You move, you improve

Decisamente lo slogan migliore e non tanto perché a proporlo è stata una ragazza italiana. Questi gli altri in lizza nel primo European Mobility Slogan Contest:

01: European Workers’ Mobility: you move, you improve.
02: Be Mobile, Be European!
03: Job Mobility, your gateway to new experiences.
04: JOBILITY job + mobilitylive the opportunity of a job around the Europe
05: Mobility Works! We help to make Europe Your Workplace.
06: Job Mobility your Right; use it!!
07: European Job Mobility – A Movement For Improvement
08: European Mobility – The right job,  just a wish away.
09: MOVE TO IMPROVE
10: Workout your mobility!
11: European Mobility Program: working in Europe, feeling at home.
12: Move yourself: working around Europe, feeling european!
13: The Profit of the European workers is in its mobility!
14: Travel countries, cultures and customs through job mobility.
15: It’s crossing the borders that make our horizons grow.
16: The job of your dreams has a foreign accent!
17: Working in Europe. Free to go, free to grow.
18: Mobilité, égalité, fraternité
19: I´m free to choose my Destiny, I´m free to choose my Job, I´m free to choose Europe!
20: MAKE EUROPE YOUR OFFICE
21: Be active Be versatil Be yourself EUROPEAN MOBILITY OF WORKERS Be part of it
22: Drive your future, manage your mobility!
23: Make your mind broad. Work abroad.
24: OUT OF YOUR COUNTRY, INSIDE YOUR FUTURE!
25: Work in a Europe that works.
26: Who travels makes a good job.
27: European mobility means learn, share, travel and work for a better life and for a better world…..
28: Europe has no borders. Why should your dreams have? The European Mobility of Workers is a reality.
29: Europe: 3976372 km2 of job opportunities.
30: “ALL ABOARD OF THE EURO EXPRESS!!!!!… MIND THE GAP.”

L’autorità dei fannulloni

Pietro Ichino ha colpito ancora. A torto o a ragione le sue proposte continuano a far discutere. Dopo il periodo “rosso” in cui dipingeva le questioni sindacali come viziate da un’arretratezza culturale invalicabile, freno irremovibile per lo sviluppo delle relazioni industriali e della trattativa delocalizzata, siamo entrati nella fase del “fannullonismo”.

Serve un’Authority che controlli la Pubblica Amministrazione, dice. I fannulloni sono troppi e appesantiscono la PA. Tempo due ore dopo la formulazione di un disegno di legge in materia da depositare in Parlamento per interposta persona che i sindacati l’hanno subito messo in croce.

La questione è delicata visto che i 4 milioni di pubblici impiegati gestiscono il 46% del nostro PIL. Oggi McKinsey usa termini più sofisticati, parla di recupero della produttività, ma il concetto è uguale. Nessuno ha obiettato. Questo significa che hanno ragione tutti, era soltanto una questione di linguaggio. Si continuerà come prima.

I pagamenti dei professionisti

Il maxiemendamanto alla Finanziaria ha differito gradualmente gli obblighi di tracciabilità dei compensi di artigiani e professionisti. Ha mantenuto il principio, ma vigliaccamante dilatato i tempi di applicazione. Posto che sono a favore della imposizione per legge dei sistemi elettronici di pagamento per talune tipologie di rapporti di lavoro, per esempio quelli business to business o per i compensi elargiti dalle Pubbliche Amministrazioni, c’è ancora una cosa che non capisco.

Sulle modalità ci si accapiglia, ma sui tempi tutti tacciono.  

Da quattro anni esiste una normativa [D.Lgs del 9 ottobre 2002 n. 231, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 249 del 23 ottobre 2002] che chiarisce il principio del pagamento delle prestazioni lavorative dei professionisti fissandolo entro 30 giorni dalla data di emissione della fattura. Eppure tutti se ne infischiano allegramente.

Ben vengano i pagamanti via Web, gli assegni e tutto quello che desiderate.. Ma se arrivassero per tempo, sarei anche più tranquillo visto che la Legge già esiste senza maxiemendamenti.  

Inattivi o precari?

Per rimanere in tema, segnalo questa bella analisi di Maurizio Sorcioni sulla questione della flexecurity delle nuove generazioni. Come non condividere questo passaggio?

“La maggiore flessibilità ha contribuito a far crescere l’occupazione, ma al tempo stesso penalizza i processi di transizione professionale dei giovani. Chi semplicisticamente difende la flessibilità ci dice che i giovani non hanno voglia di lavorare e chi la rifiuta spera di abolire la legge. In realtà, la flessibilità non solo non può essere abolita, ma è necessaria ai processi di innovazione. Ma poiché il mercato del lavoro italiano è rigido, sufficientemente corporativo e strutturalmente squilibrato, la flessibilità si è scaricata sui soggetti meno garantiti dal lavoro stesso, i disoccupati di lunga durata e i giovani”.

Giovani generazioni, l’anomalia italiana

Giovani generazioni al lavoroÈ uscito lo studio di Marco Manieri e Lorenzo Piazza Giovani generazioni al lavoro, pubblicato da Italia Lavoro nel contesto del progetto “Generazioni al Lavoro” del Ministero del Welfare. Il testo è ricco di spunti. Offre un’analisi non scontata sul fenomeno giovanile in Europa e in Italia, approntando anche un breve excursus storico e un focus speciale sul modello della cosiddetta flexsecurity di questi ultimi anni. Significativo il capitolo sul nostro Paese denominato “L’anomalia italiana”.

Che cos’ha di diverso l’Italia? Semplice, non scommette sui giovani!

Da noi prevale una cultura fortemente penalizzante per le giovani generazioni. Investiamo su di loro in maniera crescente con contratti a termine, li paghiamo poco e sempre di meno, non offriamo (mediamente) buone opportunità ai laureati e non garantiamo politiche passive e protezioni sociali degne di questo nome. Le sperimentazioni? Quasi nulle. Soltanto per citarne una: il sistema legato al “reddito minimo d’inserimento”, una realtà presente da anni negli altri Paesi, è del tutto assente in Italia. Non è un caso che nel sottotitolo si parli dei processi di transizione al lavoro. Non di inserimento.

Libro Verde come la bile

Piccata botta e risposta sulle colonne del Sole 24 Ore tra il giuslavorista Michele Tiraboschi e il ministro del Lavoro Cesare Damiano sull’impegno profuso nella stesura del Libro Verde della Commissione Europea dedicato alla modernizzazione del mercato del lavoro in Europa. Più che un rimprovero per la scarsa attenzione, quello di Tiraboschi sembra una vera stoccata politica (di tipo “preventivo”, come va di moda in questi anni) che va ben oltre le consultazioni aperte in sede europea:

Provincialimo e autoreferenzialità sono vizi strutturali che da tempo immemorabile condizionano il dibattito italiano sulle riforme del lavoro. Il confronto con l’Europa è impietoso. Per i primi mesi del 2007 è preannunciata in Italia una controffensiva non soltanto sulla legge Biagi e il pacchetto Treu, ma prima ancora sulla disciplina del lavoro a tempo determinato, adottata nel 2001 in attuazione di una direttiva comunitaria“.

La risposta del Ministro è fin troppo educata e non entra in polemica. In sintesi dice: 1) bene, allora ci aspettiamo delle idee per il Green Paper; 2) caro Michele, guarda che la discussione sul Libro Verde è già iniziata e ne ha parlato lo stesso giornale su cui scrivi, ma che non leggi.

Il talento di non disturbare

Rosanna Santonocito sul Sole 24 Ore mette a fuoco ancora una volta, giustamante, il tema del talento e della difficile se non inesistente valorizzazione delle professionalità, vero lato oscuro delle imprese italiane. Nella bella intervista a Pier Luigi Celli si legge tra le affermazioni del direttore generale della Luiss:

Al di là dei talenti, le risorse umane sono commodity disponibili sul mercato in quantità, con un costo standard che tende al ribasso. Le aziende non sono disponibili a valorizzarle come fanno con i talenti, che però sono sempre scelti tra coloro che non disturbano“.

Call center, s’inizia dalla A (come Almaviva)

È il più grande d’Italia e non poteva che essere il primo. 

La Circolare Ministeriale in materia di Call Center ha iniziato a sortire effetti. Per i Call Center di Atesia, Cos, Cosmed, Aticos, In-action, tutti del Gruppo Almaviva (che raccoglie complessivamante 13.000 operatori telefonici) si parla di una significativa svolta. I contratti a progetto senza progetto sono stati convertiti in posti a tempo indeterminato, come è giusto che fosse. Totale: 6.500 stabilizzazioni, come spiega anche Repubblica.