I trafficanti di budget

Allora hai intascato dalla Corporation?
– Sshh. Zitto. Guarda forse tra qualche giorno.. Non ho ancora la certezza di avere quel budget.
– Se te lo restituisco tra due mesi, va bene? Mi raccomando non farne parola con il direttore amministrativo, però...
– Non preoccuparti, sai che facciamo tutti così qui. 

Mai avrei immaginato quale forma avesse potuto prendere la rivincita dell’economia sulla finanza, ma a pensarci viene quasi da sorridere ascoltando le conversazioni tra i manager delle multinazionali, come fossero i nuovi carbonari del Capitale, che per sfuggire alla mannaia della rendicontazione trimestrale si scambiano sottobanco quote di budget per fare andare avanti la baracca e lavorare sul serio, senza stare dietro alle mille regole imposte da CFO e dai report da ficcar dentro SAP o Siebel.

Per chi non avesse dimestichezza con questi ambienti si tratta di barcamenarsi tra regole e regolette per spendere soldi in azienda. Interessa i middle manager e i dirigenti che hanno facoltà di utilizzare soldi per attività di ricerca e sviluppo o semplicemente per attività di comunicazione o promozione, come può essere banalmente la partecipazione a una fiera di settore. Quanto hanno in tasca? Lo decide la corporation, non la filiale. Se sei bravo arrivano soldi, se il tuo segmento d’affari va a rotoli, allora ciccia, niente budget.

Pensavo fossero casi isolati quelli dei miei clienti, poi ho avuto conferma da altri freelance. Accade ovunque. Il budget monodose è la sostanza stupefacente più ricercata tra i corridoi delle grandi imprese. Se hai urgenza di produrre una pubblicazione, fare marketing, pubblicità, acquisire banche dati, ottenere valutazioni indipendenti e altro, insomma se sei intrappolato in meccanismi finanziari che vincolano ogni spesa e hai bisogno del lavoro di un consulente, devi fare i salti mortali per spendere soldi. L’alternativa alla pianificazione erga omnes, alla definizione delle linee di investimento della “casa madre”, è quella di tradire le attese finanziarie, e fregartene delle regole generali, “spacciando” budget.

A volte, in azienda, se sei fortunato, ce l’hai in mano questa dose, altre volte devi andare a chiederla in altri uffici, agli amici e talvolta perfino a chi ti sta sulle palle. L’umiliazione del bisognoso di budget è uno scotto da pagare, ma ancora peggio è fare il manager senza avere in tasca soldi da spendere. Che fai tutto il giorno? Dalla parte opposta, chi questi soldi deve incassarli per fare cose, lavorare, creare, produrre in outsourcing ecc., questo traffico interno è uno spettacolo molto, molto interessante per due motivi.

In primo luogo perché mostra il lato vivo del business, che non si ferma agli accordi di livello più alto, ma va con attenzione a ricercare i migliori fornitori. Come è noto, le grandi imprese e multinazionali fanno accordi quadro tra loro, per garantirsi entrate in un gioco finanziario di macro scambi di favori a livello nazionale o mondiale. La tale società produttrice di automobili, per esempio, avrà la tal’altra società di pubblicità in ogni Paese del mondo. O quasi. La stessa multinazionale della comunicazione utilizzerà un certo revisore dei conti uguale in tutto il mondo, e questo avrà un sistema di approvvigionamento di auto aziendali uguale e così via. Quando, però, uno di questi attori deve trattare pezzi di produzione (cognitiva) fuori dai traffici mondiali, perché tocca il sapere locale o specialistico, allora il meccanismo va in crisi. Così come va in crisi quando trovano fornitori del tutto inadeguati, anche se appartenenti a grandi aziende, professionisti cioè che non sanno fare il loro mestiere. “Ne serve uno bravo, mica questi imposti da tizio“, senti dire. 

Per un freelance entrare in questi meccanismi è complesso. Devi dare prova di essere migliore di chi fa girare l’ingranaggio dei sistemi di business tra big spender. Devi dimostrare di sapere di più, essere più rapido, fare le cose meglio. Devi, cioè, far capire che vale la pena rischiare qualcosa per te, magari “spacciando” o acquisendo budget destinato ad altre attività, non alle tue. Tutto è assai curioso, perché suona come la rivincita dell’economia della conoscenza sulla cooptazione e sulla finanza, ovvero su quella “conoscenza” fin troppo formale, che diventa esclusivamente processo finanziario d’acquisto e di spesa più che percorso economico per produrre valore.

Il secondo motivo di interesse è la dimostrazione pratica e concreta che la “codifica finanziaria della produzione” e la pervicace volontà di ingabbiarla in formalismi lasciano il tempo che trovano (sul campo delle necessità reali). A dimostrarlo non sono i sociologi del lavoro, ma i manager stessi, che considerano il sistema di pianificazione finanziaria inutile se non addirittura un vero ostacolo alle necessità d’impresa. Il Capitale punta al profitto, formalizzando i percorsi più veloci per ottenerlo; i suoi manovratori, invece, puntano alla definizione flessibile delle sue regole d’uso. Non tralasciano il profitto, ovviamente, ma non vogliono ridursi a passacarte di valori bollati, intenti soltanto a produrre forecast e consuntivi a beneficio degli investitori di Borsa.

In tutto questo la vera pulce nell’orecchio è il freelance, che silenziosamente gioca la sua battaglia contro le corazzate della consulenza, contro il sistema d’impresa e mette a nudo quanto il valore transiti dal sapere, non dalla finanziarizzazione della produzione. Questo fenomeno di “spaccio” dimostra chiaramante come taluni manager non vogliano ridursi a diventare dei buyer, a trasformare il business in mera logistica del sapere, ma credono ancora che il management sia l’arte di manovrare la propria fetta di produzione e che il meglio si trova anche nel piccolo, tra le fila dei freelance, nel mondo del lavoro indipendente.

L’ultima resistenza al postfordismo è la buona coscienza del professionista della regola aziendale, che punta soltanto a muovere la nuova “catena di montaggio mentale”, fordista a suo modo, imposta dalla pianificazione finanziaria. Ben vengano allora tutte le pratiche decostruttive possibili di questa mentalità, che ridanno fiato all’economia della conoscenza.

Freelance di tutto il mondo, sosteniamo i “trafficanti di budget” :-)

Ultima modifica: 2011-03-04T12:20:09+01:00 Autore: Dario Banfi

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