Lo scandalo previdenza approda in Senato

Sempre in relazione quanto sta accadendo ai lavoratori autonomi, professionisti con partita IVA. Dai resoconti stenografici di Martedì 24:

ICHINO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ICHINO (PD). Signora Presidente, il Governo, per bocca del Ministro del lavoro, in diverse occasioni e in interviste su vari giornali, ha preannunciato un aumento dei contributi previdenziali per tutta l’area del lavoro parasubordinato,  cioè delle collaborazioni autonome continuative. Su questo terreno va ricordato che esistono collaboratori autonomi continuativi sostanzialmente equiparabili ai lavoratori subordinati, ma esistono anche collaboratori autonomi che sono sostanzialmente dei liberi professionisti, per i quali il contributo grava sul fatturato al lordo delle spese di produzione del reddito. Ora, un contributo che oggi è al 27 per cento del fatturato e che viene portato al 28 o al 29 per cento del fatturato significa, in questi casi di vero lavoro autonomo, una contribuzione che supera il 50 per cento dell’utile del lavoratore. Credo che sia essenziale ed urgente che il Parlamento affronti questo problema, per arrivare alla indispensabile distinzione tra i casi di vera situazione di dipendenza economica e i casi in cui invece la collaborazione continuativa è equiparabile al lavoro libero professionale o alla piccola impresa. Altrimenti, noi perpetuiamo una sostanziale rapina ai danni di una categoria importante, che supera il milione e mezzo di lavoratori realmente autonomi iscritti alla gestione separata dell’INPS. (Applausi dal Gruppo PD).

Update sul caso: Daghetti di ACTA fa il punto su Corriere.it sulle aliquote previdenziali di lavoratori dipendenti, professionsiti, partite IVA ecc.

Accorgimenti anticrisi per freelance

Come è noto, se non siete lavoratori dipendenti nessuno vi offre supporto economico di alcun genere e spesso neppure consigli. Da Small Business Trends (da leggere anche i numerosi commenti..) arriva, al contrario, qualche suggerimento concreto per non incappare nella crisi più nera. Utili se siete lavoratori autonomi, freelance e piccoli imprenditori.

In questa rapida traduzione, leggermente adattata e sintetizzata, ecco qualche idea su come mettere a registro le vostre attività:

  • Guarda al tuo sito Web, ai prodotti e servizi offerti con gli occhi di un potenziale nuovo cliente. Magari fai un test informale con persone che non conosci, visto che sei troppo coinvolto nei tuoi progetti;
  • Cerca di comprendere quali decisioni siano veramente dovute ad “atteggiamenti” e quali siano più utili per migliorare la vita ai tuoi clienti o produrre ricavi. Non c’è nulla di cui vergognarsi nell’avere una personalità forte, ma è meglio scegliere ciò che produce gli effetti più durevoli;
  • Diminuisci l’attenzione verso quelle attività che ti ostini a volere svolgere da solo perché sai di poterle fare più velocemente e al meglio se non sono direttamente produttive. Magari delega (se puoi), oppure stabilisci una giusta priorità temporale;
  • Cerca di aumentare la tua visibilità nei social newtwork;

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Chi tocca muore (di fame)

Onestamente non ho approfondito molto, ma mi pare che Rotondi non abbia detto di abolire la pausa pranzo come molti hanno scritto, bensì di lasciare libertà di gestirla. Il che mi trova ampiamente d’accordo, non fosse altro che per il fatto di essere il capo di me stesso. Da anni oramai faccio pause in maniera disordinata, ma secondo un principio elementare: mi fermo quando si interrompe un flusso di lavoro preciso, imposto dalla logica interna di ciò che sto svolgendo. Inutile dire che questo significa mangiare tra le le 12.00 e le 15.00 (raramente salto anche) senza difficoltà.. e che mi restituisce la chiara percezione di non buttare via tempo, visto che il tempo non me lo paga nessuno. A chi però il tempo lo pagano al minuto (come nel pubblico impiego) è ovvio che puntare su piccoli accorgimenti che aumentano la produttività dia fastidio. Si vanno a toccare diritti fondamentali, compreso quello di avere una gabbia temporale in cui stare al sicuro perché così altri decidono per te come comportarti. E se ti dicono “sentiti libero di migliorare la tua produttività”, magari guadagnando tempo a fine giornata, apriti cielo. Se invece qualcuno, con l’appoggio del sindacato, si inventa che i posti dei padri debbano passare per una corsia privilegiata ai figli, mantenendo privilegi acquisiti – a questo punto in maniera dinastica, con buona pace di tutte le chiacchiere sul merito e sulla scelta dei candidati migliori – allora zitti, che altrimenti qualcuno muore di fame.

L’impresa di trattare con le imprese

Freelance di tutto il Web unitevi! Martedì 17 si parla ancora delle difficoltà che abbiamo nelle relazioni con le imprese, ma sarà anche una buona occasione per incontrarci. La sala è già piuttosto affollata, ma ti teniamo un posto! L’ingresso è libero, ovviamente. Ci saranno le voci dei giornalisti freelance, dei creativi e dei professionisti autonomi.

L’occasione sono i seminari del Ciclo “Lavorare. A che prezzo?” promossi da ACTA (Associazione Consulenti del Terziario Avanzato) e I-NETWORK (Indipendenti Network). Questa nuova puntata (qui la precedente) verte sull’importanza di trovare metodo, equilibrio e incisività nella contrattazione economica del lavoro intellettuale. Se vuoi portare la tua esperienza sei il benvenuto!

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SEMINARIO

Negoziare contro Golia. L’uso proporzionato della forza nella contrattazione del lavoro autonomo.

Chi parla? GIANGUIDO SAVERI, art director indipendente; SIMONA FOSSATI, giornalista, USGF (Unione Sindacale Giornalisti Freelance); ENRICA POLTRONIERI, consulente ed esperta di negoziazione, ACTA.

Quando. Martedì 17 novembre 2009, ore 18,15 – ingresso libero.  Dove: Sala Eff&Ci di Via Luisa Sanfelice 3, Milano.

Se siete giornalisti e vi serve un Press KIT (.PDF), eccovi accontentati. Per info, scrivetemi pure.

Granito, intemperie e stage per laureati

Del Rapporto 2009 “Domanda di Lavoro e Retribuzioni nelle Imprese Italiane“, prodotto da Unioncamere e OD&M Consulting e presentato giovedì scorso, si è sentito poco parlare sui media (forse per la scomoda contestazione che Banca d’Italia ha rivolto al metodo di analisi di OD&M). Eppure lo studio è piuttosto ricco di spunti tecnici e di riflessione. In particolare sulla questione dei giovani.

Come ha sostenuto il professor Dell’Aringa il Rapporto scatta una fotografia semplice dell’Italia, costituita da un blocco granitico di soggetti protetti dalle intemperie, comprese quelle salariali, ma con stipendi piatti, e un insieme frammentato di atipici, oggi nell’occhio del ciclone. Il “modello sociale italiano” ripaga i primi, protegge le famiglie, senza spingere i consumi, ma non risponde per nulla alle difficoltà dei secondi: cosa positiva e negativa insieme, perché da una parte garantisce la flessibilità del sistema imprenditoriale e la tenuta generale dei salari del lavoro dipendente, ma dall’altra usa come cuscinetto chi lavora sotto il cappello del lavoro a termine. Nessuno pare volere cambiare tutto questo, dice Dell’Aringa. I cambiamenti sono impercettibili ogni volta. La domanda si sposta verso figure high skilled, dice Unioncamere, ma non troppo, direi io. Gli stipendi, invece, migliorano nel tempo se si hanno titoli scolastici più elevati (+180% per gli over 50 anni rispetto a chi entra ora nel mercato). Istat però non dice la stessa cosa secondo Rosolia di Banca d’Italia. Provocatoria la sua lettura del tema dei giovani: “Come è possibile che un laureato sia meno pagato di un diplomato se alla fine un diploma ce l’ha anche lui?” E ancora: “Come mai è impiegato così male? Lo formano male o le imprese non sanno come adoperare la sua conoscenza in eccesso?

Questi alcuni dati proposti da Domenico Mauriello di Unioncamere sulle classi retributive (RTA lorde medie) per età e titolo di studio. Credo possano interessare a molti:

RTA per ETA e STUDI

Mario Vavassori di OD&M Consulting invece puntualizza alcuni elementi relativi alle giovani risorse. Ecco i dati raccolti insieme ad AIDP relativi alle proposte di primo contratto fatte (in % a seconda del titolo di studio) dalle imprese. Che cosa commentare, se non “che schifo di Paese!“?

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Tagli per acconti di demagogia

Quella del taglio dell’anticipo Irpef è un’incredibile presa per il culo. Scrivo questa parola pur rischiando di inserire il blog nella spirale dello spamming e dei bot che mappano contenuti simili, una cosa che ritengo ben più grave della convinzione sempre più radicata e della dichiarazione ufficiale che la nostra classe politica sia fatta da veri pezzenti nel campo della programmazione economica, che oramai ha fatto della navigazione a vista una regola.

Che cosa c’è che non va?

  1. il taglio dell’anticipo non elimina nulla, lo posticipa di pochi mesi: soltanto chi lavora con partita IVA sa che i flussi di cassa sono talmente irregolari (non c’è un cristiano onesto che paghi oggi a 30 giorni!) che passare da dicembre a giugno non modifica alcunché;
  2. per i professionisti autonomi, con ritenute alla fonte, le cifre sono talmente contenute che l’operazione è a dir poco ridicola, se non addirittura deleteria sotto il profilo dei costi di amministrazione;
  3. si è fatta diventare una riflessione su come agevolare problemi di cash flow nell’ennesima fasulla operazione di lifting per i soliti noti (CNA ecc.), questa volta condita da una campagna informativa incompleta del Centro Studi della CGIA di Mestre che cura gli interessi di artigiani e commercianti, non delle partite IVA in generale;
  4. possibile che il governo consideri soltanto le tasse come elemento di aggravio e i contributi come manna dal cielo? Sono certo che sul prossimo aumento delle aliquote Inps (Gestione separata) annunciate giovedì da Tiraboschi per agevolare l’estenzione dei sussidi per Co.co.pro (roba altresì ridicola e pur sempre parziale a fronte di un innalzamento per tutti) non si muoverà un dito.

UPDATE: Da ACTA arriva anche un breve studio in relazione alle dimensioni di questo acconto. Nella simulazione (.PDF) si dimostra esattamente ciò che dico al punto 2.

Crisi, lavoro e Web 2.0

Lascio in visione una mia recente presentazione tenuta a Trieste (ringrazio Sergio e Benny per la magnifica ospitalità!) sul rapporto che esiste tra Lavoro e Web 2.0, principalmente centrata su come sfruttare al meglio i social network, gli strumenti di ricerca di lavoro e di informazione (compresi blog, wiki o twitter) per trovare un’occupazione.

In coda un piccolo excursus su come le tecnologie 2.0 possono diventare opportunità di lavoro. (P.S. A chi potrà sembrare elementare rispondo che è stata pensata e presentata per un pubblico di diplomati e di giovani studenti universitari).

Non solo superbanche, la crisi dei professionisti

Dario Di Vico
Dario Di Vico

Ancora gli “invisibili” in prima pagina sul Corriere della Sera e questa volta esce allo scoperto anche il direttore Ferruccio de Bortoli che sottolinea il problema aperto e nuovamente trattato nell’approfondimento odierno di Dario Di Vico, al quale Humanitech.it dedica un monumento virtuale essendo uno dei pochissimi in Italia (Sole 24 Ore dove sei???) alle fasce più deboli del tessuto lavorativo italiano colpite economicamente dalla crisi proprio nella loro capacità di stare sul mercato. Sono gli invisibili, di cui il Corriere ha già parlato (Cfr. anche qui), che hanno un trait d’unione, anche se appartengono ad Albi diversi o sono senza alcun Ordine: sono senza Welfare e senza rappresentanze riconosciute!

Da leggere: “Ecco i piccoli senza Welfare che resistono” (.PDF oppure online) e l’editoriale di Ferruccio De Bortoli “Le buone ragioni degli indipendenti“. Così scrive il direttore:

C’è una genera­zione di pro­duttori che me­rita di essere ascoltata con attenzione. Sono le piccole imprese e i professionisti di questo Pa­ese. L’architrave di passio­ni e competenze che regge alla base il sistema econo­mico; la miriade di cellule sociali che innerva la comu­nità civile. Autonomi, indi­pendenti. Ma anche invisi­bili. E spesso trattati male. Se la ripresa è imminente, li vedrà in prima fila. Il ri­schio, però, è che molti, pur scorgendo nella loro at­tività segni di fiducia, alla fine del tunnel non ci arrivi­no nemmeno. Un milione di piccole imprese, dell’in­dustria, del commercio e dell’artigianato e 300 mila professionisti sono in peri­colo. È urgente un segnale. Concreto. Bisogna cogliere gli umori di questa vitale generazione pro-pro ( pro­duttori e professionisti); ri­conoscerne la dignità, la funzione sociale, l’insosti­tuibile ruolo civico. [..] L’economia italiana non è fatta solo di grandi imprese e superbanche. Il piccolo non è un’anomalia, ma una risorsa. Purtroppo limitata. E fragile.