Senza soluzione di flessibilità

Quando accadrà che il nostro sistema in cambio della disponibilità verso la flessibilità non ci restituisca più un calcio sui denti? Con maggiore tatto, Ladypeterpan, in un post molto bello (da leggere) dice la stessa cosa, così:

Una vita lavorativa più flessibile non può spezzarsi quando si passa da un impiego all’altro, oppure da un lavoro dipendente a un lavoro autonomo, o viceversa. Chi è più mobile non può essere meno tutelato o più penalizzato: dovrebbe essere, maggiormente ricompensato, perché dà al sistema la snellezza che esso richiede. Questo principio è basilare per una sicurezza sociale che aggiorni le tutele di ieri senza rinunciare al cammino storico della solidarietà e dell’uguaglianza.

Creativi reattivi

Dariosaurus RexSe chiedi a tuo cugino se sia o meno un creativo è ovvio che, a modo suo, con buona approssimazione, nel 90% dei casi, dirà di essere tale. Ogni cugino che si rispetti è infatti creativo per definizione. Quello di Elio una volta è addirittura morto. E chi non è cugino nello spirito?

Se, invece, tu (non tuo cugino) fai il creativo di professione magari ti interessa questo approfondimento. Un servizio che ho scritto per Il Sole 24 Ore – Job 24 Online:

Chi rappresenta i lavori creativi? [Excursus sulle associazioni per creativi];
Nuovi profili, il brand designer fa gioco di squadra [Intervista a A. Marazza di Landor];
La busta paga del talento [Un’analisi di OD&M Consulting sugli stipendi dei creativi];
Tabella sulle retribuzioni dei creativi (.PDF – Fonte: OD&M Consulting).

Questa frase di Marazza di Landor mi ha colpito, particolarmente:

Se tirassimo un’ipotetica linea che unisse Jean Paul Gaultier all’ingegnere nucleare, i pubblicitari certamente sarebbero più vicini allo stilista, ma i designer stanno sul polo opposto: sono sistematici quanto gli architetti. Tutto ciò che costruiscono deve stare in piedi. Non è sufficiente essere dei guru, come va di moda oggi. Il talento, nel mestiere dei creativi che lavorano sul branding, si deve sempre confrontare con regole concrete ed essere messo al servizio del business“.

Falsi positivi

Così li chiama ISFOL. Sono i lavoratori inquadrati in maniera irregolare: hanno un contratto di lavoro autonomo, ma di fatto sono subordinati. Per stanarli ISFOL ha elaborato un sistema molto interessante, che si basa sull’incrocio delle tipologie contrattuali (forma) con le dichiarazioni dei lavoratori sulle modalità di lavoro (sostanza). Totale: 1,2 milioni di persone (5,6% della forza lavoro), senza contare i part-time involontari… I Co.co.co, i lavoratori occasionali e i Co.co.pro sono mediamente quelli con maggiori vincoli di subordinazione, o detto altrimenti, che sono impiegati in maniera “più irregolare”.

Da una parte è vero, sono i datori di lavoro a ciurlare nel manico, dall’altra, però – e questa è una mia forte convinzione personale – manca in Italia una sana cultura del lavoro autonomo. O perlomeno una coscienza dei diritti-doveri che spettano a chi sta fuori dalle imprese. Che cosa succederebbe se chi ha un falso lavoro autonomo si svegliasse domani alla mattina e incominciasse a lavorare realmente per obiettivi, senza vincoli di orario e di presenza ecc?

I risultati dettagliati di ISFOL Plus sono disponibili in questo documento (file .PDF).

P.S. L’indagine è utilissima anche per dare una dimensione reale al mondo degli atipici e a chi opera in regime di autonomia sia in maniera forzosa sia per scelta (un dato da non mischiare con gli altri!).

Contrattazione aziendale, una Cenerentola

Premi di risultato, addio. Riprendiamo di sorvolo la questione contrattazione, per completare il quadro. Mentre sindacati e Confindustria discutono sul futuro di quella nazionale, arrivano i dati CNEL (“Lineamenti di contrattazione aziendale tra il 1998 e il 2006″, file .PDF) sulle vicende che interessano gli accordi nelle imprese. Una débacle. Sembra che rappezzare il proprio stipendio discutendone direttamente con l’imprenditore non sia più una pratica così diffusa. Avviene in una azienda su dieci!

Hai voglia, come sostengono tutti, che sia necessario rilanciare la contrattazione di secondo livello… La causa – dice CNEL – è l’abbassamento della produttività. Domanda: ma viene prima l’uovo (incentivi, premi ecc.) o la gallina (aumento della produttività)?

P.S. Lascio qualche materiale utile, per approfondire: un articolo del Sole 24 Ore e uno del Corriere della Sera. Interessante anche la fuffa presentata da GIDP, del tutto distonica rispetto ai dati CNEL. Ci potevano cascare soltanto quelli di Libero Mercato :-).

Lavoro interinale e la generazione del ’70-’74

[Il tempo ha sempre due (se non più) lati. Uno scorrere oggettivo che si misura con i fatti, per quanto possibile. E il lato individuale che si staglia sullo sfondo, ma che rappresenta sempre il punto di vista presente per ciascuno di noi. In questi giorni ricorrono 10 anni dalla riforma più importante del mercato del lavoro in Italia e mi accorgo, quasi per caso, che ho iniziato a lavorare proprio in quegli anni..]

1. Una riforma “a frammentazione”

Il lavoro somministrato compie 10 anni. Invenzione del Pacchetto Treu, fu trasformato in lavoro interinale anche a tempo indeterminato (staff leasing) dalla successiva Legge Biagi. Al tema sono stati dedicati alcuni approfondimenti in questi giorni.

Per cronaca – e soprattutto per l’archivio di Humanitech – raccolgo e metto a disposizione alcuni materiali. Ci sono, per esempio, il dossier (.PDF) prodotto dal Sole 24 Ore (articoli online anche qui e qui) e i dati finanziari (.PDF) resi disponibili sulle prime 10 agenzie. Adecco ha dedicato un evento e così pure è in programma una giornata simile da parte di Ebitemp, che tra i molti dati del Centro Studi interno, mette a disposizione anche quelli sui salari [in termini relativi e non assoluti, ovviamente!] degli oltre 400mila lavoratori interinali italiani. Per chi cerca altri spunti c’è la conferenza del 20 ottobre registrata da Radio Radicale sul tema e partecipata dagli esponenti della destra italiana, oppure questo paper internazionale con dati consolidati sul 2006. Non fa male comunque buttare uno sguardo anche al blog Il Mondo Interinale o su Anagrafe Precari.

Tutto è cambiato negli ultimi 10 anni: lo dimostrano i numeri, la crescita del lavoro temporaneo e del business degli intermediari. Si sono modificate la cultura del lavoro e abbandonate certezze che alcuni non hanno neppure fatto in tempo a conoscere. Tra questi, mi ci metto anch’io.

2. La generazione del 1970-74

Questo è invece il mio lato della vicenda: sono passati proprio 10 anni da quando ho iniziato a lavorare e se penso al mio percorso professionale capisco soltanto ora molte evidenze.

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Money for something

Interessante ping-pong di cifre sulle retribuzioni degli italiani (per il lavoro dipendente) pubblicate oggi sulla stampa italiana. Da una parte il Corriere della Sera che prende come fonte Hay Group (cfr. tabella sotto), dall’altra Panorama, che cita dati di Michael Page nel servizio di Raffaella Galvani “Manager, i lavori in ascesa” (.PDF). A parte i CEO da 500mila euro l’anno e i valori per i superesperti di cui parla Panorama, credo sia utile dare uno sguardo al confronto europeo riportato dal Corriere, che svecchia gli unici dati (Eurispes) finora usati nel dibattito pubblico e risalenti al 2004.

Le Retribuzioni in Europa
Fonte: Corriere della Sera – Hay Group (nov. 2007)

Due considerazioni: 1) esclusi i dirigenti, in Italia abbiamo i valori medi retributivi più bassi d’Europa (e al netto del costo del lavoro, probabilmente ancora di più); 2) il differenziale che separa impiegati e dirigenti è il più alto. Vince forbice su sasso e carta.

P.S. In questo vecchio post trovate altri dati di dettaglio su 100 posizioni, pubblicate sempre su Panorama con dati OD&M Consulting.

Un treno chiamato telelavoro

Scioperi a ParigiBellissima storia raccontata da Loredana e Luisa su JOBTalk. Mentre campeggia nel media center del Sole 24 Ore il nuovo Eurostar che collegherà Londra a Parigi, la città francese è in ginocchio per gli scioperi delle S.N.C.F. E allora per lavorare, visto che l’ufficio è irraggiungibile, si opta per il telelavoro. E tutto funziona (per ora). Leggi la storia.

L’esempio dimostra che: a) mondo reale e ufficio sono vasi comunicanti; b) che il lavoro intellettuale è legato più alle competenze della persona che al luogo fisico o alla sedia su cui si lavora; c) talune mansioni sono facilmente decentrabili, senza perdere qualità nei risultati; d) non bisogna aspettare calamità esterne per sperimentare nuove formule di collaborazione; e) la tecnologia, come da anni scrivo anch’io nei miei libri, può realmente mettere in condizioni di esercitare in pieno funzioni legate al lavoro intellettuale dipendente e ancor più a quello autonomo.

Incontri di lavoro del terzo tipo

Mi sono perso la presentazione romana del libro di Sergio Bologna “Ceti medi senza futuro?“, ma per fortuna ho trovato questa bella sintesi sul blog SA-LA (Sapere Lavoro).

Come emerso in quella giornata, anch’io continuo a sostenere che la strada giusta per affrontare il tema della precarietà non sia tanto quello contrapporre chi ha un lavoro a tempo indeterminato a chi non ce l’ha (approccio politico-sindacale), ma puntare sulla tutela del lavoro dipendente e, con altrettanta convinzione, su quello autonomo [importante alternativa al primo]. I nuovi lavori, soprattutto quelli legati alla conoscenza, presuppongono intrisecamente la flessibilità e l’autonomia, una condizione che ha bisogno di uno Statuto nuovo e nuove forme di protezione sociale (welfare), completamante diverse da quelle che abbiamo conosciuto finora per il lavoro dipendente.

Bella la riflessione giuridica di partenza, riportata da Francesco Antonelli, che copio:

a) il lavoratore atipico non rientra nel TIPO di lavoro subordinato, previsto dal nostro Codice Civile; con il risultato di essere privato ex lege di ogni tipo di garanzia (come per esempio quelle previste nello Statuto del Lavoro);

b) i lavoratori atipici, nel contesto di uno stato assistenziale corporativo-conservatore incentrato proprio sul lavoro “tipico”, sono esclusi anche dalla cittadinanza sociale [tradotto: tutele del Welfare State];

c) l’onere della formazione del lavoratore, che in una società della conoscenza deve essere continua, ricade, nel caso dell’atipico, integralmente sulle sue spalle, senza che né lo Stato né le organizzazioni operanti sul mercato, se ne facciano carico (pur pretendendo un aggiornamento continuo).

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Salvateci da quelli col posto fisso

Come salvarsi dal posto fissoDell’insostenibile leggerezza del paradosso, ovvero di Come salvarsi dal posto fisso di Massimo Sideri. Questo libello leggero, pamphlet che si autodefinisce “politicamente scorretto” non tragga in inganno, non offre soluzioni, ma mette soltanto a nudo il Re. Raccoglie pillole dei massimi sistemi, geniali intuizioni che avrebbero meritato maggiore approfondimento [forza, Massimo, con la seconda edizione!!], ma che prendono nel libro soltanto la forma di “aforisma lungo” per dare leggerezza a temi cruciali, al centro dei campi di battaglia, obiettivo di cannoni e (troppo) forti opposizioni sociali.

L’autore si sottrae giustamente al combattimento, riproponendo il ritornello “Il posto fisso non è il paradiso!“.

La tecnica di seduzione è semplice: ridurre a paradosso la condizione del lavoratore a tempo indeterminato. Bolso, svuotato, insoddisfatto,

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