Una moda recentissima, testimoniata da molti commentatori del mercato del lavoro (e soprattutto della Legge Biagi), giornalisti e autori di libri, è di considerare la flessibilità come una condizione dello spirito, una qualità legata all’impegno che – se sincero – verrà premiata. Per loro l’happy end è sempre prima dei titoli di coda che chiudono la saga della precarietà e la ribattezzano, ex post, “flessibilità”. Una logica un po’ “hegeliana”, un po’ ruffiana. Purtroppo, però, non sanno mai indicare quanto durerà il film e come mai per qualcuno la sintesi non arrivi mai.
Dipendenti o assuefatti?
Risorse antistress per “solo worker”
Le segnala Bootstrapper, con la lista “57 Tips and Resources to Make Solo Work FUN!“. Mi piace molto l’espressione “relaxify your workplace” (meno i modi per raggiungere l’obiettivo) e questa idea irrealizzabile: “Challenge yourself to get more done in less time, and force yourself to take a break every week by simply cutting out Fridays“. Insomma, niente venerdì.
Sentite poi questa espressione: “Procrastination isn’t evil“. Magnifica. Senza parlare della regola 27, troppo cool: lavorare al bar. Tra radio e Tv online, blog, pennichella pomeridiana alla fine c’è veramente da non fare più una beata.
Flexibility? Yes, of course
[Quando il dibattito si impadronisce delle parole è difficile trovare spunti freschi e valutare il nuovo. Il termine “flessibilità”, per esempio è nell’uso comune contrapposto alla precarietà. La flexibility, tuttavia, non ha lo stesso significato in Europa e neppure per chi un lavoro lo ha stabilmente. Anche un dipendente cerca flessibilità. Sì, ma in che senso?]
Beyond Boundaries (file .PDF, 980 Kbyte) significa dietro alle quinte, al di là dei confini. E già questo mette in guardia: le aziende sono territori ben protetti. Li ha perlustrati Orange Business Services, con una survey condotta sulla base di 1.440 interviste a lavoratori dipendenti, affrontando il tema della flessibilità, intesa come nuovo modo di interagire con l’organizzazione per trovare soluzioni lavorative adatte alle singole persone. Tempo e luoghi, ma anche responsabilità e livelli di soddisfazione (e stress) sono state messe sotto la lente d’ingrandimento.
Le tipologie di lavoro flessibile nelle imprese del Regno Unito
Queste le evidenze generali [all’interno del “confine” UK]:
– la metà (53%) della popolazione lavorativa del Regno Unito ha già forme di flessibilità (Cfr. grafico), ma il 23% dei lavoratori non ha accordi formali con l’azienda;
– il 50% dei dipendenti afferma che l’opportunità di lavorare in maniera più flessibile è un fattore importante nella scelta del prossimo impiego. Nei 12 mesi a venire, però, soltanto il 24% degli intervistati ha intenzione di cercare realmente un lavoro più flessibile;
– due terzi sostiene che sarebbe un ottimo benefit guadagnare tempo nel viaggio; tre quarti che un lavoro flessibile aiuterebbe a raggiungere una maggiore concentrazione;
– un beneficio che ci si aspetta dal “lavoro flessibile” è nell’85% dei casi quello di poter lavorare “a proprio agio”, poi si scopre però che tra chi ha già modo di lavorare in maniera flessibile il 45% svolge attività lavorative durante il tempo libero, alla sera e al week-end;
– chi guadagna di più sembra avere un maggior controllo sulle ore lavorate in confronto a chi ha retribuzioni più basse.
In altre parole, la reale flessibilità è più un desiderio che una certezza. Sebbene diffusa come formula, rischia di riempire spazi vuoti più che crearli e invade il tempo libero, la sera e i fine settimana. Soprattutto nelle fasce medio basse di lavoratori.
La terza settimana di settembre
Sembra che gran parte delle persone che hanno terminato le ferie alla fine di agosto si stia risvegliando dal torpore generato dalla troppa esposizione al sole soltanto in questi giorni.
Malelingue
Rischia il posto di lavoro chi parla male dell’azienda. Lo dice la Cassazione. Articoli su La Stampa, Il Corriere della Sera, La Repubblica, Il Sole 24 Ore, Il Giornale ecc.
Nessuno che abbia ricordato come siano a rischio di conseguenza il 100% dei lavoratori dipendenti ;-)
P.S. Se siete lavoratori autonomi, invece, nessun problema a pensare male di ciò che fate. Anche se ci beccate.
Diritti reali, sciopero virtuale
Il primo “sciopero virtuale” non poteva che essere indetto dai lavoratori di una grande azienda informatica. I rappresentanti delle RSU di IBM (organizzatissimi via Web!) lanciano l’allarme: “Tenetevi pronti!“. L’Unità spiega meglio: saranno gli avatar dei dipendenti della multinazionale a incorciare le braccia su Second Life. Tra pochi giorni, si dice.
P.S. Due domande sorgono spontanee: 1) visto che saranno sospesi i servizi virtuali, il giorno di lavoro verrà tolto dalla busta paga reale? 2) e se i vertici di IBM sono disposti a concedere un aumento, ma soltanto su Second Life, come risponderà il sindacato?
Nostalgia da ufficio
Temi leggeri, ogni tanto. Soprattutto in dirittura d’arrivo per le ferie. Se poi non partite, beh, godetevi ugualmente questi video che hanno la capacità di far passare all’istante la nostalgia da ufficio, quell’amara sensazione di avere sbagliato a lasciare il lavoro in estate e che potrebbe venirvi sotto l’ombrellone, quando sarete circondati da 100mila vacanzieri assatanati di relax.
Cavalieri poveri
Manpower e AIDP hanno lanciato il Premio per il lavoro, concorso per il riconoscimento del “talento e dell’eccellenza”. Le modalità non sono ancora ben definite (il bando esce il 1° settembre), ma si evince dal sito che le candidature per le categorie Operaio, Impiegato, Quadro, Dirigente, HR Manager, Lavoratore extra-comunitario e Collaboratore esterno dovrenno essere fatte via Web dai direttori del personale di ciascuna azienda. I comitati di valutazione prevedono un parterre de roi (Tiziano Treu, Nicola Rossi, Corrado Calabrò, Giovanni Floris, Daniele Capezzone ecc.), mentre le premiazioni vedranno la presenza di Mauro Mazza e Giovanna Milella. I premi non sono ancora definiti.

P.S. Non chiedetemi perché, ma la prima cosa che mi è venuta in mente sono alcuni tappeti che trovai nei mercatini di periferia di Mosca sei anni fa, molto belli e lavorati, con i classici simboli sovietici (compresa l’immagine di un operaio), in tessuto rosso, ricamati in similoro e una frase che mi feci tradurre e che inneggiava al valore del lavoro. Erano premi che venivano assegnati ai migliori lavoratori dell’anno ufficialmente dall’ex Unione Sovietica. Davano prestigio, come se fossero medaglie. Si potevano appendere, come arazzi, vista la bellezza della lavorazione o mettere per terra e calpestare. In molti, per ricavare qualche rublo e sbarcare meglio il lunario, avevano deciso di venderli come souvenir agli stranieri appassionati di cimeli del Regime.
Le ombre dello staff leasing
Guardiamo al lato pratico, a che cosa succede, non alle beghe politiche. Lo staff leasing nella sua formula che prevede assunzioni a tempo indeterminato è una novità la cui bontà o inadeguatezza devono essere ancora dimostrate. A questo proposito ieri ho raccolto in maniera molto informale, durante una chiacchierata con persone in staff leasing presso una multinazionale, alcuni fatti per valutare meglio.