Se la cultura corporate diventa museale

amcah_logoL’idea è di un freelance, Leonard Boothes, lavoratore “devoted 30 years to climbing the corporate ladder before being laid off during the recession“, che ha dato vita al progetto The American Museum of Corporate American History (AMCAH, http://www.museumofcorporateamerica.org). Tra il serio e (soprattutto) il divertito ha deciso di conservare alcuni cubicoli per il lavoro in open space, con annessi alcuni cimeli aziendali (vedi la foto) e immagini a testimonianza dell’evoluzione della cultura corporate d’America, soprattutto sul fronte della tecnologia. Il personaggio improbabile dei filmati creati da AMCAH è uno sbarbato in versione Mr. Bean all’americana, quello che dalle nostre parti assomiglierebbe a uno stagista alle prime armi. In background, rovesciando il segno irriverente dell’esibizione di Boothes, c’è il messaggio più volte ricordato da uno dei più grandi giornalisti del lavoro in America, Steven Greenhouse: il lavoro alle dipendenze diventa sempre più a big squeeze; i rapporti di lavoro un inferno.

Meglio archiviare il tutto, magari in un museo?

Amcah Archive

Fonte: American Museum of Corporate America History Collection.

Con il contributo economico di Solvate, uno dei maggiori portali Usa per freelance e consulenti, il sito AMCAH ha lanciato anche il contest via Twitter per l’assegnazione del titolo di “World’s Best Freelancer”, appoggiato per gioco anche dalla Freelancers Union. Hashtag per segnalare via Twitter chi secondo voi è il miglior freelance, best ever: #solvatecontest. Sono indeciso tra Houdini, Spinoza (il filosofo, non il blog) o Dexter Morgan.

Un Welfare spaccato in due: il 43% è senza sussidi di disoccupazione

Sono quasi cento anni che esiste, l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria fu istituita nel 1919, poi aggiustata nel 1936 con la Legge 1155. A partire dal 1988 l’indennità venne calcolata in percentuale sulla retribuzione (7,5%) poi il tasso di sostituzione è stato ripetutamente modificato (15% nel 1991; 25% nel 1993; 27% nel 1994; 30% nel 1996; 40% nel 2001; 50% nel 2005; 60% nel 2008). La platea di chi beneficia di questa protezione non è mai cambiata e corrisponde in sostanza al lavoratore standard (con eccezione degli apprendisti, in deroga però dal 2009) che rispetta due requisiti: 2 anni di assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione e 52 settimane di contribuzione nel biennio precedente lo stato di disoccupazione.

Se un lavoratore non è dipendente a tempo indeterminato, ma ha comunque versato contributi di eguale entità, niente. Zero sussidi. Per la mobilità il cerchio si restringe ulteriormente, non essendo prevista per somministrati, contratti di inserimento, apprendisti, e tutto il lavoro temporaneo. Per freelance e indipendenti, manco un biglietto pagato per fare il giro sulla giostra. Se non riesci a produrre reddito, arrangiati, affari tuoi.

La UIL ha dichiarato, analizzando le Comunicazioni Obbligatorie degli ultimi due anni (2008-2010), che il 73% dei posti attivati sono lavori a termine. Ora è sempre più chiaro come il Welfare del nostro Paese segua questa tendenza evolutiva: più garanzie ai garantiti, allo sbaraglio gli altri (che aumentano anche di numero) e per tutelare i primi è necessario allargare le maglie della flessibilità. E’ un accordo quadro sindacale a livello nazionale che nessuno avrà mai il coraggio di dichiarare, ma che a mio avviso esiste ed è a fondamento del Patto del ’93.

Oggi ne paghiamo le conseguenze. Mentre nel sistema europeo si cerca di allargare le potezioni dello Stato Sociale (si pensi al progetto tedesco associato all’Hartz IV, par alcuni versi fallimentare, ma pur sempre un tentativo) in Italia si restringono i margini del sostegno al reddito. La Fondazione De Benedetti (Tito Boeri & Co.) ha calcolato che il 43% degli italiani quando si parla di sussidio di disoccupazione, nel caso dovesse accadere di rimanere senza lavoro, si prenderebbe un calcio in culo.

P.S: Se interessa approfondire il tema dei sussidi per la disoccupazione si legga questo bel rapporto costruito da Veneto Lavoro: “Chi percepisce l’indennità di disoccupazione? Tassi di copertura e selettività dei requisiti richiesti” (.PDF)

Io imprendo

Le motivazioni alla base della creazione di una nuova impresa nel 2010

motivazioni imprenditoria

Fonte: Unioncamere. Qui il Comunicato Stampa completo con tutti i dati.

P.S. Interessante il fatto che lo stesso giorno in cui Istat ci dice che un giovane su 4 è disoccupato nel nostro Paese, Unioncamere invece comunichi che un’impresa su quattro nata nel 2010 sia stata creata da giovani.

Freelance is…

conoscenza tacita versus sapere formalizzato; autorevolezza versus autorità.

[…] Potremmo dire che l’autorevolezza si distingue dall’autorità perché è un riconoscimento sociale ottenuto al di fuori di meccanismi di potere, l’autorità è in parte sinonimo di potere. Una persona è autorevole quando il suo pensiero e il modo in cui riesce a esprimerlo acquistano rispetto e prestigio presso una comunità, l’autorevolezza è la pura essenza di una superiorità intellettuale che non si pone mai come sopraffatrice di altre opinioni, ma come illuminazione di problematiche collettive i cui risvolti restano oscuri ai più, è per sua natura un servizio alla collettività, svincolato da necessità economiche, ambizioni di potere, interessi ideologici.

Da sempre il potere, l’autorità hanno cercato di imporre una forma di propria autorevolezza, si sono cinti dell’aureola dell’autorevolezza. Oggi lo sono la notorietà, la fama, la visibilità, oggi si cerca di far diventare autorevole anche un presentatore televisivo e le dinamiche sociali per cui questa manipolazione riesce fanno parte dei fenomeni più comuni della società di massa.

[Tratto dal nuovo libro, in corso di pubblicazione, di Sergio Bologna e Dario Banfi. Capitolo: “Da gentiluomini a mercenari”, pag. 80]

Non mentire, autoconsigliati

C’è l’autosfruttamento, ma anche il suo opposto, l’illusione di fare bene quando le cose vanno a rotoli. Menti sapendo di mentire, il problema è che lo fai a te stesso. Sono due classici atteggiamenti del freelance che vive momenti di transizione: overwork e quieto vivere. Vale la pena ricordare (prendendo alcuni spunti da FreelanceFolder) quali siano le bugie più diffuse. Affronta i casini, metti a posto le cose:

  • Bugia # 1 – La mia attività non ha bisogno di promozione. Palle, chi sei per vivere di rendita? La vita è più dura del previsto per un freelance. Trovare commesse, clienti e nuove attività è forse ancora più difficile di fare ciò che fai come core business;
  • Bugia # 2 – Un lavoro sottocosto è comunque un buon lavoro. Certo, poi fallo gratis, che le cose andranno ancora meglio :-)
  • Bugia # 3 – Meglio non chiedere ai clienti. Zitto, fai di testa tua, non confrontarti o chiedere che cosa serve davvero: tempo due settimane e hai perso il cliente. Non temere di chiedere. Neppure a fine lavoro cosa è andato per il verso giusto e che cosa no. Una domanda ben posta vale cento risposte;
  • Bugia # 4 – Il tempo speso a leggere Blog, Twitter e Facebook è networking. Sì, e quanto lavoro hai portato a casa da questa attività di mera informazione? E’ tutto molto bello, ma il networking è fatto di contatti, non soltanto di lettura passiva. E poi stringi qualche mano ogni tanto, non fare tutto da tastiera;
  • Bugia # 5 – Sono un esperto, non ho bisogno di accrescere le mie conoscenze e competenze. Ma vuoi davvero diventare come un impiegato dietro alla scrivania? Il sapere tacito è l’arma del freelance. Affila le tue lame, ogni tanto;
  • Bugia # 6 – Se c’è riuscito lui, posso farlo anch’io. Falso. Condizioni diverse, persone diverse, situazioni diverse. Le variabili per avere successo in un progetto sono troppe per immaginare di replicare ciò che vedi fatto da altri. La tua unicità è un vantaggio, ma spesso anche un ostacolo. Trova la tua strada;
  • Bugia # 7 – Lavorare come freelance è facile come bere un bicchiere d’acqua. Ok, ne parliamo l’anno prossimo. Dopo che hai pestato la testa sullo spigolo o, ancora meglio, hai parlato con altri freelance che lavorano da soli da anni. Per fare il consulente devi avere le spalle larghe, non soltanto il cervello fino; 
  • Bugia # 8 – Posso concentrarmi sul lavoro principale, al resto ci penserà il commercialista. Sbagliato, c’è il marketing, la promozione, la scrittura di offerte commerciali, lo scouting di nuovi clienti, la gestione dei mezzi (informatici e non); il networking, la contabilità spicciola, la spesa da fare il sabato quando lavori il sabato, la formazione continua e la tua salute;
  • Bugia # 9 – La bontà delle mie conoscenze specialistiche e competenze è sufficiente per lavorare. Hehehe.. Nel Paese di Affittopoli, Parentopoli, Vallettopoli, Calciopoli, Puttanopoli (e mi fermo qui…), credi ancora che bastino? Senza calare le brache, ricorda semplicemente che relationships matter come dice LinkedIn.
  • Bugia # 10 – Su questa materia sono il migliore: dovranno darmi spazio. Può anche darsi, ma c’è anche una pericolosa contraddizione. Se sei il migliore nel tuo campo ci sarà sempre qualcuno più ignorante di te che dovrà valutare ciò che sai fare e non sarà in grado di farlo meglio di te. Potrà scegliere usando altri parametri rispetto al merito: valuta dunque sempre attentamente tutte le ragioni che portano i clienti a scegliere te o altri.

Lascia l’ascia

[POST x MANAGER D’IMPRESA] Qualche riflessione nata dopo il racconto di alcuni amici consulenti. Sotto forma di check list per chi usa l’accetta con consulenti esterni, collaboratori senza contratto, freelance (per gli altri ci sono le leggi, i sindacati, gli ammortizzatori).

Sono domande, valutazioni e consigli rivolti a chi blocca senza preavviso lavori, consulenze e attività:

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Hard times a Milano

Curioso come la critica che l’autore di Tempi difficili (Hard Times) rivolse a Jeremy Bentham abbia una sua forza anche oggi. Se si persegue “la più grande felicità per il più grande numero di persone” (un assunto dell’utilitarismo, corrente filosofica criticata da Dickens), dimenticando buona parte di chi esce dai margini della statistica e del mondo visibile si finisce per dipingere un quadro senza prospettiva, piatto, forse inutile. E ancora più grave è farlo oggi, visto che la transizione tra condizioni lavorative è quanto più utile studiare e sostenere.

Di che cosa sto parlando? Dell’impegno delle nostre istituzioni locali. Oggi la Provincia di Milano ha presentato i dati sull’occupazione nel nostro territorio [scarica qui la presentazione: “Tempi Difficili” (.PDF) e il Comunicato Stampa] e ha pensato bene di prendere come base statistica le Comunicazioni Obbligatorie relative al lavoro alle dipendenze. Ci sono tutti, dal part-time all’apprendistato, dal full-time agli occasionali. Mancano i lavoratori indipendenti, Paria della statistica, invisibili, fuori dal mercato che interessa alle Istituzioni. Il panorma è inquietante: calano il part-time e le assunzioni a tempo indetermianto, cresce tutto ciò che è a termine. La domanda dequalificata prevale, le professioni intellettuali sono messe nell’angolo. E i freelance scomparsi! Tempi ancora più difficili a Milano per noi independent workers.