Tu chiamalo se vuoi forfettone

Novità della Finanziaria 2008. Segreti da tenere stretti, se chiedete al vostro commercialista, giusto perché spiegano come fare a meno di lui. Per chi è interessato, a ogni modo, è meglio che si dia una mossa, perché non deve fatturare con IVA già dal primo gennaio.

Che cos’è sto forfettone? “Un regime semplificato di tassazione per gli imprenditori minimi o marginali” (= partite IVA) che prevede l’imposta secca del 20% per chi ha un giro d’affari inferiore a 30.000 euro lordi annui in sostituzione di Irpef, Irap e addizionali“.

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Falsi positivi

Così li chiama ISFOL. Sono i lavoratori inquadrati in maniera irregolare: hanno un contratto di lavoro autonomo, ma di fatto sono subordinati. Per stanarli ISFOL ha elaborato un sistema molto interessante, che si basa sull’incrocio delle tipologie contrattuali (forma) con le dichiarazioni dei lavoratori sulle modalità di lavoro (sostanza). Totale: 1,2 milioni di persone (5,6% della forza lavoro), senza contare i part-time involontari… I Co.co.co, i lavoratori occasionali e i Co.co.pro sono mediamente quelli con maggiori vincoli di subordinazione, o detto altrimenti, che sono impiegati in maniera “più irregolare”.

Da una parte è vero, sono i datori di lavoro a ciurlare nel manico, dall’altra, però – e questa è una mia forte convinzione personale – manca in Italia una sana cultura del lavoro autonomo. O perlomeno una coscienza dei diritti-doveri che spettano a chi sta fuori dalle imprese. Che cosa succederebbe se chi ha un falso lavoro autonomo si svegliasse domani alla mattina e incominciasse a lavorare realmente per obiettivi, senza vincoli di orario e di presenza ecc?

I risultati dettagliati di ISFOL Plus sono disponibili in questo documento (file .PDF).

P.S. L’indagine è utilissima anche per dare una dimensione reale al mondo degli atipici e a chi opera in regime di autonomia sia in maniera forzosa sia per scelta (un dato da non mischiare con gli altri!).

Il futuro del sindacato

Segnalo i materiali pubblicati sul sito della Fondazione Giulio Pastore e relativi agli interventi (quasi 50!) esposti al convegno “Quali politiche e quale organizzazione per un sindacato vitale, in crescita, capace di rappresentare i lavoratori del 21° secolo?”. Su SA-LA anche alcune interessanti considerazioni di Giulio Marini, che si esprime così in merito all’opportunità di fare emergere nuove forme di rappresentanza per i lavoratori autonomi di seconda generazione e “della conoscenza”:

È possibile tuttavia che questa attuale incapacità di rappresentare, anche a livello ideologico, i lavoratori della conoscenza – siano essi i nuovi operai, ovvero gli operatori; piuttosto che gli (pseudo-)professionisti senza albo – perduri all’interno del sindacato. A quel punto da sociologo del lavoro, e non quindi da ricercatore, sarebbe opportuno prevedere per il bene del Paese e dei lavoratori e delle relative famiglie (se ne avranno…) che il sindacato perda potere.

Freelancers Union, intervista alla Horowitz

Il Manifesto ieri ha pubblicato una bella intervista a Sara Horowitz a capo della Freelancers Union, sindacato dei lavoratori autonomi negli Usa. Sul tema scrissi (oltre un mese) fa un pezzo sul Sole 24 Ore dal titolo “Un sindacato delle partite IVA. Negli Usa c’è.” Dice la Horowitz:

Il primo passo da fare è la presa di coscienza che i lavoratori indipendenti sono una forza lavoro che hanno diritti negati. È un passaggio necessario, visto che la sinistra tradizionale americana continua a proporre un ritorno al sistema fordista per affrontare le sempre più pesanti condizioni di vita e lavoro degli «indipendenti» o di quella forza-lavoro che spesso in Europa chiamate precaria. Il passaggio successivo sta nel promuovere forme organizzative adeguate a figure lavorative con caratteristiche molto diverse da quelle che hanno invece costituito le organizzazioni sindacali tradizionali.

I riferimenti alle analisi di Richard Florida sono espliciti e così pure il focus sul lavoro intellettuale autonomo. Uno dei temi importanti citati è appunto la tutela della proprietà intellettuale, che è curiosamente anche uno degli elementi chiave emersi nel Primo Congresso dei Freelance 2007 in Italia. C’è poi il problema della disoccupazione, che qui da noi, per gli autonomi, chiameremmo del “reddito di cittadinanza” o del riformismo radicale. Dice la Horowitz:

La nuova forza lavoro è atomizzata, individualizzata e frammentata. Abbiamo così cominciato a parlare tra di noi perché è meglio ritrovarsi insieme che stare ciascuno per conto proprio. Abbiamo così scoperto che ciò che accadeva a ognuno di noi non era un problema individuale ma rispecchiava una condizione generale. Freelancers Union è quindi da considerare un’associazione di mutuo soccorso, di cooperazione….

Ho come l’impressione che non sia troppo distante dalle problematiche italiane. Questa donna mi piace.

Dalla parte dell’attore

Una moda recentissima, testimoniata da molti commentatori del mercato del lavoro (e soprattutto della Legge Biagi), giornalisti e autori di libri, è di considerare la flessibilità come una condizione dello spirito, una qualità legata all’impegno che – se sincero – verrà premiata. Per loro l’happy end è sempre prima dei titoli di coda che chiudono la saga della precarietà e la ribattezzano, ex post, “flessibilità”. Una logica un po’ “hegeliana”, un po’ ruffiana. Purtroppo, però, non sanno mai indicare quanto durerà il film e come mai per qualcuno la sintesi non arrivi mai.

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Creativa è la classe

Corteggiatissima, la classe creativa ogni tanto alza la testa. Non per vanità – credo che i proclami di W. Veltroni (si veda il pamphlet “Un piano per sostenere la classe creativa” pubblicato sul Sole 24 Ore, in luglio, e il commento di Alberto Abruzzese) o i siti vetrina dell’Ulivo non abbiano sortito effetti di rilievo – ma per necessità. Per prendere aria.

Molte risposte parziali al perché questo sia necessario, almeno per il mondo della ricerca, si trovano raccontate scientificamente in Intelligenze Fuggitive (a cura di Gigi Roggero), testo neppure troppo datato. Senza complicare troppo la questione :-) c’è anche un livello più banale ed è quello dell’organizzazione e dell’esercizio libero del proprio lavoro e della tutela dei propri diritti.

Primo Congresso Freelance 2007 - ADCI

Temi che ieri hanno raccolto nell’Aula Magna del NABA – Nuova Accademia delle Belle Arti di Milano oltre 250 creativi indipendenti che nell’epoca della “manodopera intellettuale a basso costo” rischiano di farsi travolgere dallo shopping sfrenato di idee che l’impresa markettara di oggi tritura senza sosta.

[Illustrazione di Lucilla Lanzoni, art director milanese]

Su JOBtalk ho riportato alcuni spunti emersi durante il “Primo Congresso dei Freelance 2007” (qui vi lascio una versione estesa dell’articolo in formato .PDF).

Il problema è il solito: acquisire una posizione competitiva come lavoratori autonomi. Sul fronte dell’innovazione i creativi non hanno nulla da imparare. Si auto organizzano, eliminando perfino barriere fisiche e uffici. Si veda il bel servizio [che mi ha segnalato Anna, grazie!] riportato su D-Web sulla nuova famiglia di “Digital Bohème”, (alle pagine 130-1, 132-3 e 134 del numero 566 del Magazine). Ma la questione della tutela della professione è molto diversa. L’Art Directors Club Italiano ha deciso di promuovere per loro una nuova associazione che supporti il lavoro dei freelance attivi nel segmento della creatività (moda, design, pubblicità). Sul blog BolleBlu e su quello di ADCI si possono trovare maggiori dettagli e seguirne le evoluzioni.

[Last but not least. Segnalo agli appassionati del tema “freelance” due bellissime ricerche appena pubblicate nel Regno Unito sulla consistenza del business generato dai creativi di Londra e sul salario e le condizioni dei “solo workers”, i lavoratori autonomi. I due studi (in .PDF) sono “London’s Creative Sector: 2007” e “Freelance and Interim Salary & Benefits Survey“, quest’ultimo una vera chicca per capire le retribuzioni in UK, recruiting, longevità e motivazioni dei freelance. Fonte Web: qui]

Creative CampP.S. Stavo quasi dimenticando. A chi interessa [a me no, per esempio], e di tutt’altro genere, sabato 6 ott. si tiene l’ennesimo camp. Questa volta Creativo.

Gestione separata dal resto del mondo

Studio ACTA Pensioni Professionisti con Partita IVASegnalo lo Studio (file .PDF) molto accurato realizzato da ACTA sulla pensione di chi lavora come professionista con partita IVA (senza un Albo Professionale) e sulla Gestione Separata INPS, considerata senza mezzi termini dall’associazione dei consulenti del terziario avanzato “il sistema previdenzale più iniquo della storia d’Italia”.

In sintesi, i maggiori nodi di INPS 2 oggi sono:

  1. l’impossibilità di cumulare automaticamente e senza costi aggiuntivi tutti i contributi versati in diverse casse e gestioni (la recente modifica sul ricongiungimento pone anche il limite minimo di contribuzione di 5 anni per ciascuna posizione..);
  2. il fatto di scaricare sul lavoratore costi non sostenibili, in nome di un principio di solidarietà “al contrario”, che toglie a chi non ha mai avuto accesso ad alcuna tutela sociale per assicurare il mantenimento di privilegi acquisiti da chi invece ha pienamente sfruttato il welfare state (e qualche volta abusato di esso) [detto altrimenti: Inps2 riversa la sua liquidità nella ragioneria generale dell’Inps];
  3. il costo più elavato rispetto a tutte le altre tipologie di autonomi (artigiani, commercianti, professionisti con ordini) e, diversamente da quanto comunemente ritenuto, costoso quasi quanto quello per i dipendenti, ma nettamente più avaro nelle sue prestazioni;
  4. la bassa restituzione in proporzione a quanto versato;
  5. l’applicazione a tutti, indipendentemente dall’età, del regime contributivo puro;
  6. l’impossibilità di avere uno spazio per la previdenza complementare [infatti il TFR chi ce l’ha?].

 

Questo uno schema sul costo della contribuzione dei collaboratori con Partita IVA rispetto ad altre categorie.
Contributi pensionistici obbligatori per diverse tipologie di lavoro autonomo

Contributi Obbligatori per PARTITE IVA

A mie spese

Ogni lavoratore freelance sa che durante il mese è indispensabile ritagliarsi una o due giornate da dedicare al recupero crediti. Quello che nelle imprese fanno in amministrazione, il buon tuttofare autonomo se lo deve fare per conto suo. E a causa dell’ignoranza dei lavoratori dipendenti, e della mancanza di cultura d’impresa dei Dilbert nostrani in materia di rimborsi e costi, molto spesso c’è chi se la prende in quel posto.

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