La Fortune di Google

GoooogleSarà.. ma di tutti i benefit che offre Google [100.000 dipendenti nel mondo, 446 società affiliate] – nominato da Fortune la Best Company to Work for – il tempo messo a disposizione dei propri dipendenti (pari al 20% del totale) per farsi “gli affari propri” resta a mio giudizio la trovata più geniale in assoluto.

Inutile discutere delle altre opportunità/benefit.. siamo ad anni luce in Italia. Al di là degli scooter per spostarsi nel campus, di lavanderie e nursery, dog sitter o librerie interne, l’idea dell’ora in libertà però potremmo copiarla, no? Sarà mai che l’ozio diventi da reale a creativo anche nei nostri uffici..
Questo il commento di oggi sul Sole 24 Ore.

Knowledge worker e nomadismo

Ancora un bel pezzo di Roberto Venturini dal titolo “Ufficio virtuale, problemi reali” su Apogeonline che affronta a viso aperto la questione del lavoro destrutturato e di quelli che io chiamo i lavoratori “della conoscenza” e che lui definisce anche “senza fissa dimora”. Un gran bell’articolo a mio giudizio, che si allinea perfettamente a quelle che sono anche le mie osservazioni messe a fuoco negli ultimi anni e che mi hanno portato a produrre un testo come Liberi Professionisti Digitali, pensato esclusivamente per chi non ha un ufficio reale, non ha un contratto fisso (e un solo cliente) di lavoro, ma un potenziale enorme in termini di know-how e capacità di costruirsi una posizione autonoma e supportata dagli strumenti tecnologici.

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TFR e Bulgaria

Riforma del TFR

Che cosa c’entra il Trattamento di Fine Rapporto con la Bulgaria? Niente. È solo per ricordare (tanto questo è un blog, posso scrivere i titoli che mi pare..) che da ieri due cose sono cambiate nel mercato del lavoro italiano:

a) i lavoratori provenienti da Romania e Bulgaria non sono più extracomunitari;

b) i lavoratori delle imprese con più di 50 dipendenti dovranno decidere della sorte del TFR maturato a partire da.. OGGI!

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Le arti marziali della parola

La nobile arte dell'insultoCome tempo fa ebbi modo di segnalare dalle pagine del Sole 24 Ore il bel testo “L’arte del negoziato” (Corbaccio, 2005) e intervistare il suo autore William Ury, per motivi analoghi (e per riprenderci dalla sbornia di buonismo natalizio) vorrei spezzare una lancia a favore di “La nobile arte dell’insulto” di Liang Shiqiu (Einaudi, 2006), curato da Gianluca Magi. Entrambi sono testi utili quando le relazioni con il vostro capo, i clienti o il direttore si fanno difficili. Per gli amanti delle arti marziali della parola si trovano consigli interessanti, per esempio:

Quando si rivolgono critiche a qualcuno, bisogna farlo in una lingua infinitamente sottile il cui senso rimanga implicito. Conviene evitare che l’avversario si renda conto fin dalle prime parole che lo si sta criticando: è solo al termine di un certo tempo di riflessione, a poco a poco, che questi giunge a prendere consapevolezza che le parole rivoltegli erano tutt’altro che benevoli.

Nell’arte della critica, spiega l’autore, è di estrema importanza bandire l’agitazione, avere un gran sangue freddo.

Senz’ombra di dubbio, l’esperto nell’insulto possiede un contegno pacato e composto. Il modo di comportartarsi di chi appare serenamente distaccato dalle circostanze.

Queste parole mi ricordano l’atteggiamento di Giorgio Pasotti nel film Volevo soltanto dormirle addosso (la cui sceneggiatura, tra l’altro, è di Massimo Lolli direttore del personale della Marzotto), costretto a licenziare in brevissimo tempo un terzo del personale di una multinazionale francese. Di fronte al manager che gli ha assegnato questo compito ripete imperturbabile: “La stimo moltissimo”.

Cene aziendali

Vengono prima dell’albero e del presepe. C’è chi ne approfitta per fare grandi discorsi [solitamante i manger che non sanno usare la posta elettronica], chi le considera occasioni per abbassare gli utili (sob!), chi per stringere alleanze al tavolo, visto che non ci riesce alla macchina del caffè.. Per altri è semplicemente un’abbuffata come tante o un’occasione per abbordare il collega carino. C’è anche chi le usa per comunicare i licenziamenti.

L’autorità dei fannulloni

Pietro Ichino ha colpito ancora. A torto o a ragione le sue proposte continuano a far discutere. Dopo il periodo “rosso” in cui dipingeva le questioni sindacali come viziate da un’arretratezza culturale invalicabile, freno irremovibile per lo sviluppo delle relazioni industriali e della trattativa delocalizzata, siamo entrati nella fase del “fannullonismo”.

Serve un’Authority che controlli la Pubblica Amministrazione, dice. I fannulloni sono troppi e appesantiscono la PA. Tempo due ore dopo la formulazione di un disegno di legge in materia da depositare in Parlamento per interposta persona che i sindacati l’hanno subito messo in croce.

La questione è delicata visto che i 4 milioni di pubblici impiegati gestiscono il 46% del nostro PIL. Oggi McKinsey usa termini più sofisticati, parla di recupero della produttività, ma il concetto è uguale. Nessuno ha obiettato. Questo significa che hanno ragione tutti, era soltanto una questione di linguaggio. Si continuerà come prima.

Il talento di non disturbare

Rosanna Santonocito sul Sole 24 Ore mette a fuoco ancora una volta, giustamante, il tema del talento e della difficile se non inesistente valorizzazione delle professionalità, vero lato oscuro delle imprese italiane. Nella bella intervista a Pier Luigi Celli si legge tra le affermazioni del direttore generale della Luiss:

Al di là dei talenti, le risorse umane sono commodity disponibili sul mercato in quantità, con un costo standard che tende al ribasso. Le aziende non sono disponibili a valorizzarle come fanno con i talenti, che però sono sempre scelti tra coloro che non disturbano“.