Trasparenza, relazioni e Lupo de Lupis

Perché sono a favore della pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi online:

  1. perché almeno la smettiamo con questi piccoli segreti del vicino di scrivania che guadagna più di noi;
  2. perché così si comprendono le fatiche e le assurdità della vita;
  3. perché chi evade le tasse potrebbe (forse) smetterla di fare il furbo, giudicato da tutti;
  4. perché tanto, data una determinata situazione occupazionale, è comunque facilmente deducibile il range retributivo all’interno del quale si posiziona una figura professionale;
  5. perché in molti, sapendo di non poter più mentire, adotterebbero comportamenti più consoni al ruolo e alla funzione per cui sono pagati (*Cfr. il caso pratico riportato sotto);
  6. perché così si diffonde una migliore cultura delle retribuzioni e una maggiore attenzione al rapporto tra qualità individuali e posizione sul mercato.

In particolare, credo molto in quest’ultimo punto, che negli altri Paesi – soprattutto quelli di matrice anglosassone – è molto sentito. I top manager americani, per esempio, pubblicano il valore della propria retibuzione lorda sul biglietto da visita. In Italia, invece, devi fare finta di investigare chissà quale database o chiedere a parenti stretti corrotti con due caciotte e un salamino piccante per scoprire alla fine i segreti di Pulcinella.

La trasparenza è un danno soltanto per chi ha qualcosa da nascondere. E sulla questione sollevata da Grillo sulla criminalità organizzata, dai, non scherziamo, questa ha già le sue fonti…

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*Un caso pratico riferito al punto 5 – Chi legge questo blog sa che non mi sottraggo a considerazioni che hanno a che fare con le mie esperienze personali e ve ne cito una. Qualche anno fa, esattamente nel 2005 quando seppi che stavo per diventare padre ebbi un sussulto di gioia e al tempo stesso fui preso dal panico, per il mio – e non solo mio – futuro.

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Il salario fuori da Azkaban

Harry PotterLiberazione pubblica la storia della curatrice e traduttrice delle opere della J. K. Rowling (mamma di Harry Potter e scrittrice più ricca al mondo) in Italia.

Sostiene di non tirare la fine del mese (te credo, con un mutuo da 1.750 euro al mese!). Assunta a tempo indeterminato da una casa editrice lei, insegnante il marito. Due figli, una casa di proprietà.

Racconta: “…non è possibile che una coppia di laureati con un lavoro a tempo indeterminato, con una professione qualificata e intellettuale debba stare attenta non soltanto sui passatempi, ma anche sul costo del pane e della pasta […] Ogni due anni arriva lo scatto di anzianità: trenta euro di aumento. I sette romanzi di Harry Potter hanno venduto nel mondo più o meno mezzo miliardo di copie“.

Stipendi fermi al palo

Oggi è uscito il IX Rapporto sulle Retribuzioni degli italiani 2008 curato da OD&M Consulting. Ne parla in anteprima il Sole 24 Ore, nell’articolo “Busta paga più ricca, ma soltanto per i quadri” (.pdf). Nel 2007 gli stipendi sono aumentati dello 0,0% per dirigenti; +3,1% per i quadri; +2,5% per gli impiegati e + 1,1% per gli operai rispetto all’anno precedente (valori lordi). Si confrontino con l’andamento dell’inflazione.

Le retribuzioni degli italiani e il NIC (2007)

Questi invece sono i valori assoluti delle RTA e la crescita percentuale (%) nell’ultimo quinquennio. Si consideri che l’inflazione (valore NIC, alta frequenza) è stata del 10,9% nello stesso periodo.

Le retribuzioni degli italiani 2008
Fonte: OD&M Consulting – Marzo 2008

Questo è il comunicato stampa.

Se potessi avere

Insolita sovrapposizione tra Cesare Salvi e Francesco Giavazzi, concordi nella critica alla proposta di Walter Veltroni di 1.000 euro al mese per i precari.

Scrive Salvi su Liberazione (link aggiunti, miei):

Walter Veltroni e la bufala dei 1.000 euro al mese per i giovani
Estratto da Liberazione, 21 marzo 2008

Ero incerto se scrivere questo articolo per Liberazione o inviare un esposto dello stesso contenuto al giurì contro le pubblicità ingannevoli. Si tratta di denunciare, infatti, uno dei più clamorosi inganni della campagna elettorale: la proposta, propagandata da Veltroni nei talk show televisivi e nei telegiornali di provata fede (cioè quasi tutti) di una legge che stabilisca un salario minimo garantito di mille euro per i precari. […] Nel programma del PD (che, come si vede, non va stracciato ma letto con attenzione) la proposta è la seguente: “sperimentazione di un compenso minimo legale fissato in via tripartita (parti sociali e governo) per i collaboratori economicamente dipendenti (con l’obiettivo di raggiungere 1.000/1.100 euro netti mensili)”. Come si vede: devono essere d’accordo i padroni (pardon, gli imprenditori); la cifra propagandata da Veltroni è solo “l’obiettivo” che, se Colaninno e Calearo saranno d’accordo, forse si potrà raggiungere; non si parla di salario, ma di “compenso”; in quarto luogo, tutto ciò è previsto per “i collaboratori economicamente dipendenti”.
Sono andato a rileggere la legge 30, ma tra le quarantasette figure contrattuali precarie in essa previste, questa non compare proprio. Al
preoccupatissimo Francesco Giavazzi (.Pdf), fornisce spiegazioni esaurienti Enrico Morando (.Pdf). Nulla, nel programma del Pd, è scritto a caso. Morando chiarisce che non si parla di salario, ma di compenso proprio perché non ci si riferisce al lavoro precario ma, appunto, a questi misteriosi collaboratori economicamente dipendenti (cioè a nessuno o quasi) e che la misura mensile va articolata per giornata/ora. Lo sbalordito Francesco Giavazzi non può che domandarsi nella sua replica: «Davvero il Pd propone 1.000 euro al mese senza neppure l’indicazione delle ore di lavoro cui esso farà riferimento?». Veltroni parla di salario; Morando ha corretto in compenso. Chi lavora sa bene quanto è diverso andare a fare la spesa con in tasca un salario – che arriva uguale tutti i mesi – o un compenso – che arriva quando vogliono (i padroni) e quando e quanto riesce (a lavorare). Veltroni parla di precari, Morando ha spiegato che ai contratti a termine, agli interinali, ai part time fasulli, al lavoro intermittente, insomma ai milioni di precari in carne e ossa, la proposta nemmeno si applica. […]

Noi balliamo da soli

Bella prova d’orgoglio dei freelance del mondo della comunicazione commerciale, che senza mezzi termini dicono di non essere interessati a un lavoro a tempo indeterminato anche se venisse loro offerto “a pari condizioni”.

Tempo indeterminato no grazie!Questione incomprensibile ai più, ma perfettamente lineare se si pensa al lavoro autonomo di seconda generazione e all’indipendenza operativa e professionale che hanno raggiunto oramai gli esperti di Web design, grafica e pubblicità. Lo spunto viene dalla ricerca presentata dal Capitolo Freelance di ADCI di cui parlo in “Indipendente, aspirante imprenditore, sempre in lotta con il reddito“, pubblicato su JOB 24 online di oggi. Su JOBTalk ulteriori riflessioni e campo aperto ai commenti.

Di seguito alcuni dati molto interessanti. [Qui la ricerca completa in formato PDF]. In coda parte dell’intervista telefonica a Pasquale Diaferia, di Special Team, sul lavoro da freelance e sulla libertà di cui gode rispetto a chi sta in agenzia.

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Farsi pagare come freelance

Giovani e inesperti. Chi spiega a un freelance alle prime armi come fare un preventivo? Su JOB24 online oggi tratto la materia in maniera discorsiva in “Come farsi pagare il giusto? I metodi per quantificare il valore di tempo e talento“.

Qui, se interessa, lascio alcuni elementi più tecnici, su cui ragionare. In alcuni post precedenti abbiamo già analizzato come equiparare le ore di un professionista con quelle di un dipendente. Ora facciamo un passo avanti, per capire come determinare il valore dell’ora lavorata di un freelance secondo un metodo diffuso nel mondo anglosassone. (Ok, è soltanto per “ora lavorata”, abbiate pazienza, prossimamente tratterò anche progetti, forfait, revenue sharing o valutazioni generali di budget dei clienti)

Il suggerimento viene da un post di HTML.it e dal sito HOW Design. Lo schema da cui prendiamo il modello di calcolo è “What should I Charge?” (.PDF), liberamente scaricabile.

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COME FARE?

1) definire a priori quale reddito si desidera ottenere in un anno, al lordo delle tasse e dei contributi;

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Variabile, ma non troppo

Pare che dopo la flessibilità, il tema dominante sia quello della produttività e che questo sia irrimediabilmente legato alla contrattazione di secondo livello e dunque alla parte di retribuzione variabile associata ai risultati. A parte i massimi sistemi, di cui sentiremo parlare molto in questo periodo di ridefinizione delle politiche contrattuali nazionali, può sorgere banalmente la domanda: ma chi se lo piglia oggi il variabile?

Una risposta parziale viene da questi due grafici, che indicano la percentuale di percettori sul totale e la quota di retribuzione variabile rispetto a quella di base. I valori sono suddivisi per le differenti aree funzionali, le categorie (quadri e dirigenti) e il mondo del Commercio (azzurro) e Industria (rosso).

Quadri (2007)

Retribuzione Variabile - I quadri

Fonte: OD&M Consulting – Manageritalia 2008

Dirigenti (2007)

Retribuzione Variabile - Dirigenti (2007)

Fonte: OD&M Consulting – Manageritalia 2008

SIGLE: ACL – Acquisti e logistica; AFC – Amministrazione finanza e controllo; DG – Direzione generale; IT – Information technology; MCC – Marketing comunicazione e commerciale; PPQM – Produzione, qualità e manutenzione; RU – Risorse umane.

P.S. Oggi Luigi dell’Olio parla di retribuzioni variabili su Affari & Finanza, con l’articolo “Stipendi fermi, crescono soltanto straordinari e bonus” (.pdf).

I salari degli Etruschi

Geniale Robecchi:

Gli studiosi che hanno scoperto la tomba del grande sacerdote di Confindustria etrusco non hanno trovato soltanto i vecchi svalutati salari, ma anche numerose testimonianze di lavoratori in lingua volgare. A volte molto volgare, come una pergamena che dice: “Guadagnare meno di un greco? Ma porca puttana!”