Lavoro interinale e la generazione del ’70-’74

[Il tempo ha sempre due (se non più) lati. Uno scorrere oggettivo che si misura con i fatti, per quanto possibile. E il lato individuale che si staglia sullo sfondo, ma che rappresenta sempre il punto di vista presente per ciascuno di noi. In questi giorni ricorrono 10 anni dalla riforma più importante del mercato del lavoro in Italia e mi accorgo, quasi per caso, che ho iniziato a lavorare proprio in quegli anni..]

1. Una riforma “a frammentazione”

Il lavoro somministrato compie 10 anni. Invenzione del Pacchetto Treu, fu trasformato in lavoro interinale anche a tempo indeterminato (staff leasing) dalla successiva Legge Biagi. Al tema sono stati dedicati alcuni approfondimenti in questi giorni.

Per cronaca – e soprattutto per l’archivio di Humanitech – raccolgo e metto a disposizione alcuni materiali. Ci sono, per esempio, il dossier (.PDF) prodotto dal Sole 24 Ore (articoli online anche qui e qui) e i dati finanziari (.PDF) resi disponibili sulle prime 10 agenzie. Adecco ha dedicato un evento e così pure è in programma una giornata simile da parte di Ebitemp, che tra i molti dati del Centro Studi interno, mette a disposizione anche quelli sui salari [in termini relativi e non assoluti, ovviamente!] degli oltre 400mila lavoratori interinali italiani. Per chi cerca altri spunti c’è la conferenza del 20 ottobre registrata da Radio Radicale sul tema e partecipata dagli esponenti della destra italiana, oppure questo paper internazionale con dati consolidati sul 2006. Non fa male comunque buttare uno sguardo anche al blog Il Mondo Interinale o su Anagrafe Precari.

Tutto è cambiato negli ultimi 10 anni: lo dimostrano i numeri, la crescita del lavoro temporaneo e del business degli intermediari. Si sono modificate la cultura del lavoro e abbandonate certezze che alcuni non hanno neppure fatto in tempo a conoscere. Tra questi, mi ci metto anch’io.

2. La generazione del 1970-74

Questo è invece il mio lato della vicenda: sono passati proprio 10 anni da quando ho iniziato a lavorare e se penso al mio percorso professionale capisco soltanto ora molte evidenze. Ricordo un aneddoto: quando ero un laureando nel 1996, dopo il servizio civile, la prima cosa che mia madre mi consigliò di fare fu di andare a iscrivermi al collocamento. Beata innocenza. Portai un curriculum alla sede delle mia città, senza sapere che cosa ne avrebbero fatto. Dopo pochi mesi (nel ’97) la Legge Treu abolì gli uffici pubblici di collocamento. Zac, cancellato il primo destinatario di un mio CV. Era un segno, dovevo capirlo.

Da allora in poi feci di testa mia, per fortuna. Ho cambiato 5 impieghi e 4 tipologie contrattuali differenti. La media nazionale è di 3,8 lavori cambiati nella vita intera, io in 4 anni avevo già vissuto il percorso di un lavoratore italiano. Alcuni li cambiai per scelta, altri forzatamente. Ho rinunciato a un posto in un Comune, dopo avere passato un concorso pubblico. Quanto a paradossi non mancò neppure di incontrare un ex di Lotta Continua che mi mise in mano una lettera di licenziamento ad nutum e senza giusta causa, avendo io pure un contratto a tempo indeterminato! Oggi ho posizioni contributive aperte in 4 Istituti diversi, tutte inferiori a tre anni (sob) ed ironia della sorte ho iniziato a pagare le prime quote a Inps – Gestione separata esattamente quando è entrata in vigore la Riforma Dini. Altro segno.

Mi accorgo ora, dopo 10 anni, che la mia (e quella della generazione che va dal 70 al 74 – più o meno gli anni di chi, diplomato o laureato, iniziò a lavorare intorno ai 26 anni..) non è una situazione per nulla comparabile con le precedenti. Siamo lavoratori “di frontiera” in un senso strutturale, non per essere stati sussunti appartenendo a coorti differenti. Siamo figli della frammentazione e subiamo la perdita di una regola fino ad allora automatica: potere trasformare la propria forza lavoro “in conto capitale”. Non soltanto economico, ma anche in termini di diritti acquisiti.

Il passare del tempo infatti non è più una garanzia: molti come me, oramai, hanno la sensazione che non si rinforzi alcunché. Ogni volta è un nuovo inizio. Viviamo il tempo sia come opportunità sia come pericolo oggettivo, per una scomposizione e un rimando continuo nell’assumere una posizione nuova di lavoro. Si può anche vivere molto bene questo modo di intendere il lavoro (personalmente trovo più stimoli nel lavoro autonomo di qualsiasi altra situazione occupazionale!), ma restano due verità inquivocabili:

a) essere i primi ad affrontare questo stravolgimento – per altro mal supportato da uno Stato Sociale debole – che intacca la continuità del lavoro su base temporale e spaziale (la metà degli anni 90 fu anche legata all’affermarsi della logica della globalizzazione) non è semplice. Comporta l’assunzione di responsabilità personali, l’adozione di strategie e tecnologie nuove, che nessuno in precedenza aveva sperimentato. Delega, inoltre, la nostra generazione a fare da ponte verso quelli che oggi sono i giovani scontenti, laureati, sottopagati e precari di cui parlano tutti;

b) di fatto la nostra posizione si impoverisce a livello economico rispetto a quella dei nostri predecessori, alla nostra età. Il motivo è ovvio: la costruzione di un capitale personale è interamente riversato sulle spalle individuali e meno di sistema, mancando uno Stato sociale forte. Il rischio di impresa è riversato sulle nostre spalle in molti casi. La Riforma delle pensioni ci sottrae poi ricchezza e la strada alternativa del lavoro autonomo di seconda generazione patisce lo scotto di non vedere sufficienti rappresentanze a tutela dei propri interessi. Senza contare l’assenza di ammortizzatori sociali funzionanti e la concorrenza sleale del lavoro nero che non cala.

Start-up umane del 1997 e l’effetto cuscinetto

Le conseguenze del Pacchetto Treu sono perciò più nella storia di chi ha oggi 33-37 anni che in molte altre situazioni occupazionali di margine. C’è di mezzo la cultura del lavoro, la decostruzione di logiche standard, l’avvio senza riferimenti certi anche da parte di chi doveva guidarci, i percorsi accidentati, il cambiamento del concetto di “normalità”.

Non è un caso che i soggetti assenti oggi dagli interessi dei sindacati siano proprio loro, i 35-40enni, o che questa classe d’età non figuri mai nel dibattito sul precariato. E che gran parte delle donne che hanno faticato a trovare una posizione sul mercato e siano ricorse al part-time nei call center abbia proprio questa età. Ve lo siete mai chiesto perché?

Ultima modifica: 2007-11-21T16:20:01+01:00 Autore: Dario Banfi

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