A mie spese

Ogni lavoratore freelance sa che durante il mese è indispensabile ritagliarsi una o due giornate da dedicare al recupero crediti. Quello che nelle imprese fanno in amministrazione, il buon tuttofare autonomo se lo deve fare per conto suo. E a causa dell’ignoranza dei lavoratori dipendenti, e della mancanza di cultura d’impresa dei Dilbert nostrani in materia di rimborsi e costi, molto spesso c’è chi se la prende in quel posto.

Per un lavoratore autonomo, oltre a svolgere il cuore della propria attività (per me è scrivere), fare offerte, cercare clienti, curare le relazioni pubbliche, il rapporto col commercialista, l’acquisto e la manutenzione degli strumenti, pagare Mav/Rav/Salcaz di ogni tipo, aggiornarsi, tenere la contabilità, stabilire fornitori di servizio e locazioni, seguire che diamine succede nelle organizzazioni professionali ecc. c’è poi l’annoso problema della gestione delle spese. Una spina nel fianco. Dopo lunghi anni ho capito oramai che esistono differenti tipologie di approccio alla questione e che non dipendono mai dalla volontà del fornitore, se questo è un lavoratore autonomo. Peggio ancora un knowledge worker. Le posizioni possibili che ho personalmente riscontrato presso imprese e lavoratori dipendenti sono:

– sì, so che hai delle spese, ma io ti pago un tot, poi sono affari tuoi [quando però si discute il “tot” lo si valuta come lavoro senza spese] – questo è il metodo del “doppio peso”;

– sì, so che hai delle spese, ma visto che la nostra amministrazione è troppo complessa, preferisco pagarti di più (falso) e poi sono affari tuoi – noto come metodo del “falso interesse”;

– spese? che spese vorresti avere per scrivere un articolo o un libro? – conosciuto come sistema del “sufficit gloria sempitura“;

– non sapevo avessi delle spese, lo scopro ora che leggo questo post [nessun metodo, si tratta di pura ingnoranza];

– ti rimborsiamo tutte le spese che puoi giustificare, ma metticele in fattura, che puoi emettere soltanto a lavoro finito, dopo che ti abbiamo passato un numero d’ordine, che ci mettiamo circa un mese a produrre. Ah, dimenticavo, la fattura si paga a 90 giorni fine mese dalla data di emissione, anche se ogni tanto capita che andiamo a 120 giorni [questo è il noto metodo del “babbo di morto” sommato al cosiddetto “credito ai banchieri”] e miraccomando nessun interesse legale ti è dovuto;

– solitamante lasciamo che i fornitori aggiungano un 10% forfetario alle fatture, ma visto che non sei un’impresa di consulenza, ma un libero professionista, questo non è consentito, ma non ti preoccupare, chiedi al tuo commercialista come scaricare le spese [detta anche “inculata”];

– ti rimborsiamo tutte le spese che puoi giustificare, secondo dei tetti prestabiliti, ma quando le metti in fattura devi calcolare Iva e ritenuta d’acconto anche sulle spese, in altre parole devi fare credito allo Stato, ma non ci pensare, ti torna indietro tutto, con la dichiarazione dei redditi o nel trimestre successivo [non si perde nulla, ma il metodo è detto anche del “credito d’impostori”].

Questi sono i casi che devo gestire ogni fine mese. Il fatto interessante è che non soltanto esiste una scarsa attenzione alle spese di produzione, che incidono in termini diretti alla riduzione di un reddito che altri pensano di essere così magnanimi da contribuire a generare nei tuoi confronti, ma anche un secondo  livello, meno visibile. Sono le spese di gestione ordinaria: acquisto del computer, benzina, telefonate, collegamento Internet, per chi ha un ufficio fuori casa c’è l’affitto, il commercialista, carta, toner ecc. Tutto ciò che in un’impresa solitamente gestisce un facility manager e consente a un dipendente di mettersi comodo, avere tutto ciò che serve a una scrivania, ricevere una busta paga a fine mese (nel senso di pagare chi la redige), trovare l’ufficio pulito e via discorrendo.

Ebbene, voi sommate tutte le spese di gestione e dividete per numero di giorni lavorati. Su chi vanno caricate? A mio avviso sono implicitamente da aggiungere a un valore determinato dal costo orario della prestazione lavorativa. Come minimo. Senza fare i capitalisti arrembanti ;-) Il problema è che nelle imprese italiane affermare determinati costi orari è impossibile. Se poi non si riescono a estrapolare le spese dalle fatture o scalare determinati costi indeducibili (si pensi, per esempio, al fatto che sia indeducibile il 50% della formazione pagata in prima persona per imparare a svolgere un’attività specifica di consulenza) si giunge al paradosso che un lavoratore autonomo arriva a fine anno a pagare le tasse sulle spese. Entra cioè reddito, ma non riesce a estrapolare le spese o farsele rimborsare.

Tutto questo per dire che cosa? Mi limito a un paio. La prima: il sistema d’impresa che sceglie lavoratori autonomi per abbassare i costi interni e non riconosce loro le spese di gestione o di produzione è colpevolemnte responsabile di uno strozzinaggio senza giustificazioni. E con sistema d’impresa intendo anche e soprattuto i referenti diretti, le persone che fanno finta di non capire, si mascherano dietro a responsabilità amministrative e robe simili. E’ uno dei capitoli più tristi dell’irresponsabilità sociale d’impresa e di cui nessuno mai parla. Il fatto di scaricare sulla filiera l’ammortamento del Capitale senza pagarne gli interessi passivi è una porcheria che toglie valore aggiunto alla consulenza. Per un lavoratore della conoscenza, poi, il cui lavoro viene percepito come aleatorio, effimero, intellettuale ecc. il fatto è ancora meno palese. Ma esiste, ve l’assicuro. E costa.

Per chiudere vi faccio soltanto un esempio. La peggiore situazione in cui sono incappato, poi giudicate voi.

Ho calcolato che senza muovere un dito, soltanto per il fatto di avere un lavoro autonomo (e neppure troppo costoso in termini di capitale investito in strumenti o locazioni), spendo 18-20 euro per giorno lavorato [commercialista, ammortamenti di PC ecc..]. Ebbene, una volta mi è stata commissionata un’intervista a un esperto che stava all’estero. Raggiunto sul cellulare, con telefonata di mezzora in orario di punta (spesa di produzione di circa 6-7 euro), ho ricavato dal pezzo 28 euro netti post tasse e contributi. Nessuna spesa rimborsata, ovviamente. Utile? 1 euro, pari a meno dell’1% del fatturato lordo relativo alla singola attività (articolo). I casi sono due: si molla il cliente o si smette di lavorare.

Come chiamare tutto questo? Io direi irresponsabilità sociale d’impresa.

Ultima modifica: 2007-05-31T11:19:24+02:00 Autore: Dario Banfi

0 commenti su “A mie spese”

  1. Sincero, dettagliato, cinico, commovente, kafkiano… potrebbe essere il Manifesto 2007 del freelance. E poi dicono che noi non-contrattualizzati non dovremmo scioperare da soli… E intanto i professionisti se ne fregano, alla faccia della solidarietà di categoria… Solo adesso si sono svegliati, perchè hanno capito che gli editori li vogliono far diventare come noi… Sono talmente arrabbiato che a volte mi verrebbe da essere contento se la spuntassero gli editori…

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