Perdere il posto per avere ceduto l’uso del PC

Tu accendi il PC (login + password) in azienda poi lo fai usare ad altri, non autorizzati. Sei in banca, per esempio, e viene fuori un casino… Che cosa succede? Semplice, perdi il posto. Il tuo licenziamento è legittimo, lo dice la  Corte di Cassazione (Ordinanza n. 205627 gennaio 2011). Se “soggetti terzi” usano una postazione informatica a sessione avviata con tue credenziali il motivo soggettivo per mandarti via esiste.

P.S. Ricordatelo.

I trafficanti di budget

Allora hai intascato dalla Corporation?
– Sshh. Zitto. Guarda forse tra qualche giorno.. Non ho ancora la certezza di avere quel budget.
– Se te lo restituisco tra due mesi, va bene? Mi raccomando non farne parola con il direttore amministrativo, però...
– Non preoccuparti, sai che facciamo tutti così qui. 

Mai avrei immaginato quale forma avesse potuto prendere la rivincita dell’economia sulla finanza, ma a pensarci viene quasi da sorridere ascoltando le conversazioni tra i manager delle multinazionali, come fossero i nuovi carbonari del Capitale, che per sfuggire alla mannaia della rendicontazione trimestrale si scambiano sottobanco quote di budget per fare andare avanti la baracca e lavorare sul serio, senza stare dietro alle mille regole imposte da CFO e dai report da ficcar dentro SAP o Siebel.

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Hard times a Milano

Curioso come la critica che l’autore di Tempi difficili (Hard Times) rivolse a Jeremy Bentham abbia una sua forza anche oggi. Se si persegue “la più grande felicità per il più grande numero di persone” (un assunto dell’utilitarismo, corrente filosofica criticata da Dickens), dimenticando buona parte di chi esce dai margini della statistica e del mondo visibile si finisce per dipingere un quadro senza prospettiva, piatto, forse inutile. E ancora più grave è farlo oggi, visto che la transizione tra condizioni lavorative è quanto più utile studiare e sostenere.

Di che cosa sto parlando? Dell’impegno delle nostre istituzioni locali. Oggi la Provincia di Milano ha presentato i dati sull’occupazione nel nostro territorio [scarica qui la presentazione: “Tempi Difficili” (.PDF) e il Comunicato Stampa] e ha pensato bene di prendere come base statistica le Comunicazioni Obbligatorie relative al lavoro alle dipendenze. Ci sono tutti, dal part-time all’apprendistato, dal full-time agli occasionali. Mancano i lavoratori indipendenti, Paria della statistica, invisibili, fuori dal mercato che interessa alle Istituzioni. Il panorma è inquietante: calano il part-time e le assunzioni a tempo indetermianto, cresce tutto ciò che è a termine. La domanda dequalificata prevale, le professioni intellettuali sono messe nell’angolo. E i freelance scomparsi! Tempi ancora più difficili a Milano per noi independent workers.

La qualità del lavoro (anche freelance)

Interessante e sempre piacevole da leggere è ancora una volta il numero appena pubblicato e che mi è arrivato qualche giorno fa (distribuito gratuitamente, tra l’altro, per chi fosse interessato) di “Dimensione Lavoro”, prodotto da AFI-IPL, l’Istituto per la promozione dei lavoratori dell’Alto-Adige.

Nel contesto di una serie di articoli (qui in .PDF) dedicati al “benessere” –  dove si articola bene l’idea che vada ampliato il concetto di “lavoro retribuito” come forma principe di attibuzione di valore per i soggetti sociali (secondo una sorta di omologia argomentativa, ma in piccolo, con chi oggi critica la centralità di indicatori economici come il PIL per misurare il benessere sociale) – si legge il bell’articolo di Andreas Brucculeri “Le molteplici sfaccettature della qualità del lavoro“.

Ineccepibile la letteratura citata. Il cuore dell’argomentazione: la percezione del benessere e di conseguenza i sistemi di rewarding dovrebbero essere molto più ampi di quanto sbrigativamente avviene con l’identificazione tra impegno lavorativo e corrispettivo in termini di reddito.

Ci sono altri fattori da porre sul piatto della bilancia: “le opportunità di qualificazione e di crescita; la possibilità di mettere in campo la propria creatività; le possibilità di avanzamento; le possibilità di influire sui processi lavorativi e di contribuire a configurarli; il flusso di informazioni; la gestione manageriale; il contesto sociale; l’utilità, l’orario, l’intensità del lavoro; gli aspetti emozionali e gli stress fisici; la certezza del posto“.

Tutto questo è rappresentato nello schema:

Qualita del Lavoro

Fonte: Dimensione Lavoro, n. 2/2009

Come si può intuire è una schematizzazione focalizzata sul mondo del lavoro dipendente. Difficile incasellare la condizione di un freelance nel secondo riquadro che parla di “posto di lavoro”. Ho allora immaginato uno schema diverso, più ampio, che andasse bene anche per i lavoratori indipendenti. Che ne dite?

qualita del lavoro autonomo

Moonlighter, ghost worker e l’Altro lavoro

Un filosofo francese che amo molto lo chiamava double bind, doppio legame. Non in senso psicologico, ma rispetto alle condizioni di vita che tracciano limiti e intersezioni. Dentro-fuori, esterno-interno, superficie-profondità. C’è sempre un po’ dell’uno nell’altro. Anzi, per definizione c’è. Le dedans c’est le déhors, scriveva Merleau-Ponty.

In molti si sono cimentati nella lettura di questi “margini” in termini filosofici ed esistenziali, da Blanchot a Bateson, a Derrida. E non è sbagliato pensare che anche la condizione sociale viva di questo, ovvero di sovrapposizioni, ibridazioni e forme meticce, per esempio tra sicurezze e rischi, tra obblighi e libertà, tra condizioni di subordinazione e di autonomia. Come nel lavoro.

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Usa pure per lavoro un programma pirata

Divertente dimostrazione delle conseguenze che derivano da Leggi scritte in corsa o forse da un avvocato? :-) e dunque incomplete:

Non punibile il professionista che utilizza in studio programmi “pirata”
Negli studi professionali non è reato usare sui computer dei programmi pirata. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 49385 del 22/12/2009, ha sottolineato che l’uso di programmi “piratati” non è punibile in uno studio professionale. La norma parla infatti di imprenditori o commercianti. È invece sempre punibile la riproduzione illegale dei programmi. Ma va provata.

(via Cassazione.net)

Un cambio di passo, ora chi segue?

Nel mondo IVA si licenzia poco“. Così si esprime (correttamente a mio giudizio) Giuseppe Vitaletti sul Blog di Dario Di Vico “Generazione Pro Pro” dove continua serrata l’analisi e il confronto sui temi del lavoro autonomo. Chi sta seguendo il dibattito può trovare un’importante sintesi su quanto raccolto e raccontato dal Corriere della Sera in questi mesi si trova nell’articolo “Dal fisco al welfare, l’agenda delle partite Iva“, a cui fa seguito la risposta di Giuliano Cazzola, che enumera la miracolosa moltiplicazione delle fattispecie di partite IVA che i Governi dal 1995 in poi sono riusciti con sagacia a genererare e propone l’indecente aumento di ulteriori aliquote INPS affinché le Partite IVA abbiano qualche briciola in termini di assistenza. (Forse il politico PDL non ha capito il livello di tensione che si registra oggi in questo segmento di mercato del lavoro, dove, è vero, si licenzia poco, ma perché non esiste il buoncostume di fare contratti seri né lettere d’incarico. Una tensione che Anna Soru mostra molto cortesemente nella secca replica a Cazzola).

Quanto sta avvenendo per volontà del Corriere in questi mesi è un confronto senza precedenti. Importante e trasversale, come non è mai accaduto.  

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Chi tocca muore (di fame)

Onestamente non ho approfondito molto, ma mi pare che Rotondi non abbia detto di abolire la pausa pranzo come molti hanno scritto, bensì di lasciare libertà di gestirla. Il che mi trova ampiamente d’accordo, non fosse altro che per il fatto di essere il capo di me stesso. Da anni oramai faccio pause in maniera disordinata, ma secondo un principio elementare: mi fermo quando si interrompe un flusso di lavoro preciso, imposto dalla logica interna di ciò che sto svolgendo. Inutile dire che questo significa mangiare tra le le 12.00 e le 15.00 (raramente salto anche) senza difficoltà.. e che mi restituisce la chiara percezione di non buttare via tempo, visto che il tempo non me lo paga nessuno. A chi però il tempo lo pagano al minuto (come nel pubblico impiego) è ovvio che puntare su piccoli accorgimenti che aumentano la produttività dia fastidio. Si vanno a toccare diritti fondamentali, compreso quello di avere una gabbia temporale in cui stare al sicuro perché così altri decidono per te come comportarti. E se ti dicono “sentiti libero di migliorare la tua produttività”, magari guadagnando tempo a fine giornata, apriti cielo. Se invece qualcuno, con l’appoggio del sindacato, si inventa che i posti dei padri debbano passare per una corsia privilegiata ai figli, mantenendo privilegi acquisiti – a questo punto in maniera dinastica, con buona pace di tutte le chiacchiere sul merito e sulla scelta dei candidati migliori – allora zitti, che altrimenti qualcuno muore di fame.