Del lavorare gratis

Negli ultimi anni il tema della gratuità e la ridondanza delle questioni legate all’economia del dono [alle quali, per fortuna, sono rimasto del tutto immune, avendo letto chi ha sminuzzato Mauss senza troppo clamore (Cfr. il paragrafo “Donare il tempo ha un costo individuale” di questa pagina)] sembrano avere dominato tra i blogger. Nessuno però ha mai osato innestare il dibattito in  questioni di lavoro: l’esposizione personale evidentemente è troppo alta.

Vi segnalo uno spunto di riflessione molto interessante (“Giving It Away: The Impact of Free Labor“) pubblicato su Web Worker Daily sul free labour online. L’autore, dopo avere avuto notizia di collaboratori non pagati che accettano di mandare pezzi a note riviste soltanto per far apparire la propria firma, si chiede:

When you do choose to do something for free, does it weaken the revenue-generating powers of the industry as a whole?

Senza ipocrisie, dichiara apertamente di scrivere gratis per alcuni editori. Rispettando, però, questa unica regola:

I try to limit the work I do for free to clearly defined categories. That is, I will work for free in segments where I don’t think enough capital exists to support an ecosystem of paid professionals.

Ovviamente, si dice, è una logica facilmente attaccabile che può addirittura essere ribaltata:

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Italia low-tech

È stata pubblicata da Eurofound la ricerca “Use of technology and working conditions in the European Union” (.pdf) sull’uso della tecnologia nei luoghi di lavoro in Europa. Risultato: l’Italia, rispetto ai Paesi più efficienti e ricchi, fa un uso ancora molto diffuso di macchinari. Il computer invece è impiegato da meno del 50% dei lavoratori.Use of computer in Europe

Lavoratori più o meno digitali

Ricordo che una volta, offrendo ripetizioni di matematica a un ragazzotto di prima liceo scientifico, mi venne fornita questa risposta alla domanda se per una determinata somma algebrica il risultato fosse “più” o “meno” il numero indicato: “.. Tze! Mi vuoi fregare.. Non sono mica stupido.. Il numero che ti ho detto? Più o meno, dici? Altro che ‘più o meno’, viene un numero preciso…!

Qualche mia breve confusa riflessione stimolata dal buon Antonio Sofi sul tema del lavoro autonomo.

Io il posto

Ogni sei mesi esce un piccolo dossier sui maggiori giornali dedicato al recruiting online. Soliti dati, soliti protagonisti. Ieri era la volta di Italia Oggi, che è uscito con un numero speciale dedicato al Lavoro e curato da Walter Passerini, passato dal Sole al quotidiano giallo del gruppo Class. L’articolo “Io il posto me lo trovo sul Web” (.pdf) è a firma di Costantino Corbari.

Non licenziate quello spammer

Nel 2000 invia ben 13.000 SMS a utenze private con il cellulare aziendale, spendendo 3.235 euro. L’azienda (Telecom Italia) lo licenzia. Dopo 8 anni si chiude la vicenda: il giudice sentenzia in via definitiva che si tratta di un provvedimento illegittimo perché non susssite alcun “nocumento morale o materiale oppure la commissione di delitto in connessione con l’esecuzione del rapporto di lavoro“.

Ok per quanto riguarda il diritto del lavoro, ma con lo spamming telefonico come la mettiamo?

Il mezzo non è il messaggio in questo caso

Avere un blog, un profilo su MySpace o FaceBook aiuta i candidati che cercano un lavoro?

Geek e tecno-entusiasti è inutile che rispondano: il solo fatto di bazzicare nella blogosfera significa per loro essere up-to-date, all’altezza insomma dell’evoluzione della specie. Un gradino più in alto. In realtà avere un profilo digitale non rappresenta di per sé nulla: scambiare la capacità di usare uno strumento di comunicazione con la buona capacità di comunicare può addirittura diventare deleterio.

Lo racconta Auren Hoffman:

“The candidate is nice but he doesn’t have any social networking profiles.” For certain jobs, that’s equivalent to putting a big “I’m anti-social” sign on your back … which might be fine if you are stuck in the back of an accounts receivables department but not if you are expected to be creative […]

Il secchio delle Comunicazioni Obbligatorie

Sono numeri impressionanti quelli che sta registrando in silenzio il Ministero del Lavoro, che per la prima volta nella storia è in grado di produrre dati reali sull’occupazione (diversi cioè da quelli Istat, realizzati con calcolo statistico). Comunicazioni ObbligatorieSi tratta delle Comunicazioni Obbligatorie (CO), un istituto che con il Decreto Interministeriale del 30 ottobre 2007 è stato esteso a tutti i datori di lavoro pubblici e privati che hanno l’obbligo di comunicare alla Pubblica Amministrazione l’assunzione, proroga, trasformazione e cessazione dei rapporti di lavoro. L’imposizione – che interessa datori di lavoro privati, enti pubblici economici, pubbliche amministrazioni, agenzie di somministrazione e intermediari – è diventata operativa dall’11 gennaio 2008. Da questa data a oggi le CO trasmesse sono oltre 6 milioni e diventeranno circa 30 milioni (!) a fine anno.

Sono 4 tipologie di comunicazioni, pensate tra l’altro per prevenire le cosiddette “morti bianche”, lavoro nero e irregolarità. Ciò che più interessa, come si può intuire, sono le assunzioni (da comunicare il giorno che precede l’inizio del rapporto di lavoro), che danno il polso della situazione italiana sulla mobilità lavorativa e sulla dinamicità del mercato. La diffusione è ancora limitatissima, perché sono dati che vanno ancora compresi fino in fondo – per esempio la creazione di spin-off aziendali (cambio di ragione sociale) di un’impresa comporta la riassunzione ecc. – ma già si può notare come ci siano alcune sorprese, per esempio sul rapporto tra numero di comunicazioni che riguardano il tempo determinato + co.co.x + somministrazione e, sul fronte opposto, quelle relative al tempo indeterminato.

Le comunicazioni obbligatorie al 28 aprile 2008

Comunicazioni obbligatorie - 28 aprile 2008
Dati al 28.04.2008 (dall’11.01.2208) – Fonte: Ministero del Lavoro

Questa base dati è una vera manna per ragionare in termini reali sull’andamento dell’occupazione e sulle dinamiche legate ai cosiddetti contratti precari/flessibili. E’ un secchio da cui pescare, ma dal quale ancora nessuno – in particolare i giuslavoristi italiani, gli opinion maker e i giornalisti d’opinione – ha attinto acqua.

P.S. A chi interessa il funzionamento tecnico, che tra l’altro è un esempio stupendo di cooperazione applicativa multipiattaforma (MS, IBM, OpenSource) su SPC, con raccolta dati in XML disponibili per altri Enti (Inail, Inps ecc.) via Web Services, lascio questo articolo in download: “Il sistema informatico delle comunicazioni obbligatorie” [.PDF, 1,8 MB da Innovazione.PA di aprile 2008].