La retorica da ufficio

Più frequento il Web (blog e affini), leggo di politica sui giornali o ascolto amici e clienti parlare di come si sviluppano le relazioni interne alle imprese, e più mi convinco che la retorica sia l’arte del futuro. Per conservare potere, stringere alleanze, trovare consenso.

In un contesto sociale che premia l’istinto (se andare in prigione aumenta uno share qualsiasi allora il farabutto va premiato in qualche modo), la rapidità e la conservazione della specie nei prossimi tre giorni, essere pronti, sagaci e pungenti conta più di ogni altra cosa. Estrapolare dal contesto, ridurre ad assurdo, giocare sulle figure più ardite della retorica. Questo sarà il futuro. E credo che la retorica sarà anche la vera arma di distruzione di massa di questo secolo.

Assumete dunque scienziati del linguaggio, logici, glottologi come consulenti personali. Vi pareranno il c**o per i prossimi anni. Nel mio piccolo voglio contribuire a titolo gratuito, offrendo anch’io qualche spunto rispetto al mondo del lavoro.

Le 10 regole della retorica da ufficio per interpretare le attività quotidiane

La retorica da ufficio

A mie spese

Ogni lavoratore freelance sa che durante il mese è indispensabile ritagliarsi una o due giornate da dedicare al recupero crediti. Quello che nelle imprese fanno in amministrazione, il buon tuttofare autonomo se lo deve fare per conto suo. E a causa dell’ignoranza dei lavoratori dipendenti, e della mancanza di cultura d’impresa dei Dilbert nostrani in materia di rimborsi e costi, molto spesso c’è chi se la prende in quel posto.

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Emergenze climatiche

Ogni tanto mi capita di visitare clienti e di trattenermi per tempi lunghi nei loro uffici. Ieri, per esempio, dopo un piacevole martedì trascorso a Roma, sono capitato in una sede staccata di una grande impresa fuori Milano. Nell’arco di 24 ore sono passato da un clima discretamente sereno, nonostante problemi contrattuali dei collaboratori, alla tomba della creatività di dipendenti supreprotetti e spesso anche nullafacenti. E mi è venuto in mente un mio ex capo, incapace di comunicare, innovare e guidare team. Decisamente paraculato, che non muoveva foglia neppure se gli disfavano l’ufficio.

Due considerazioni veloci: 1) molto spesso è il capo ufficio che fa la differenza, motiva, trascina, diverte, appassiona e questo genera un meccanismo virtuoso che porta le persone a crescere professionalmente, maturare esperienze, studiare, aggiornarsi, rischiare (che in fondo è la vera formazione continua); 2) la sicurezza sul lavoro non necessariamante rende più libera o rilassata la creatività.

Sono andato a ricercare una citazione che trovai ai tempi dell’Università. L’ho ripescata:

Si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare. (F. Nietzsche, Aurora, 1981).

Dipendenti cercano manager capaci

Il collettivo dei lavoratori di ogni impresa fa una scelta tutti i giorni: quella di non mandare a casa il proprio capo-azienda. E quindi, in caso di insoddisfazione, potrebbe anche cambiarlo e mettersi in cerca di un manager migliore“. Questo è ancora una volta Pietro Ichino che parla, provocatorio e diretto. Il suo intervento a “Lavoro e PrecariEtà” – giornata del Forum Economia e Società dedicata al mercato del lavoro – ha creato scompiglio e qualche prurito in molti relatori e ascoltatori. Massimo Sideri offre un sunto dell’intervento sul Corriere della Sera di venerdì.

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Le retribuzioni degli impiegati

A supporto di quanto scritto ieri metto online alcuni materiali presentati da Mario Vavassori, presidente di OD&M Consulting (società specializzata in benchmark retributivi), in occasione del III Forum Lavoro e Risorse Umane, organizzato dal Sole 24 Ore – Job 24. Il focus è sulle retribuzioni degli impiegati.

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Sopravvivere tra gli imbecilli

The No Asshole RuleIo qualcuno a cui consigliare questo libro ce l’avrei, ma lo faccio in privato. Robert I. Sutton in The No Asshole Rule (per la traduzione di asshole si veda qui) affronta coraggiosamente il tema dei colleghi imbecilli. Ne parla anche Guy Kawasaky, che nel suo blog fornisce parte dei contenuti del testo, ancora non tradotto in italiano [sono curioso di sapere come faranno con il titolo].

Alleanza tra in e out

La proposta di una alleanza tra contrattualizzati e collaboratori esterni, pubblicata sul sito del Barbiere della Sera, viene da una rappresentante sindacale del mondo dei giornalisti freelance, Simona Fossati, del gruppo Senza Bavaglio, ma potrebbe essere presa a paradigma di tutte le situazioni di disparità retributiva tra chi beneficia delle condizioni di un contratto di lavoro e chi offre consulenza o collaborazione in mercati a forte precarizzazione.

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Dottorissimo in faccio-io

Che cosa non si fa pur di lavorare… minimo si raccontano un po’ di palle sulle esperienze pregresse. Ma anche quando un lavoro te lo sei cuccato e ti infilano in un gruppo e devi passare otto ore in un ufficio la logica dominante resta quella del libero battitore. Giusto o sbagliato che sia, è un dato di fatto. La lealtà all’impresa è bassa in Italia. Le ragioni? Bah, che siano le stesse imprese a essere altrettanto sleali nei confronti dei dipendenti?

Provate a confrontare le ultime rilevazioni di dettaglio sulla faccia di bronzo degli italiani [così come dichiarato dai direttori del personale] quando vanno a caccia di un posto e i dati sulla lealtà una volta entrati. In Europa sono meno individualisti, meno sfrontati nel vendersi. Si parla di medie, ovviamente. Poi i polli si spennano in maniera diversa, come insegna Trilussa.

Quali sono gli argomenti su cui i candidati
tendono a esagerare maggiormente
durante i colloqui di lavoro?

Europa

Italia
Le esperienze di lavoro precedenti 29% 43%
Le competenze informatiche 4% 19%
La conoscenza delle lingue straniere 12% 9%
Il livello di istruzione 8% 8%
Lo stipendio 12% 6%
Le capacità manageriali 19% 4%
Altro/non so 14% 11%

[Fonte: Robert Half Executive Search – 2007]

A chi ti senti più fedele nel lavoro? Europa Italia
A me stesso 33% 46%
Al team 32% 20%
All’azienda 19% 18%
Al mio capo 10% 8%
A nessuno 6% 8%

[Fonte: Monster.com – 2007]