Dalla parte dell’attore

Una moda recentissima, testimoniata da molti commentatori del mercato del lavoro (e soprattutto della Legge Biagi), giornalisti e autori di libri, è di considerare la flessibilità come una condizione dello spirito, una qualità legata all’impegno che – se sincero – verrà premiata. Per loro l’happy end è sempre prima dei titoli di coda che chiudono la saga della precarietà e la ribattezzano, ex post, “flessibilità”. Una logica un po’ “hegeliana”, un po’ ruffiana. Purtroppo, però, non sanno mai indicare quanto durerà il film e come mai per qualcuno la sintesi non arrivi mai.

Se fosse semplicemente letteratura o filosofia, il problema non si porrebbe. Ma non è così.

A me piace sgomberare il campo e non mischiare mai la condizione esistenziale con il tema della precarietà. Perché chi lo fa non soltanto apre la strada al possibile ricatto morale di indicare come “codarde” le persone che non rischiano o accettano condizioni instabili temporanee, ma rinforza anche una dietrologia di basso profilo che ha fatto diventare regola l’idea che “un lavoro precario sia meglio di nessun lavoro!”. Meglio sfruttati di sfaticati. Rabbrividisco. Se amo o odio il mio lavoro, se è un sacrificio o metto grande entusiamo nello svolgere questa o quella professione in un determinato modo che cosa c’entra con il mio contratto di lavoro? Allo stesso modo siamo così sicuri che sentirsi “in trappola” o “realizzati” come dipendenti sia soltanto un problema individuale?

Tolto il fattore personalistico, morale, estetico (“diventi un barbone” senza lavoro!), che cosa resta dunque per affrontare la questione?

I rapporti formali che esistono tra datore di lavoro e prestatore d’opera.

A me piace partire da un diverso punto di vista quando si parla di precarietà e flessibilità. Non so se siete d’accordo, ma credo che i “generi cinematografici” (posizioni nel rapporto) siano soltanto tre, senza troppe variazioni o contaminazioni. Li presenta bene Bolleblu nel bel post “Imprenditori, liberi professionisti e dipendenti. Tre tipi, tre menti.” (alla voce liberi professionisti io sostituisco tranquillamente quella del lavoratore autonomo). La partizione è chiarissima a chi opera come “indipendente” sul mercato, proprio perché sta nel mezzo, e mi fa piacere che si incomincino a leggere post improntati a questo modello.

La recente discussione sul contratto unico, per esempio, ha scoperchiato la pentola. In pochi hanno colto la questione, concentrati su Veltroni o Boeri più che sulla sostanza. La reale esigenza oggi inascoltata non è quella di avere pari tutele in partenza, ma certezza nella progressione delle tutele nel percorso di inserimento. E se questo inserimento non è previsto, che sia chiarito subito e si dia spazio alla costruzione di una seria posizione di lavoro autonomo, perché così si risparmia tempo nel trovarsele da soli le tutele o diventare magari anche piccoli(ssimi?) imprenditori.

Precarietà [su questo blog] è sinonimo dunque di ambiguità (sfruttamento consapevole) in relazione alla progressione delle tutele verso quegli standard presenti in impresa. Flessibilità, invece, è la condivisione del rischio, con incentivi e traguardi certi. Questo deve trovare via formale di definizione, non una pacca sulla spalla, titoli onorifici o la compiacenza.

Il resto della casistica? Lavoro autonomo! Di pari grado in termini di libertà rispetto a quello svolto nell’impresa nel suo complesso (non importa da chi). Quartum non datur.

Niente storie a lieto fine o passione (“Che bello hai studiato tanto, ce l’hai finalmente fatta!“) – anche se è ovvio che sia il genere più visto, che tutti vogliono sia proiettato in sala -, ma soltanto la giusta allocazione delle forze in campo (“Hai ottenuto progressivamante ciò per cui tu e l’altra parte vi siete impegnati..“). Non è più onesto intellettualmente?

Quando è troppo spudorata la reiterazione di una posizione dominante sull’altra, che non svincola il lavoratore autonomo o promette [e mantiene] le tutele che spettano a un lavoratore dipendente, anche la condizione dello spirito infatti si fiacca: l’happy end diventa aleatoria. Non costituisce prova di alcunché. La pellicola si spezza proprio, al di là di ogni buona storia in essa contenuta. E addio pure alla facile letteratura.

Ultima modifica: 2007-10-12T13:24:54+02:00 Autore: Dario Banfi

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