacino dei potenziali stagisti non si limita la possibilità per i giovani di trovare un lavoro: perché l’agenzia pubblicitaria avrà sempre lo spot da consegnare entro la prossima settimana, la casa editrice le bozze da mandare in tipografia alla fine del mese, l’agenzia di consulenza la consegna urgente del report, e il reparto marketing della multinazionale dovrà presentare il business plan per la riunione semestrale.

Concordo con Eleonora: il mercato del lavoro giovanile, drogato dalla gratuità e da stage fasulli, deve trovare un freno. L’idea di limitare lo stage al primo anno post studi non mi pare del tutto errata. Vediamo. Il problema permane, invece, su quanto potrebbe avvenire dopo, o in sostituzione agli stage, e che con buona probabilità potrebbe essere l’impiego dei contratti di apprendistato, sui quali però abbiamo molte perplessità.

Cottimo digitale per freelance di ventura

Vi ricordate quella scena di Gomorra in cui vengono assegnate lavorazioni di abiti con asta al ribasso? Alla fine la spunta chi fa puro dumping e brucia la concorrenza con una proposta imbattibile, addirittura sottocosto. O perlomeno apparentemente sottocosto perché si scopre in seguito che i lavoratori sono schiavi che dormono sulle macchine per cucire, come ha raccontato anche Report in una memorabile inchiesta che ha perlustrato perfino gli scantinati di Via Paolo Sarpi a Milano.

Ecco, ora spostate tutto su Internet. Chi partecipa alla gare sono i freelance di tutto il mondo e a metterci la posta è un “piccolo imprenditore”, diciamo così, del Kuwait che vuole realizzare un sito dedicato alla squadra di calcio neocampione d’Italia. Tramite un marketplace per freelance cerca un grafico Web che sia in grado di disegnargli un template del Milan che funzioni con WordPress. Guardate la gara (bid) riportata nell’immagine qui sotto (fonte Freelancer.com): si mette sul piatto un budget per un massimo di 250 e un minimo di 30 dollari, un valore al quale si avvicinano alla fine due programmatori, uno del Bangladesh, l’altro dell’Indonesia. Qualcuno propone la consegna del lavoro anche in un giorno. Europei – italiani, spagnoli, inglesi ecc. – e perfino gli indiani sono bruciati in un sol colpo e alcuni offrono collaborazioni pure “alla cieca”, ovvero senza anticipi (milestones).

Freelancer.com

Questo è un caso specifico, ma se ne trovano a migliaia sul Web. Non tutti broker di lavoro freelance – di cui ho parlato di recente (Cfr. lo speciale per Il Corriere delle Comunicazioni) – usano il metodo delle aste inverse. Freelancer.com sembra il più spudorato, ma non è il solo. I più offrono progetti aperti a offerte multiple, ma trasmesse al buio. Per un programmatore australiano cambia poco, è vero, quando deve vedersela con vietnamiti o cingalesi, ma un limite pare ci sia in queste gare globali, vero ritorno del cottimo (digitale) e “nuovo taylorismo per millenials”. Questi sistemi non utilizzano la vergogna del crowdsourcing, ovvero della gara aperta e perfino realizzata, con opere finali messe all’asta (e perdita secca di ore lavoro di tutti i partecipanti che non vincono). E’ un limite, minimo, ma c’è, anche se non mi fa impazzire. I soldi arrivano, i lavori sono consegnati in tempo. Il sistema, a onor del vero, funziona e non pare che ci sia nulla in grado di fermarne il progresso. A molte parti il gioco piace.

E’ un’immigrazione lavorativa silenziosa, ma sedentaria, che si muove nel confine del lavoro intellettuale, là dove i territori sono tracciati da saperi condivisi e dunque aperti alla concorrenza dei freelance di tutto il mondo, che riversano nel costo del lavoro quello della vita nel Paese in cui risiedono. E’ una diga aperta, i confini geografici sono rimossi dal protocollo Http, i lavoratori si ritrovano sulla medesima piazza e basta che sappiano parlare un po’ di inglese e usare i tool dei marketplace per entrare in competizione. Il vero freno, per ora, è la conoscenza linguistica dei committenti: i nostri signori Rossi e Brambilla non hanno ancora capito del tutto o temono di non saper gestire progetti in remoto.

Il segno di un profondo e radicale cambiamento, però, c’è ed è ben visibile e presto dovremo fare i conti teorici e pratici con questo modo di pensare il lavoro. Le domande alle quali dovremo presto far fronte sono: quale distanza e assenza di controllo sarà accettata da freelance e committenti nel nuovo lavoro mediato da Internet? e qual è la vera natura, la qualità del lavoro, alla quale non si può rinunciare anche di fronte allo sbaraglio totale delle regole di ingaggio e al dumping sul costo del lavoro?

Scappo dalla città (per trovare lavoro). Ma dove?

Così OECD misura i livelli di disoccupazione nei Paesi più industrializzati. Giovani italiani, neet, magari di Campania o Sicilia, la Danimarca non è poi così male: pensateci. (In verde i Paesi che stanno meglio di noi…)

2008 2009 2010 2010 2011 2011
Q2 Q3 Q4 Q1 Jan Feb Mar Apr May
OECD – Total 6.1 8.4 8.6 8.6 8.6 8.5 8.2 8.3 8.2 8.1 8.1 8.1
Major Seven 5.9 8.1 8.2 8.3 8.2 8.1 7.7 7.8 7.7 7.6 7.7 7.7
European Union 7.1 9.0 9.7 9.7 9.7 9.6 9.4 9.5 9.4 9.4 9.3 9.3
Euro area 7.7 9.6 10.2 10.2 10.2 10.1 10.0 10.0 10.0 9.9 9.9 9.9
              
Australia 4.2 5.6 5.2 5.2 5.2 5.2 5.0 5.0 5.0 4.9 4.9 4.9
Austria 3.8 4.8 4.4 4.5 4.4 4.2 4.5 4.5 4.6 4.4 4.2 4.3
Belgium 7.0 7.9 8.3 8.4 8.3 7.9 7.2 7.4 7.1 7.1 7.2 7.3
Canada 6.1 8.3 8.0 8.0 8.0 7.7 7.7 7.8 7.8 7.7 7.6 7.4
Chile 7.8 10.8 8.2 8.5 8.0 7.1 7.3 7.3 7.3 7.0 7.2
Czech Republic 4.4 6.7 7.3 7.3 7.1 7.1 6.9 7.0 6.9 6.7 6.6 6.5
Denmark 3.3 6.0 7.4 7.5 7.4 7.6 7.6 7.7 7.6 7.6 7.3 7.4
Estonia 5.6 13.8 16.8 18.0 16.0 14.4 13.8 13.8 13.8 13.8
Finland 6.4 8.2 8.4 8.5 8.3 8.1 8.0 8.0 8.0 8.0 7.9 7.8
France 7.8 9.5 9.8 9.8 9.8 9.7 9.7 9.7 9.7 9.6 9.6 9.5
Germany 7.6 7.7 7.1 7.2 7.0 6.7 6.3 6.4 6.3 6.2 6.1 6.0
Greece 7.7 9.5 12.6 12.2 13.0 14.1 15.0 15.0 15.0 15.0
Hungary 7.8 10.0 11.2 11.3 11.1 11.0 11.0 11.5 10.9 10.6 10.3 10.0
Iceland 3.0 7.2 7.5 6.9 7.8 8.5 7.4
Ireland 6.3 11.9 13.7 13.5 13.7 14.4 14.3 14.4 14.3 14.1 14.0 14.0
Israel 6.1 7.5 6.7 6.5 6.6 6.5 6.0
Italy 6.8 7.8 8.4 8.5 8.3 8.4 8.2 8.2 8.1 8.2 8.0 8.1
Japan 4.0 5.1 5.1 5.1 5.0 5.0 4.7 4.9 4.6 4.6 4.7 4.5
Korea 3.2 3.6 3.7 3.5 3.6 3.4 3.9 3.6 4.0 4.0 3.6 3.3
Luxembourg 4.9 5.1 4.5 4.5 4.4 4.5 4.3 4.3 4.3 4.3 4.3 4.5
Mexico 4.0 5.5 5.4 5.5 5.2 5.4 5.1 5.1 5.2 4.9 5.2
Netherlands 3.1 3.7 4.5 4.5 4.5 4.4 4.3 4.3 4.3 4.2 4.2 4.2
New Zealand 4.2 6.1 6.5 6.9 6.4 6.7 6.6
Norway 2.5 3.2 3.5 3.6 3.5 3.5 3.3 3.3 3.2 3.3 3.4
Poland 7.2 8.2 9.6 9.7 9.5 9.6 9.3 9.4 9.3 9.2 9.2 9.2
Portugal 8.5 10.6 12.0 12.0 12.2 12.3 12.4 12.4 12.4 12.4 12.4 12.4
Slovak Republic 9.5 12.0 14.4 14.5 14.3 14.1 13.5 13.6 13.5 13.4 13.4 13.3
Slovenia 4.4 5.9 7.3 7.3 7.3 7.8 8.1 8.1 8.1 8.2 8.3 8.3
Spain 11.4 18.0 20.1 20.0 20.5 20.5 20.6 20.4 20.6 20.7 20.7 20.9
Sweden 6.2 8.3 8.4 8.6 8.3 7.9 7.7 7.9 7.6 7.7 7.5 7.7
Switzerland 3.2 4.1 4.2 4.1 4.5 3.9 3.9
Turkey 9.7 12.5 10.6 10.7 10.5 9.9 9.2 9.5 9.1 9.0
United Kingdom 5.7 7.6 7.8 7.8 7.7 7.8 7.7 7.7 7.7 7.6
United States 5.8 9.3 9.6 9.6 9.6 9.6 8.9 9.0 8.9 8.8 9.0 9.1

Fonte: OECD, 12 luglio 2011