Salvateci da quelli col posto fisso

Come salvarsi dal posto fissoDell’insostenibile leggerezza del paradosso, ovvero di Come salvarsi dal posto fisso di Massimo Sideri. Questo libello leggero, pamphlet che si autodefinisce “politicamente scorretto” non tragga in inganno, non offre soluzioni, ma mette soltanto a nudo il Re. Raccoglie pillole dei massimi sistemi, geniali intuizioni che avrebbero meritato maggiore approfondimento [forza, Massimo, con la seconda edizione!!], ma che prendono nel libro soltanto la forma di “aforisma lungo” per dare leggerezza a temi cruciali, al centro dei campi di battaglia, obiettivo di cannoni e (troppo) forti opposizioni sociali.

L’autore si sottrae giustamente al combattimento, riproponendo il ritornello “Il posto fisso non è il paradiso!“.

La tecnica di seduzione è semplice: ridurre a paradosso la condizione del lavoratore a tempo indeterminato. Bolso, svuotato, insoddisfatto, vittima di nevrosi, limone da spremere (o almeno, il suo portafoglio, nei centri commerciali!), bersaglio di pubblicità, eterno bambino nell’azienda-famiglia, che balbetta e sorride vedendo il logo della società a cui appartiene e obbedisce al capo per non pensare troppo, ed essere felice. La sua immagine è mantenuta viva dalla mitologica Corporation, per perpetrare l’anelito, il desiderio di sicurezza, un miraggio irrimediabilmente perso. Dunque, “non c’è nulla di peggio che essere fissi e felici” per Massimo Sideri.

La precarietà: prima di tutto è uno stile di vita. Il tempo indeterminato, invece, un cliché. Ed è poco saggio buttarsi in questo pozzo. Come sposarsi quando si sta bene in qualità di conviventi.

Brave new precarious world

Il vero paradiso? Un mondo di sola precarietà, in cui prevalga il “pensiero precario”. Una maledizione per le aziende, perché questo renderebbe i consumatori intelligenti e spezzerebbe la funzione Felicità = Beni / Desideri. Ognuno punterebbe il binocolo dei desideri altrove: niente consumo compulsivo, vero “costo ombra” della sicurezza economica. E soprattutto sparirebbe il pregiudizio Lavoro fisso = Persona affidabile. I “senza-casta” del tempo determinato potrebbero spernacchiare i bramini, facendo di ogni lavoratore un nuovo Kerouac (=talento) in potenza. Perché questo si realizzi, rimanendo vivi dentro, “non resta che rimanere precari nello spirito, ma senza nemmeno gli eccessi alla On the road“.

Qualità o tutele?

Fin qui Massimo Sideri. Tutto il gioco narrativo s’incardina su questo principio: postdatando la gratificazione manteniamo vivo lo spirito e siamo meno soggetti allo “stress da relax” (!).

Questo a mio avviso è il cuore del libro (non quanto indicato, per esempio, da Angela Padrone. P.S. Quale idiota a tempo indeterminato se la giocherebbe mai con un precario? Il ring è stato abolito in partenza, se non erro). Un paradosso che suona molto come sostenere che l’arrampicata sia più emozionante se libera, cioè senza corda, perché impone maggiore concentrazione e “rende sempre più scaltri”. Beh, resta da chiedersi come fa chi non ha dimestichezza con roccia e polvere al magnesio.. Il grande bluff di questo splendido libretto si svela infatti facilmente, rispondendo a una semplice domanda: “Il fatto che sia ‘fisso’ un lavoro determina più le sue qualità o le sue tutele?“.

Ribaltare la logica è fin troppo semplice. Basterebbe mettere in parallelo precari e non e valutare quali siano i più stressati. Fare banali statistiche su chi si brucia interi fine settimana per far divertire qualcun altro che si fa il week-end a sciare. O sul costo orario reale tra le due tipologie di lavoratori e il ricavo per attività equivalenti. Ma non mettiamola su questo piano, è fin troppo semplice, e accettiamo per una volta la finzione che con la parola “precario” si possa indicare “una condizione dello spirito” (anche se sono in completo disaccordo).

Istinkt, trieb ed ésprit de finèsse  

Partiamo dal fattore biologico, come fa l’autore. La differenza reale che separa la scimmietta che per ogni leva tirata ottiene del cibo (lavoratore con posto fisso) e quella che riceve nutrimento secondo regole casuali (precario) non è la maggiore adrenalina della seconda, ma il fatto che la prima sia più grassa. Se conta lo specifico animale (ovvero l’istinto – risposta rigida di fronte a uno stimolo) sarà sempre la prima a vincere. Ma per fortuna siamo biologicamante indeterminati: l’istinto non ci domina, anche se alla fine sempre lì puntiamo, al cibo. Fingiamo pure sia quello dello spirito, ovvero la soddisfazione per il lavoro che facciamo. Non è del tutto corretto comunque affermare che sia meglio rimanere nell’indeterminatezza per coltivare meglio l’ésprit de finèsse. Semplicemente perché “posto fisso” non è sinonimo di “routinario”. Consente una buona dose di libertà di movimento, maggiore certamente di quella del precario. Chi ha messo il paraocchi su questa verità è giusto che venga tranquillamente buttato fuori affinché se ne accorga.   

On the road e vetture

Altre note. Un precario cerca costantemente l’espediente (poros) per risolvere l’immediato. Consuma moltissimo anche soltanto per tenere il motore al minimo. Chi ha un posto fisso può invece pensare a livelli differenti, scala le marce, viaggia comodo. Astuzia contro progettualità. Il primo deve sempre dimostrare le proprie qualità, a ogni ripartenza. Se cambia committenti poi è ancora più evidente. La sua energia genera ridondanza, consuma moltissimo e porta a un non-punto-d’arrivo. Il secondo può impiegare i traguardi raggiunti per migliorarsi, creare momenti di separazione [la vita, la famiglia, per esempio] e soprattutto non riparte mai da fermo. Chi viaggia meglio? Alla fine tutti e due possono godere dello stesso paesaggio, è vero, a meno di non farsi soffocare dalla polvere (di un ufficio). Con la differenza, però, che nel lungo termine questo diverso modo di stare in pista devasta il precario, il cui massimo dei giri produce la stessa forza della seconda marcia della vettura a fianco. Rischio grippaggio? Altissimo.

Chi vive più rilassato il viaggio?

Presentabilità e fissi senza dimora

C’è poi un fattore di significativa distanza, mai accennato nel libro. Nel mercato del lavoro esistono importanti rapporti di forza. Negarlo sarebbe stupido. E questi si basano principalmente sul potere legato alla gestione dei soldi e delle persone. Per lo più (c’è poi il potere dell’informazione, quello politico ecc., ma lasciamo perdere). Per entrare in trattative che consentono di ampliare le mie opportunità occorre che io abbia una posizione di rilievo o perlomeno paritetica con altri che mi vendono soluzioni. Esempio: se sono un giornalista del Corriere della Sera avrò sempre l’attenzione di un interlocutore, o sbaglio? Ma se sono un giornalista freelance che vuole vendere al Corriere della Sera la mia inchiesta X quante suole in più devo consumare per ottenere lo stesso risultato? Quale attenzione ricevo? Le regole, e soprattutto gli strumenti, sono diversi.

Determinati punti di arrivo non sono dunque semplici traguardi, ma luoghi da cui muoversi meglio proprio per il fatto che esistono convenzioni che trasformano le differenze in gradini di presentabilità (si vedano i limiti dello staff leasing, per esempio). Chi si ferma al primo, di questi gradini, forse non ha capito nulla, ed è un lavoratore con posto fisso da cui veramente dobbiamo salvarci. Ha molto davanti a sé e si pasce per lo scampato pericolo di non essere precario. Ma era un uomo bolso prima ancora di arrivare lì. E mi chiedo: è così vantaggioso per il dibattito associare la precarietà lavorativa alla condizione dello spirito?

Ultima modifica: 2007-10-15T12:54:14+00:00 Autore: Dario Banfi

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