La Privacy del lavoratore

In attesa del documento di gennaio che si occuperà dell’uso di Internet e della Posta elettronica, il Garante Privacy ha messo le mani avanti, diffondendo le Linee Guida per il trattamento dei dati personali dei dipendenti privati [pubblicate anche sulla Gazzetta Ufficiale n. 275 del 7 dicembre 2006].

Nessuna novità, ma soltanto una raccolta di indirizzi già espressi in passato. Il messaggio è rivolto agli imprenditori zelanti, agli spioni stile caso Telecom, ai padroncini che amano tenere traccia di informazioni sui propri dipendenti senza il loro consenso. Il principio cardine:

“Le informazioni di carattere personale possono essere trattate dal datore di lavoro nella misura in cui siano necessarie per dare corretta esecuzione al rapporto di lavoro” (Punto 2.1).

Lo Statuto dei Lavoratori (Legge 20 maggio 1970 n. 300) oltre trentanni fa – quando gli uffici amministrativi ancora non usavano i personal computer – accenna a un problema simile, in una maniera meno moderna ma molto chiara:

“È vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori”. (Art. 4)

Le “altre apparecchiature” sono poi diventate i PC e la questione privacy si è complicata..

Costo orario e Consulenza

Una breve riflessione dettata dalla necessità di capire come rivendere i miei servizi, ma che si può tranquillamente estendere a tutti i lavoratori cosiddetti “della conoscenza”, ovvero a quei consulenti che prestano attività legate alla produzione di beni intangibili come lavoratori autonomi.

La domanda è: “A quale prezzo devo rivendere i miei servizi a un’azienda perché la mia vita lavorativa sia in equilibrio con il costo del lavoro, i diritti e le prestazioni di un lavoratore medio che opera sul mercato?

Ovvio che il tema è senza confini. Per delimitarlo diciamo che:

  1. la mia attività è (a grandi linee) assimilabile a quella svolta in azienda in aree funzionali che richiedono le mie conoscenze. Non sono cioè né uno specialista di nicchia, assente nelle imprese “normali” [un avvocato di diritto fallimentare, un esperto di compliance per i mercati extraeuropei ecc..] né un marziano che non potrebbe trovare impiego presso alcuna società;
  2. decido di non rivendere i miei servizi a un prezzo inferiore a quello applicato al costo del lavoro di un dipendente che svolge le mie stesse attività in azienda e neppure di alzare le mie tariffe rispetto a questo parametro (anche se a dire il vero, sarebbe una cosa ovvia visto che all’impresa dovrei fare pagare un valore aggiuntivo a compensazione del mancato rischio sulla mia assunzione);
  3. vorrei avere una vita “normale”.. Semplificando: con week-end di riposo, festività, malattia retribuita e via discorrendo, compreso un accumulo di liquidità (tipo TFR), il pagamento IRAP incluso, come per le imprese. Tutto ciò che rende il lavoro “standard”, non atipico. In particolare vorrei che i versamenti previdenziali mi garantiscano in futuro una pensione equivalente a quella di un dipendente;
  4. facciamo finta che tutti i costi di produzione siano deducibili e che siamo abbastanza bravi da riempire “la bottiglia” del nostro tempo, ovvero di lavorare full time.

Poste queste premesse (che comunque sono la leva su cui le imprese puntano nell’impiego di lavoro autonomo per fare margine oggi, non dimentichiamolo!), facciamo due conti, prendendo per esempio il settore Industria e una retribuzione media di un impiegato (26.000 euro lorde).

Il calcolo del Costo Orario

Ebbene un giorno di lavoro costa (e dovrebbe “essere venduto”, stando all’equivalenza posta ai punti elencati sopra) 166 euro + IVA.

Se la professionalità che mettete in campo è simile a quella di un Quadro, per tenere il suo livello retributivo medio (ca. 50.000 euro lordi all’anno), una vostra giornata di lavoro costerebbe 320 euro + IVA al giorno.

Per il livello dirigenziale, si parla di 640 euro + IVA al giorno.

È ovvio che si tratta di un calcolo che utilizza una logica estranea al normale rapporto tra lavoro autonomo e dipendente, soprattutto in relazione ai costi di gestione. E presuppone che siate professionisti equiparabili a un “lavoratore medio”.

Ma tutto questo è reale? Un lavoratore intellettuale autonomo è in grado di imporre queste tariffe?

La vera sfida delle Partite IVA di seconda generazione oggi è proprio rispondere a queste due domande, facendo i conti con questo “soffitto di cemento”, ovvero con la sistematica rimozione dei costi nascosti (soprattutto dei costi sociali) che sono sempre in chiaro per il lavoro dipendente, ma invisibili nel lavoro autonomo. Sotto questo tetto ci si gioca professionalità e quotazione delle competenze.

(P.S. A chi interessa lascio il foglio di Calcolo per il Costo Orario del lavoro dipendente da me realizzato).

Apprendistato e Scuola, chiusa parentesi sulla Riforma Moratti

È triste assistere alle situazioni in cui l’intervento politico di un cosiddetto riformatore sia soltanto una breve parentesi. È il caso di Letizia Moratti, oggi sindaco di Milano, ex Ministro dell’Istruzione, la cui riforma della Scuola non ha trovato compimento nelle parti relative all’alternanza scuola-lavoro. La mancata applicazione dell’apprendistato professionalizzante per gli studenti dai 15 ai 18 anni riporta al vecchio statuto definito da Tiziano Treu, ex Ministro del Lavoro e oggi Presidente della Commissione Lavoro al Senato.

PA, Precario Accomodato

Interessante pagina di oggi sul Corriere della Sera sulla politica sociale del centrosinistra nei confronti della precarietà nel pubblico impiego. Bella analisi biartisan su un’operazione che dovrebbe implicare una forza lavoro equivalente a quella impiegata in un’azienda come Telecom Italia moltiplicata per quattro!

Vista l’importanza dei numeri manca però un’analisi tecnica indispensabile per capire le ragioni e i torti. Un approfondimento cioè sulle tipologie di precariato coinvolte. In gran parte oggi gli “instabili” della PA sono legati ad attività che sono temporanee non tanto per la malevolenza degli amministratori della cosa pubblica, ma per una reale discontinuità dei progetti locali e nazionali e dei fondi stanziati per eseguirli.

Dove sta realmente il costo fisso e quello variabile per lo Stato? Il falso lavoro subordinato e la reale autonomia dei progetti (e del lavoro associato)?

(p.s. Libero, invece, ha deciso di buttare la discussione in rissa, contrapponendo gli assunti con i precari..)

Epifanie delle nuove pensioni

Oggi Guglielmo Epifani sul Corriere della Sera:

“Quando si tratterà di discutere di previdenza col governo è evidente che questa volta, molto più che nel passato, non si potrà usare, rispetto all’età lo stesso criterio per condizioni di lavoro troppo diseguali tra loro. Non tutti i lavori sono uguali nei confronti dell’età per il pensionamento.”

In altre parole: lavoro logorante = età di pensionamento più bassa. Tutto sommato mi sembra ragionevole anche se il difficile sarà dimostrare che cosa significa “logorante” oggi. Con l’adozione del sistema contributivo (che sostituirà quello retributivo) agli operai toccherà comunque fare bene i propri conti. Ma a parte questo, per non sbilanciare il delicato equilibrio dei conti pubblici sarà pronto il sindacato a sostenere anche il contrario, ovvero che per il lavoro che non logora (intellettuale?) l’età di pensionamento dovrà essere più alta?

I tre gringos

Esistono tre tipologie di clienti che danneggiano gravemente il lavoro autonomo e consulenziale:

  1. le imprese che pagano a babbo di morto, utilizzando il sistema dei buoni d’ordine. In gran parte sono multinazionali o in generale società che usano sistemi di amministrazione basati sul software (come Siebel, Sap ecc..). Pagano a lavori conclusi [nessun anticipo è consentito] e soltanto dopo avere emesso un buono d’ordine che giustamente rilasciano a distanza di un mese (e oltre) dalla chiusura del lavoro. Il buono d’ordine è infatti necessario per emettere la fattura che altrimenti sarebbe irricevibile (cioè viene respinta in automatico se non riporta questo numerino). Il pagamento previsto nel 99% dei casi è a 90 giorni a fine mese dalla data della vostra sudata fattura (sob);
  2. le società che pagano sommando queste tre regole: 1) in base alla quantità di lavoro svolto, contando con il misurino (pagano cioè a cottimo, anche se questa formula è fuorilegge); 2) pagano pochissimo, giustificando il prezzo così basso [che è praticamente impossibile trattare] con la gloria che deriva al fornitore per avere svolto un’attività a servizio di simili luminari delle umani sorti e progressive; 3) non garantiscono nessun minimo in base nessun tipo di arco temporale;
  3. quelli che chiedono con urgenza di svolgere un lavoro e non hanno tempo di contrattare la tipologia di prestazione (tipo di intervento e costi) e poi si accorgono di non sapere neppure loro di che cosa hanno bisogno. Si affidano ciecamente al fornitore che cava loro le castagne dal fuoco e infine si dimenticano [o meglio, hanno buon gioco a rimuovere le proprie inefficienze] di voi o di stanziare budget per queste urgenze o ancora peggio considerano il lavoro svolto come incluso in immaginari forfait magari di un paio di anni prima o di un prossimo lavoro ancora da concordare.

 

Sarebbe interessante se le tre tipolgie di clienti stabilissero tra loro rapporti di fornitura. Forse già lo hanno fatto, ma usano regole del tutto diverse per tutelarsi dagli avvocati delle rispettive imprese.

Documentazione sul Lavoro Nero

Cd Rom sul Lavoro NeroSegnalo a chi si occupa di politiche attive per il lavoro, agli studenti universitari, ricercatori e giornalisti che vogliono tenere traccia dell’evoluzione normativa e delle indagini statistiche in materia di lavoro nero ed economia sommersa il nuovo Cd-Rom “Il lavoro irregolare in Italia e in Europa” realizzato dal gruppo di ricercatori del progetto Rete Europe per l’Emersione del Lavoro non regolare. È  molto ben fatto sotto il profilo della raccolta di documentazione tecnica (leggi italiane ed europee, ricerche, studi ecc.). Si trovano anche alcuni tutorial multimediali utili, per esempio, agli addetti dei Centri per l’Impiego o delle Agenzie per il lavoro.

Tra i più mammoni d’Europa

Mentre in Europa si esce di casa mediamente a 21 anni, noi a quell’età iniziamo a ragionare sul da farsi.. (Nel grafico si rappresenta l’età media in cui si abbandona il nido familiare). Più pigri di noi ci sono soltanto gli abitanti di Malta. Un dato sconfortante: il 29% degli italiani non ha mai lasciato casa. Come trovare lavoro passando dal tinello alla cucina?

Chi lascia prima la famiglia in Europa?

[Fonte: Eurofond – Mobility in Europe, 2006]