Non si dica poi che sono i giovani a lamentarsi per un inesistente iato che li separa dai padri o che l’espressione “la prima generazione più povera di quella precedente” sia una balla. Se non bastasse la dura recriminatoria di Tito Boeri con il suo ultimo libro “Contro i giovani. Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni”, lo certifica anche la Banca d’Italia, con lo studio “Il divario generazionale: un’analisi dei salari relativi dei lavoratori giovani e vecchi in italia”. L’abstract:
“In Italia, il salario dei lavoratori dipendenti più giovani si è ridotto negli anni novanta, rispetto a quello dei lavoratori più anziani. In particolare, il calo del salario d’ingresso non è stato controbilanciato da una carriera e, quindi, una crescita delle retribuzioni più rapida. La perdita di reddito nel confronto con le generazioni precedenti risulta dunque in larga parte permanente”.
La differenza media delle retribuzioni mensili degli uomini di 31 anni e di 60 era nel 2004 del 35%. Soltanto venti anni prima era del 20%. Si pesa, di conseguenza, di più sulla famiglia, vero ammortizzatore sociale. I salari di ingresso fanno un passo indietro, a parità di costo della vita, di 20 anni! La demografia non spiega il fenomeno e neppure la qualità dell’offerta (si legga la Sintesi). Una delle possibilità: “In un quadro di aggiustamento salariale si è messa in atto una dinamica asimmetrica e penalizzato i neoassunti“.
È uscito lo studio di Marco Manieri e Lorenzo Piazza Giovani generazioni al lavoro, pubblicato da Italia Lavoro nel contesto del progetto “Generazioni al Lavoro” del Ministero del Welfare. Il testo è ricco di spunti. Offre un’analisi non scontata sul fenomeno giovanile in Europa e in Italia, approntando anche un breve excursus storico e un focus speciale sul modello della cosiddetta flexsecurity di questi ultimi anni. Significativo il capitolo sul nostro Paese denominato “L’anomalia italiana”.