Cambiare pannolini si dice “riposo giornaliero”

Un’informazione dedicata ai neo-papà, in particolare agli amici Alessandro, alla sua prima avventura di padre (forza Ciccio! vedrai che questa notte dormi..), e Livio, che curò tempo fa, qui su Humanitech.it, la rubrica “Paternità & Dintorni” e oggi è passato al bébé N.2.

L’INPS, con la circolare n. 112 del 15 ottobre 2009, che rende attuativa l’interpretazione del Consiglio di Stato (sentenza n. 4293 del 9 settembre 2008) sui “Riposi giornalieri del padre” lavoratore, anche in caso di madre casalinga, spiega come trovare il tempo per stare a casa e cambiare pannoloni, godendovi un po’ di “paternità operativa”.

In pratica, il padre lavoratore dipendente (il legislatore si guardi bene dal pensare cose del genere per un lavoratore autonomo che pure lui paga i contributi per la maternità!) può usufruire dei riposi giornalieri, nei limiti di 2 ore o di 1 ora al giorno a seconda dell’orario di lavoro, entro il primo anno di vita del bambino (o entro il primo anno dall’ingresso in famiglia di un minore adottato o affidato).

Anche se la madre è casalinga, ovvero non lavora, e potrebbe badare al figlio, il papà può sobbarcarsi un po’ di piacevoli faccende domestiche senza fare finta di dovere sempre scappare in ufficio, in realtà per riposarsi un po’. (A pensarci bene queste informazioni servono di più alle mogli di Ale e Livio..).

Pensioni, donne e universal cargiving

Dall’Europa ci fanno sapere che è arrivato il momento di mettere a registro l’età pensionabile delle donne e che:

Italy had the highest public pension spending of OECD countries… Legislated changes that would have increased the pension age and reduced benefits to reflect increased life expectancy have been postponed…

Chi fosse interessato alla  questione c’è un’ampia disponibilità in Rete di materiali sul tema delle pensioni, a partire dal Rapporto OECD (qui il Summary in italiano) o dalla piccata replica di noiseFromAmeriKa a un articolo di La Repubblica. Basta cercare su Google News le voci “donna + pensioni” per capire quanto caldo sia il tema.

Per discuterne con i rappresentanti della politica ACTA ha organizzato invece un incontro specifico dal titolo “Età pensionabile e nuovo welfare” (lunedì 25 , ore 9:00 a Milano, via Melloni 3), dove porterà la proposta Età pensionabile delle donne e riconoscimento del lavoro di cura”, una proposta di riforma a cura di Marina Piazza, Anna M. Ponzellini e Anna Soru. La formula indicata vuole rispondere direttamente a una cultura imperante nel nostro Paese secondo la quale le donne debbano “lavorare con pochissimi aiuti fintanto che si hanno i bambini piccoli e smettano di lavorare abbastanza presto per potersi occupare degli anziani o per fare le nonne, surrogando le notevoli carenze dei nostri servizi all’infanzia e non solo“. Perché continuare su questa via, assurda?

La proposta, ben strutturata, che verrà discussa da Pietro Ichino, Giuliano Cazzola e altri, chiede:

lo spostamento graduale di un paio d’anni dell’età minima per il pensionamento femminile, all’interno di una manovra di reintroduzione del pensionamento flessibile per tutti;

il contemporaneo riequilibrio del sistema di welfare tra produzione e riproduzione, che stabilisca cioè che i diritti sociali possano derivare oltre che dal lavoro retribuito anche dal lavoro di cura.

Se ci pensate il concetto è semplice: visto che si offre un servizio sociale come “caregiver” è giusto che questo impegno sia ricompensato, come avviene in Olanda, Germania, Francia, Austria e nei Paesi scandinavi. La proposta (e qui mi si è allargato il cuore) dice “senza distinzione tra uomini e donne“.

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Il lavoro di padre

Un po’ in ritardo, ma faccio anch’io gli auguri a Massimo Sideri, giornalista del Corriere della Sera, citato in occasione dell’uscita del suo bel libro “Come salvarsi dal posto fisso“, che coraggiosamente e per primo nel suo giornale ha chiesto il periodo di paternità. Bravo. Con un po’ di invidia – visto che ai lavoratori autonomi questo diritto non è concesso – vanno i nostri auguri!!

P.S. Per chi volesse documentarsi sul tema, con il contributo di Livio Martucci, abbiamo creato la Rubrica “Paternità & Dintorni“. 

Congedi parentali e paternità non decollano

Ieri il Corriere della Sera ha pubblicato un bel servizio su un tema che su Humanitech – grazie al prezioso contributo di Livio Martucci che ha curato la rubrica “Paternità & Dintorni” – abbiamo a cuore da tempo: la paternità. Come illustra l’approfondimento “Papà a casa soltanto 4 su 100” (file .PDF) la cultura dell’equilibrio uomo-donna nel mercato del lavoro non migliora.

C’è da segnalare poi una questione più delicata: la riforma in atto. Che fine farà? La Legge finanziaria ha inserito una delega per la Riforma di tutto ciò che riguarda il supporto alla famiglia e che nella Commissione Lavoro in Senato si discuteva sotto la voce “Welfare generazionale e della famiglia“. In ballo c’erano la Legge quadro sulla Famiglia, interventi in materia di Fondi per giovani o di un reddito di cittadinanza per bambini e bambine.

La CEI dice no alla paternità “artificiale”

[Per la Rubrica Paternews, un commento alle recenti esternazioni della CEI sul tema della paternità]
Paternità & Dintorni

La CEI recentemente si è espressa sul tema della fecondazione artificiale affermando: “No a manipolazioni eticamente inaccettabili per ottenere figli a ogni costo“. In altre parole è contro la procreazione artificiale e ritiene che “un figlio non è una cosa su cui esercitare una sorta di diritto di generazione“. Invece è proprio questo diritto naturale che ci muove a mettere al mondo un figlio sia per un meccanismo istintivo di conservazione della specie sia come atto di realizzazione del proprio sé.

La CEI prosegue dichiarando che “la denatalità nega il futuro dell’Italia” quindi se una coppia può avere un figlio soltanto con la fecondazione assistita qualsiasi decisione prenda, farsi aiutare dalla tecnologia o non avere figli, per la Chiesa Cattolica non va bene comunque.

E ancora: “I concetti di paternità e maternità sono alterati […] dalla fecondazione artificiale […] mancando l’aspetto di partecipazione personale nel momento della generazione”. Questa affermazione è quantomeno discutibile: come  si può affermare una cosa del genere? Ho l’impressione che i cardinali della CEI non abbiano mai scambiato due parole in sincero ascolto con chi cerca un figlio da anni. Voi che cosa ne dite?

Livio Martucci

La retribuzione per il congedo parentale

[Da oggi la rubrica Paternità & dintorni si arricchisce con Paternews, brevi post a commento di notizie della Rete sul tema paternità]

Paternità & Dintorni

La Commissione Lavoro in vista della Legge Finanziaria ha proposto al Governo un emendamento per estendere gli attuali 6 mesi di congedo parentale retribuito al 30%. L’iniziativa è utile, ma credo che sia più importante incidere sul valore economico invece di estendere il periodo spettante.

Una famiglia con un reddito  netto mensile di 2.000 euro (supponiamo 900 la madre e 1.100 il padre) con l’attuale legge si trova con un introito di soli 1.400 euro mensili. Non ci si può meravigliare che la donna torni al lavoro dopo l’astensione obbligatoria… Sarebbe più opportuno invece retribuire i primi 1.000 euro di reddito della madre con una percentuale significativa (per esempio dell’80%) in modo da aiutare meglio chi ha redditi più bassi. Lo stesso vale per i padri. In Norvegia, per esempio, per la madre è previsto un periodo di 42 settimane retribuito al 100% e altre 12 all’80%!

Livio Martucci

Dispari opportunità

Come sapete il buon Livio da tempo sta proponendo su questo blog alcune importanti riflessioni sul tema della paternità. Oggi il Corriere della Sera e Il Giornale riportano la notizia che il ministro degli esteri inglese David Miliband ha chiesto il congedo parentale. Chapeau. Un esempio notevole, devo dire. Per una nazione e per la sua cultura del lavoro.

In Italia la cultura della paternità è ancora piuttosto ferraginosa, anche nei metodi per forzare un cambiamento. Prova ne è l’aneddoto raccontato da Angela Padrone, che riporta l’esperienza di Giulia Buongiorno, l’avvocato di Giulio Andreotti, che dopo avere assunto una nuova dipendente in studio chiama la società del marito e dichiara: “Vorrei assumere questa persona, però voi mi dovete garantire che concederete anche al marito di assentarsi per le malattie del figlio, così da dividere l’onere tra me e voi. Altrimenti sarete responsabili della mancata assunzione di questa avvocatessa“.

Un giro piuttosto complicato per ribadire che tra diritto (prendersi permessi e malattia per assistere un familiare indipendentemente dal sesso del richiedente) e condizioni di fatto [e soprattutto cultura d’impresa, in molti casi ferma al modello patriarcale degli anni ’30] esiste una spettacolare distanza che soltanto i paradossi mettono alla scoperto.

E tra le numerose contraddizioni in materia vi segnalo la mia personale.

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