Per la dignità del giornalismo freelance

Giornata importante sul fronte del giornalismo freelance. Mentre a Firenze si discute del precariato nel settore, sono due le proposte di Carta dei diritti che diversi coordinamenti stanno facendo emergere via Web, e probabilmente diventeranno proposte ufficiali da sottoporre a ODG, FNSI ed editori. La prima è una bozza di carta denominata Carta di Firenze (.PDF) che ha una genesi interna all’Ordine e al sindacato. La seconda è la Charta dei freelance (.PDF) dell’Unione Sindacale dei Giornalisti Freelance, alla quale aderisco in prima persona.

Charta Freelance USGF

Scaramucce da 1 milione di dollari

Il mondo dei freelance è assai bizzarro, talvolta ambivalente. Nel suo piccolo è vivace ed entusiasmante, ricco di opportunità, passioni e sfide, ma su larga scala è una voragine aperta, che incomincia ora a presentarsi per ciò che è veramente, un abisso che decostruisce certezze, offre tutto e alla fine niente, dove la competizione può inghiottire diritti, reddito e stabilità. I due lati del problema si possono capire nell’approfondimento che U.S. News Money ha dedicato a The future of freelancing. Se da una parte le comunità professionali rigettano al mittente le politiche di crowdsourcing che i portali per freelance propongono al mercato, i titolari di questi servizi ripetono come un refrain che ci guadagnano tutti, i freelance che trovano lavoro via Web e le imprese che risparmiano. Freelancer.com parla di risparmi fino a 1 mln di dollari per le small biz enterprises. Tutto bene, finché qualcuno dello stesso settore non si arrabbia e rispedisce al mittente, via Twitter, le promesse di progresso, svelando che l’intermediazione della manodopera indipendente via Web  non è altro che un declassamento del lavoro nelle aree del mondo occidentale: 

Solvate Twit

“Vita da freelance” fa tappa a Milano e Bologna

Settimana prossima sarò con Sergio Bologna al Museo del ‘900 in P.za Duomo a Milano e alla Libreria Coop (via degli Orefici, 19) a Bologna. Saranno due tappe importanti per noi, perché entriamo nel cuore vivo delle città metropolitane, luoghi dove hanno narturale residenza moltissimi freelance italiani.

Vita da freelance -  La presentazione a Bologna

Presentazione "Vita da freelance" a Milano - Museo del 900

Non parleremo noi, direttamente, spero. Sì, forse lo faremo anche, ma secondo un modello che abbiamo sperimentato finora (in Bocconi, Triennale, Fondazione Einaudi ecc.) saranno principalmente gli ospiti che abbiamo invitato a dire la loro. Noi solitamente sediamo nel pubblico. Può sembrare strano come modo di presentare un saggio, ma fin dall’inizio l’obiettivo che ci siamo posti era quello di aprire la discussione alla società civile, in seno agli esperti di diritto del lavoro, e soprattutto tra i freelance.

E’ davvero grande la soddisfazione per un autore trovare così numerose disponibilità nel leggere con intelligenza un libro e volerne discutere in pubblico. Ascoltare è forse ancora meglio di scrivere, perché trovi quello che non sei stato in grado di dire nelle parole degli altri. A Milano ci accompagneranno Gad Lerner e Cristina Tajani, nuovo assessore al Lavoro della Giunta Pisapia. A Bologna numerosi consulenti e studiosi del lavoro professionale autonomo.

Che cosa fate, venite a sentire e (soprattutto) discutere con noi?

Il costo del freelance: lo paghi 100 incassa 50

Una lezione da far visionare a chi sta in azienda e stipula contratti ai consulenti e a tutte quelle persone che appena vedono l’importo di una fattura rizzano i capelli in testa, pensando che gli importi lordi di una freelance abbiano qualche cosa a che fare con lo stipendio di un lavoratore. Eccovi la riprova che non c’entrano nulla, e che solitamente quando si offre 100 a un freelance questo ne intasca mediamente 50 e NON SONO COMPRESI: l’ammortamento dei costi, ferie, TFR, malattia, infortunio, congedi parentali, pensione (possiamo dire così visto che anche se paghiamo non l’avremo), riposo settimanale, profitti, assicurazioni di alcun genere, quote di iscrizione al sindacato e altre minuzie.

Video tratto dalla puntata di “Cominciamo bene” (RAI 3 h.10.30) del 31 agosto dal titolo “IVA, una partita difficile”.

Diritto al futuro (non per tutti): istruzioni per l’uso

Con la circolare dell’INPS 115/2011 del 5 settembre è stato chiarito come i giovani genitori di figli minori possono iscriversi a alla Banca dati del Ministero che consente di accedere al progetto “Diritto al futuro“, promosso dal ministro Meloni, finalizzato all’erogazione di incentivi del valore di 5.000 euro in favore delle imprese  private e delle società cooperative che provvedano ad assumere  – con un contratto a tempo indeterminato, anche parziale – le persone iscritte alla banca dati. In pratica una specie di “bonus papà” o “bonus mamma“.

Prima di riportare modo e requisiti è interessante cogliere come ancora una volta i freelance o titolari di partita IVA siano considerati “pària delle politiche sociali”, invisibili, rimossi, cancellati. Titolari ed ex titolari di contratti di lavoro di ogni genere potranno beneficiare di questa opzione, i freelance no. Dovrebbero chiudere la propria partita IVA e iscriversi ai Centri per l’Impiego come disoccupati. I titolari di contratti di altro tipo possono invece tranquillamente continuare a lavorare. Che cosa significa? Semplice: che il cittadino-lavoratore non esiste nel nostro Paese, esistono soltanto alcune fattispecie, non tutte e non tutte hanno diritto al futuro, evidentemente.

 

PROCEDURE PER L’ISCRIZIONE

Requisiti per l’iscrizione alla banca dati

I soggetti aventi diritto potranno iscriversi alla banca dati a decorrere dalla data di pubblicazione di apposito avviso sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.

Possono iscriversi alla banca dati coloro che possiedano, alla data di presentazione della domanda, congiuntamente i seguenti requisiti:

  • età non superiore a 35 anni (da intendersi fino al giorno precedente il compimento del trentaseiesimo anno di età);
  • essere genitori di figli minori – legittimi, naturali o adottivi – ovvero affidatari di minori;
  • essere titolari di uno dei seguenti rapporti di lavoro:
  1. lavoro subordinato a tempo determinato
  2. lavoro in somministrazione
  3. lavoro intermittente
  4. lavoro ripartito
  5. contratto di inserimento
  6. collaborazione a progetto o occasionale
  7. lavoro accessorio
  8. collaborazione coordinata e continuativa.

 

In alternativa al requisito di cui al punto c), la domanda d’iscrizione può essere presentata anche da  una persona cessata da uno dei rapporti indicati; in tal caso è richiesto l’ulteriore requisito della registrazione dello stato di disoccupazione presso un Centro per l’Impiego.

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Ogni freelance da solo perde le sue battaglie

Eccellere Business CommunityL’intervista concessa a Eccellere Business Community a firma di Nicolò Occhipinti. La riporto per intero ringraziando Eccellere che l’ha diffusa con licenza Creative Commons.

 

Vita da freelance: i lavoratori della conoscenza e il loro futuro
Chi sono i lavoratori professionali e autonomi oggi e in quali condizioni psicologiche lavorano nell’attuale contesto di mercato? Ne abbiamo parlato con Dario Banfi, autore del libro “Vita da freelance”.

 di Nicolò Occhipinti

dario banfi
Dario Banfi,
giornalista e consulente in comunicazione, autore del volume “Vita da freelance”

Hanno un’età media di 32 anni, cercano maggiore flessibilità, controllo sui propri progetti e creatività, possibilità di lavorare da casa. Fanno ampio uso delle tecnologie e dei servizi web oggi disponibili per operare e per promuovere la propria attività (soprattutto social network, Google Docs, Dropbox e Skype). Il 40% di loro ha difficoltà a farsi pagare dai propri clienti, ma nonostante ciò solo l’8,1% vorrebbe tornare a un impiego full time alle dipendenze di un’azienda. Sono le caratteristiche principali dei lavoratori del futuro, i freelance, secondo le statistiche 2010 elaborate dalla Freelancers Union – la più grande associazione al mondo di lavoratori indipendenti.
Il loro numero sta crescendo velocemente anche in Italia. Devono tuttavia far fronte a una concorrenza sempre più agguerrita e soffrono la mancanza di strumenti legislativi, professionali e contrattuali aggiornati, ma anche di adeguate politiche di welfare. I lavoratori indipendenti vogliono un riconoscimento del loro ruolo nell’economia della conoscenza, come ha spiegato a Eccellere Dario Banfi, autore, insieme a Sergio Bologna, del volume “Vita da freelance” (Feltrinelli, 2011).

Nel suo ultimo libro descrive i profondi cambiamenti che ha subìto il lavoro autonomo nell’economia della conoscenza. Ci traccia l’identikit del freelance di oggi?

È un cittadino-lavoratore che svolge la propria attività in autonomia nell’ambito del lavoro cognitivo, creativo e professionale, al quale si richiedono conoscenze complesse, capacità personali e relazionali, oltre a un sapere “di frontiera” sempre aggiornato, spesso tacito ed eterogeneo. È un mercenario, un battitore libero che ha un’etica del lavoro sua propria e grande desiderio di libertà. Spesso si usa il termine “consulenti esterni” per rimarcare la separazione dall’impresa. Oggi questi margini sono più labili e molto cambiati. Il loro apporto all’economia della conoscenza e all’impresa aperta attraversa l’universo dei beni immateriali senza confini geografici, in mercati pubblici e privati, nella “vita reale” ma anche e sempre di più sul Web, al punto che le nuove leve di freelance iniziano dalle nuove tecnologie, utilizzando Internet come fulcro intorno al quale creare fin da subito opportunità o calcolare rischi e soluzioni.
  
Quali differenze esistono tra i freelance in Italia e in altre parti del mondo, ad es. in USA?

I freelance italiani si devono confrontare da una parte con una cultura del professionalismo che tende a delimitare i campi delle professioni e del sapere; dall’altra vivono un profondo distacco con il mondo del lavoro dipendente sotto il profilo delle tutele e del riconoscimento sociale. Diverso è per la cultura anglosassone, più aperta verso il lavoratore freelance, e abituata a considerare la mobilità lavorativa una tappa dei percorsi professionali più che un’anomalia che riporta nel segmento degli atipici. I freelance nostrani sono meno visibili, più isolati.

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Autonomia (troppa?) e nuovo mutualismo

Come scrive Giuliano Milani su L’Internazionale di oggi (vedi recensione di “Vita da freelance” riportata sotto) ogni volta che emerge un nuovo gruppo sociale o tipologia di lavoratori sorge spontanea anche la domanda di nuovi diritti. Il mondo dei freelance è proprio lì che attende e è arrivato il tempo di discuterne. Anche Sara Horowitz della Freelancers Union sostiene oggi su The Atlantic che sì, ci siamo entrati in questo periodo storico, e che The Freelance Surge Is the Industrial Revolution of Our Time.

Questa transizione del mondo del lavoro non è niente meno che una rivoluzione, sostiene. “We haven’t seen a shift in the workforce this significant in almost 100 years when we transitioned from an agricultural to an industrial economy. Now, employees are leaving the traditional workplace and opting to piece together a professional life on their own. As of 2005, one-third of our workforce participated in this “freelance economy“.

Che si chiami Gig economy, Freelance Nation, e-conomy, The Rise of the Creative Class, popolo delle Partite Iva o Quinto Stato, poco importa. E’ un fenomeno di massa e con questo dovremo sempre di più fare i conti. Negli Stati Uniti hanno le idee chiare: “The solution will rest with our ability to form networks for exchange and to create political power“. Dice la Horowitz: “I call this new mutualism” e promette di raccontare qualcosa di più nei prossimi articoli su The Atlantic, da tenere sotto osservazione, dunque.

Troppo autonomi

Riscatto della Laurea, quattro anni fa accadde l’inverso

Il tentativo del ministro Sacconi di raccimolare denari dall’INPS, aumentando di fatto l’età pensionabile di chi aveva riscattato anni di studi e laurea, è naufragato. Sentita puzza di bruciato sul fronte della leggitimità costituzionale, si è subito fatto dietrofront. In pochi ricordano, però, che soltanto pochi anni fa accadde esattamente il contrario. Non passò molto sotto osservazione, ma nel 2007 con la Finanziaria di centrosinistra si abbassarono i costi per il riscatto per renderlo più appetibile, eliminando gli interessi sulla rateizzazione. Il testo della modifica è nell’Art. 77 del D.Lgs 247/2007 che riporto:

[…] Gli oneri da riscatto per periodi in relazione ai quali trova applicazione il sistema retributivo ovvero contributivo possono essere versati ai regimi previdenziali di appartenenza in unica soluzione ovvero in 120 rate mensili senza l’applicazione di interessi per la rateizzazione. Tale disposizione si applica esclusivamente alle domande presentate a decorrere dal 1º gennaio 2008 […]

[…] La facoltà di riscatto è ammessa anche per i soggetti non iscritti ad alcuna forma obbligatoria di previdenza che non abbiano iniziato l’attività lavorativa. In tale caso, il contributo è versato all’INPS in apposita evidenza contabile separata e viene rivalutato secondo le regole del sistema contributivo, con riferimento alla data della domanda. Il montante maturato è trasferito, a domanda dell’interessato, presso la gestione previdenziale nella quale sia o sia stato iscritto. L’onere dei periodi di riscatto è costituito dal versamento di un contributo, per ogni anno da riscattare, pari al livello minimo imponibile annuo di cui all’articolo 1, comma 3, della legge 2 agosto 1990, n. 233, moltiplicato per l’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche dell’assicurazione generale obbligatoria per i lavoratori dipendenti. Il contributo è fiscalmente deducibile dall’interessato; il contributo è altresì detraibile dall’imposta dovuta dai soggetti di cui l’interessato risulti fiscalmente a carico nella misura del 19 per cento dell’importo stesso […]

Voi direte allora meglio la Sinistra? Beh, dipende. Nello stesso D.Lgs, per esempio, si mise mano alla rimodulazione delle aliquote previdenziali a carico dei freelance italiani, alzandole senza ragione alcuna, giusto per fare casssa su chi non era rappresentato da poteri forti. Una vera rapina che non dava nulla in cambio, nessun diritto aggiunto o migliore assistenza o previdenza.

Come si vede i tempi e i protagonisti cambiano, ma il vizio è il solito: pescare risorse là dove si pensa che ci siano minori proteste sociali, o un bacino di voti meno significativo. Partite IVA e laureati (e anche medici e paramedici direi, dopo le vicende di questi giorni) oggi, però, contano eccome negli equilibri politici e il caso delle amministrative di Milano lo dimostra chiaramente. Senza tornare indietro di quattro anni, possibile che la lezione (per non dire batosta) di pochi mesi fa sia già stata dimenticata dal Governo?

P.S. Approfondimento tecnico: per sapere come riscattare oggi il Corso di Laurea, leggi questo documento dell’INPS.

Viaggio nei Balcani e ritorno

Forse non è chiaro a tutti che cosa sia stato infilato in manovra economica di agosto sotto la voce “Misure a sostegno dell’occupazione”. A fianco dell’interessante ritocco degli stage e dell’estensione dell’uso dei fondi interprofessionali per la formazione a lavoratori con contratto a progetto o apprendisti (a quando l’estensione tout court ai “lavoratori”?), che considero passi avanti, c’è questa cosa che non saprei bene come definire se non un “porcellum sfracellum”, una bomba a frammentazione nel diritto del lavoro. Bersani l’ha definita “balcanizzazione”, la Camusso ha minacciato per questo articolo vertenze azienda per azienda, visto che ha tutta l’aria di portare un po’ di stile marchionne in ogni angolo del Paese. E’ l’articolo 8 della Manovra, che vi riporto per intero:

Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimita’

1. I contratti collettivi di lavoro sottoscritti a livello aziendale o territoriale da associazioni dei lavoratori comparativamente piu’ rappresentative sul piano nazionale ovvero dalle rappresentanze sindacali operanti in azienda possono realizzare specifiche intese finalizzate alla maggiore occupazione, alla qualita’ dei contratti di lavoro, alla emersione del lavoro irregolare, agli incrementi di competitivita’ e di salario, alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali, agli investimenti e all’avvio di nuove attivita’.

2. Le specifiche intese di cui al comma 1 possono riguardare la regolazione delle materie inerenti l’organizzazione del lavoro e della produzione incluse quelle relative: a) agli impianti audiovisivi e alla introduzione di nuove tecnologie; b) alle mansioni del lavoratore, alla classificazione e inquadramento del personale; c) ai contratti a termine, ai contratti a orario ridotto, modulato o flessibile, al regime della solidarieta’ negli appalti e ai casi di ricorso alla somministrazione di lavoro; d) alla disciplina dell’orario di lavoro; e) alle modalita’ di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro, comprese le collaborazioni coordinate e continuative a progetto e le partite IVA, alla trasformazione e conversione dei contratti di lavoro e alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro, fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio e il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio.

3. Le disposizioni contenute in contratti collettivi aziendali vigenti, approvati e sottoscritti prima dell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 tra le parti sociali, sono efficaci nei confronti di tutto il personale delle unita’ produttive cui il contratto stesso si riferisce a condizione che sia stato approvato con votazione a maggioranza dei lavoratori.

Le tre novità più rilevanti sono a mio avviso: 1) la deroga sistematica al modello di contratto nazionale, con l’approvazione dei risultati delle relazioni industriali tramite referendum interni e locali; 2) l’introduzione di possibili variazioni sui sistemi di licenziamento e per quanto mi riguarda da più vicino; 3) la possibilità che siano le “associazioni comparativamente più rappresentative”  a determinare in quale modo dovranno essere regolati i rapporti tra imprese e Partite IVA. Ora questa ultima questione è davvero fuori da ogni logica e sottointende la pericolissima ipotesi che il lavoro autonomo possa essere sussunto sotto la contrattazione collettiva come se si trattasse di una modalità diversa, da regolare appunto, ma pur sempre di lavoro subordinato (e per di più, per molti, a basso costo e basso rischio, perché facilmente “licenziabile”), quando, invece, le uniche norme che forse andrebbero introdotte riguardano la definizione di lavoro autonomo, i tempi di pagamento e poco altro. E’ al contrario sul fronte del Welfare universalistico, non nella contrattazione di prossimità, che servono le misure più urgenti per i freelance.