La lezione di Mike Monteiro (Design director cofondatore di Mule Design Studio) ai CreativeMornings di San Francisco. Risponde al problema ricordato nel post di ieri e più in generale alla questione dei pagamenti dei creative jobs.
Information Technology
Freelance remote working, ora sostituisce i tirocini!
Fare uno stage? Ma non ci pensare nemmeno. Lavora da solo, senza esperienza e da remoto, attaccato a un PC per pochi dollari all’ora. Maledetti, ma buoni per bere birra al sabato sera. Non ti ficcare in azienda, se non hai bollette da pagare ma sei ancora al college. E’ questo il messaggio che gli intermediari di lavoro online per freelance cercano oggi di passare a chi ancora non è entrato nel mercato del lavoro. Il tutor? Ma chissenefrega, siete già bravi da soli, o, come si legge sul blog di Solvate
[…] college students are far too inexperienced to offer any services to companies. However, the advantages to using college students are numerous. They are smart and savvy after spending time building their own personal brand online through websites, blogs and social networks. They’re highly aware of current events and passionate about their interests. They’re interested in making friends and the resulting networking. They’re new to the work place and still highly enthusiastic about their work. (See idealistic college freshman mentioned above.) Lastly, they’re cheap.
Passione, mica soldi. Questo dà soddisfazioni. Se l’istituto del tirocinio formativo non fosse stato così terribilmente sputtanato in questi anni potremmo anche credere a queste favole. E anzi, più viene degradato, più facile è spostare gli interns (“life-blood of the industry“!) in remote workplace. Lavorare da remoto – ti spiegano – non ti costringe al rammarico about being laid-off or getting stuck in a dead-end job. Eviti scocciature. In effetti, imparare da altri è una bella rottura di palle, meglio Popper, procedere cioè per congetture e confutazioni.
Retorica di alto livello, direi, che consente di passare il messaggio: un lavoro subordinato a contenuto formativo può essere facilmente sostituito da autoformazione messa in atto con un lavoro autonomo. Triplo salto carpiato e voilà, sei pronto a telelavorare dal College per un broker a caso che spopola online. Qualche diritto del lavoro vogliamo richiamarlo? Dai, non scherziamo, beviamo ‘sta birra e guardiamo l’ultima puntata di OC, ti suggerisce il proprietario della piattaforma di telelavoro.
Chiamatelo, se volete, lato oscuro del postfordismo.
Freelance future is now?
Citando la frase di The Atlantic, “The future of America is freelance“, Solvate presenta graficamente così la sua lettura dell’evoluzione dal mondo fordista del lavoro allo sviluppo del freelancing, passando dalla crescita di Internet e dalla diffusione di Hotspot Wi-Fi e spazi di coworking:
Se la cultura corporate diventa museale
L’idea è di un freelance, Leonard Boothes, lavoratore “devoted 30 years to climbing the corporate ladder before being laid off during the recession“, che ha dato vita al progetto The American Museum of Corporate American History (AMCAH, http://www.museumofcorporateamerica.org). Tra il serio e (soprattutto) il divertito ha deciso di conservare alcuni cubicoli per il lavoro in open space, con annessi alcuni cimeli aziendali (vedi la foto) e immagini a testimonianza dell’evoluzione della cultura corporate d’America, soprattutto sul fronte della tecnologia. Il personaggio improbabile dei filmati creati da AMCAH è uno sbarbato in versione Mr. Bean all’americana, quello che dalle nostre parti assomiglierebbe a uno stagista alle prime armi. In background, rovesciando il segno irriverente dell’esibizione di Boothes, c’è il messaggio più volte ricordato da uno dei più grandi giornalisti del lavoro in America, Steven Greenhouse: il lavoro alle dipendenze diventa sempre più a big squeeze; i rapporti di lavoro un inferno.
Meglio archiviare il tutto, magari in un museo?

Fonte: American Museum of Corporate America History Collection.
Con il contributo economico di Solvate, uno dei maggiori portali Usa per freelance e consulenti, il sito AMCAH ha lanciato anche il contest via Twitter per l’assegnazione del titolo di “World’s Best Freelancer”, appoggiato per gioco anche dalla Freelancers Union. Hashtag per segnalare via Twitter chi secondo voi è il miglior freelance, best ever: #solvatecontest. Sono indeciso tra Houdini, Spinoza (il filosofo, non il blog) o Dexter Morgan.
Tecnolibertari e posti di lavoro
Ogni tanto qualche interessante analisi che esce dal coro dei soliti tecnolibertari, fan dell’avvenirismo tecnologico e figli minori di Marcel Mauss, e affronta insieme due temi quasi mai accostati (almeno in Italia, oltreoceano A. Ross ha invece fatto da apripista da tempo): il mito della piazza globale di Internet e la decostruzione del mercato del lavoro, così come lo abbiamo conosciuto finora:
La diffusione di Internet ha prodotto un’accelerazione talmente radicale nella trasmissione di informazioni anche complesse da averne prodotta una altrettanto impressionante nella finanziarizzazione dell’economia, creando le condizioni per il trasferimento di capitali ingentissimi in tempo reale da una piazza finanziaria all’altra (con relativa facilitazione della speculazione). Altre conseguenze problematiche si rinvengono nella sua capacità di sostituire la mano d’opera sul fronte dell’offerta dei servizi, scaricando lavoro sul fronte della domanda, quella appunto dei consumatori. Chi acquista un biglietto ferroviario via Internet svolge personalmente un lavoro che sarebbe altrimenti stato a carico dell’offerta (bigliettaio) o che comunque sarebbe stato intermediato da una persona fisica (agente di viaggio). Non solo quindi, come diceva Jean Baudrillard, il consumatore diviene sempre più qualcuno che paga per lavorare al servizio del capitale (nel caso dei libri su Amazon.com facendo autonomamente ricerca senza aiuto del venditore e perfino scrivendo piccole recensioni a uso dei succesivi acquirenti) ma la tendenza alla riduzione dei posti di lavoro del capitalismo tecnologico-cognitivo è sotto gli occhi di tutti.
È chiaro che la globalizzazione e l’ampliamento dei mercati distributivi resi possibile dal Web produce una serie di effetti collaterali solitamente sottostimati che comunque presentano costi sociali non indifferenti. Non solo posti di lavoro persi, ma anche tendenza alla spedizione da grande o grandissima distanza che inquina l’ambiente e si colloca in tendenza radicalmente opposta rispetto al modello «a Km 0» raccomandato dagli ambientalisti. Inoltre, Internet rende tutti dipendenti dalla tecnologia informatica e dalle grandi imprese delle telecomunicazioni che gestiscono l’ accesso alla rete. Infatti l’accesso alla piazza è precluso a chi non ha un collegamento via cavo o celluare, cosa per nulla scontata in molti contesti disagiati.
Da “Beni comuni, pratiche egemoniche nella rete“, Ugo Mattei, Il Manifesto, 1 marzo 2011.
Perdere il posto per avere ceduto l’uso del PC
Tu accendi il PC (login + password) in azienda poi lo fai usare ad altri, non autorizzati. Sei in banca, per esempio, e viene fuori un casino… Che cosa succede? Semplice, perdi il posto. Il tuo licenziamento è legittimo, lo dice la Corte di Cassazione (Ordinanza n. 205627 gennaio 2011). Se “soggetti terzi” usano una postazione informatica a sessione avviata con tue credenziali il motivo soggettivo per mandarti via esiste.
P.S. Ricordatelo.
La storia della Freelancers Union
Gli incredibili 15 anni della Freelancers Union, una vera istituzione e un faro per il mondo dei freelance di tutto il mondo.
Cinguettii dal Wisconsin
Sembra lo storyboard di un film di Alan Parker, ma accade oggi davvero nel cuore degli Stati Uniti con tutti i connotati di un caso che farà scuola nella fenomenologia delle relazioni sociali tra Stato, forze sindacali, cittadini attivi e questa volta anche con il mondo dei freelance, curiosamente schierato a fianco dei sindacati del Pubblico Impiego! Una vicenda che esce dai più classici paradigmi con i quali siamo abituati a dividere e interpretare il mondo del lavoro.
Accade nel Wisconsin, dove un Governatore repubblicano sotto la falsa etichetta di “tagli alla scuola” in uno Stato quasi sull’orlo della bancarotta (con un deficit di 9,6 mld di dollari), nasconde la volontà di cancellare la contrattazione collettiva – collective bargaining – delle trade unions più vecchie d’America.
Il digitale non cancella lavoro ma diritti
In contemporanea su Sole e Corriere oggi due articoli ricordano come sia attuale la trasformazione del mondo del lavoro e la sua migrazione verso le tecnologie digitali.
Da una parte Luca De Biase sostiene (articolo in .PDF) che il digitale non distrugga il lavoro, ma traslochi l’occupazione. Cancella posti, ma ne crea altri. Dall’altra Ivana Pais che anche le Agenzie per il lavoro si stiano dando da fare per cercare figure “high skilled” nel segmento 2.0 e per questo chiama in causa l’ultimo monitoraggio europeo sulle Job vacancies.
In realtà occorre aggiungere qualche pezzo in queste due analisi. Non che siano sbagliate, ma non dicono tutto. Da una parte, per esempio, manca una valutazione sui processi di frammentazione dei sistemi di organizzazione del lavoro (cosiddetto “post-fordismo”) ai quali si accompagnano oggi radicali trasformazioni legate alla condizione del lavoratore, alla metamorfosi dei diritti legati al sistema di Welfare e alle condizioni socio-economiche. Cambia il lavoro, cambiano i compensi, cambiano i diritti.
Se fai diventare un operaio che sta in linea alla produzione di elettrodomestici un pickerista che lavora a tempo, su chiamata, in un centro di logistica con cuffiette per il picking vocale di scatolame vario sui pallet, hai certamente creato una trasformazione come minimo a somma zero, ma hai deregolamentato molto del vecchio sistema e tolto qualche diritto al lavoratore. Entrate nei magazzini dei grandi distributori della GDO per credere. Io ci sono stato, per fare analisi sui software. Ottimi, eccezionali. In mano a extracomunitari che lavoravano in gironi danteschi (e non vi dico che casino, come una legge del contrappasso tecnologico, per inizializzare il riconoscimento vocale…).
Facciamo un altro esempio più vicino alla Knowledge society.