Trasparenza, relazioni e Lupo de Lupis

Perché sono a favore della pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi online:

  1. perché almeno la smettiamo con questi piccoli segreti del vicino di scrivania che guadagna più di noi;
  2. perché così si comprendono le fatiche e le assurdità della vita;
  3. perché chi evade le tasse potrebbe (forse) smetterla di fare il furbo, giudicato da tutti;
  4. perché tanto, data una determinata situazione occupazionale, è comunque facilmente deducibile il range retributivo all’interno del quale si posiziona una figura professionale;
  5. perché in molti, sapendo di non poter più mentire, adotterebbero comportamenti più consoni al ruolo e alla funzione per cui sono pagati (*Cfr. il caso pratico riportato sotto);
  6. perché così si diffonde una migliore cultura delle retribuzioni e una maggiore attenzione al rapporto tra qualità individuali e posizione sul mercato.

In particolare, credo molto in quest’ultimo punto, che negli altri Paesi – soprattutto quelli di matrice anglosassone – è molto sentito. I top manager americani, per esempio, pubblicano il valore della propria retibuzione lorda sul biglietto da visita. In Italia, invece, devi fare finta di investigare chissà quale database o chiedere a parenti stretti corrotti con due caciotte e un salamino piccante per scoprire alla fine i segreti di Pulcinella.

La trasparenza è un danno soltanto per chi ha qualcosa da nascondere. E sulla questione sollevata da Grillo sulla criminalità organizzata, dai, non scherziamo, questa ha già le sue fonti…

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*Un caso pratico riferito al punto 5 – Chi legge questo blog sa che non mi sottraggo a considerazioni che hanno a che fare con le mie esperienze personali e ve ne cito una. Qualche anno fa, esattamente nel 2005 quando seppi che stavo per diventare padre ebbi un sussulto di gioia e al tempo stesso fui preso dal panico, per il mio – e non solo mio – futuro.

L’anno precende persi un lavoro da dipendente e il sussidio dell’INPGI per la disoccupazione era finito. Nel 2005 dichiarai circa 22mila euro lordi: erano i primi soldi fatti come lavoratore autonomo, interamente guadagnati – euro su euro – con clienti miei, partendo da zero e da fermo. Una fatica nera per ripartire. Oggi le cose vanno molto meglio, ma allora ero assai preoccupato.

Feci un giro di ricognizione a inizio 2006 presso tutti i referenti con cui collaboravo per capire i “margini di crescita”. In molti mi diedero fiducia, ma ci fu un caso interessante: chiesi a uno dei referenti diretti per i quali lavoravo “al pezzo” di aumentare le risibili tariffe, oppure, in alternativa, di garantirmi un numero minimo di pezzi, oppure, come accade in ambito giornalistico, di concordare rimborsi spese.

La risposta fu curiosa: nessuna via era praticabile per il semplice fatto che la persona non aveva potere di fare nulla per me, perché in un certo senso “era precaria”. Sì, disse così. La sua attività era posticcia, accessoria. Oggi scopro – non ci vuole un genio a trovare le informazioni, anche se l’Agenzia delle Entrate ha bloccato l’accesso online! – che questa persona dichiarò nel 2005 ben 177.118 euro lordi (la media italiana dei dirigenti è di 100k). 

Ora le considerazioni sono due: 1) se con cifre del genere ti consideri un precario, sei un emerito coglione; 2) se con cifre del genere non hai potere manageriale vuol dire che sei un furbo di tre cotte. In ogni caso se, come al punto 5, il reddito fosse stato trasparente su Internet, difficilmente avrei ottenuto una risposta del genere, perché molto probabilmente anche Lupo de Lupis avrebbe avuto un minimo di dignità nell’esercitare il ruolo per il quale era pagato. O forse mi sbaglio.

A ogni modo le informazioni sui redditi di questo soggetto hanno cambiato radicalmente il mio punto di vista: se prima ero in dubbio, oggi so che non esisterà una seconda volta nell’accordargli fiducia professionale. “Guadagnare” non è un verbo che prescinde dalle relazioni.

Ultima modifica: 2008-05-05T14:14:25+02:00 Autore: Dario Banfi

3 commenti su “Trasparenza, relazioni e Lupo de Lupis”

  1. Mi associo, in questo modo contro l’opinione della maggioranza dei giornali e degli opinionisti, ma in sintonia con la maggioranza degli italiani…
    Aggiungo solo una piccola considerazione: visto che le dichiarazioni dei redditi erano già pubbliche, ma conoscobili solo da chi lo sapeva e si recava a leggerle, la differenza ora è che le notizie sono alla portata di tutti. Come ha spiegato l’Agenzia delle Entrate, la differenza della pubblicazione via internet è solo in una maggiore trasparenza. Traducendo: c’è una differenza nel grado di conoscenza. e di accessibilità Come si sa, attraverso la gestione della conoscenza passa il potere. O no? Siamo sempre alla democrazie degli Azzeccagarbugli: chi “sa”, può, tutti gli altri “purtroppo”, poiché non “sanno” non possono. Stiamo parlando dell’essenza della democrazia, mi pare.

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  2. Hai ragione Angela. E’ il sapere la chiave. Mi ha sempre stupito e lasciato senza parole, per esempio, la grande intuizione del Nobel per l’economia 98 Amartya Sen relativa al rapporto che esiste tra il problema della fame (e non solo) e libertà di stampa. Ai gradi di trasparenza corrispondono anche gradi di sviluppo economico, di libertà, di critica sociale…

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  3. D’accordissimo…
    … l’accesso ai dati sulle retribuzioni deve essere libero e trasparente!!!…
    … purtroppo, a differenza di angela, non credo che la maggior parte degli italiani la pensi così…

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