Il digitale non cancella lavoro ma diritti

In contemporanea su Sole e Corriere oggi due articoli ricordano come sia attuale la trasformazione del mondo del lavoro e la sua migrazione verso le tecnologie digitali.

Figure richieste ItalyDa una parte Luca De Biase sostiene (articolo in .PDF) che il digitale non distrugga il lavoro, ma traslochi l’occupazione. Cancella posti, ma ne crea altri. Dall’altra Ivana Pais che anche le Agenzie per il lavoro si stiano dando da fare per cercare figure “high skilled” nel segmento 2.0 e per questo chiama in causa l’ultimo monitoraggio europeo sulle Job vacancies.

In realtà occorre aggiungere qualche pezzo in queste due analisi. Non che siano sbagliate, ma non dicono tutto. Da una parte, per esempio, manca una valutazione sui processi di frammentazione dei sistemi di organizzazione del lavoro (cosiddetto “post-fordismo”) ai quali si accompagnano oggi radicali trasformazioni legate alla condizione del lavoratore, alla metamorfosi dei diritti legati al sistema di Welfare e alle condizioni socio-economiche. Cambia il lavoro, cambiano i compensi, cambiano i diritti.

Se fai diventare un operaio che sta in linea alla produzione di elettrodomestici un pickerista che lavora a tempo, su chiamata, in un centro di logistica con cuffiette per il picking vocale di scatolame vario sui pallet, hai certamente creato una trasformazione come minimo a somma zero, ma hai deregolamentato molto del vecchio sistema e tolto qualche diritto al lavoratore. Entrate nei magazzini dei grandi distributori della GDO per credere. Io ci sono stato, per fare analisi sui software. Ottimi, eccezionali. In mano a extracomunitari che lavoravano in gironi danteschi (e non vi dico che casino, come una legge del contrappasso tecnologico, per inizializzare il riconoscimento vocale…).

Facciamo un altro esempio più vicino alla Knowledge society. E’ noto, per esempio, che la perdita dei posti di lavoro nel settore editoriale non viene rimpiazzata con redazioni online o robe simili. Negli Usa sono stati buttati fuori dalle società editoriali il 35% dei lavoratori/giornalisti negli ultimi 10 anni. Basta seguire i job posting su oDesk o nelle liste dei writer dell’East Coast o le ricerche via Twitter legate al mondo editoriale per capire dove siano finiti i posti di lavoro. Sono sparsi tra i quasi nove milioni di freelance made in Usa, che non hanno coperture di alcun genere dallo Stato sociale americano. Per farti l’assicurazione o pagare meno il dentista devi sperare nel lavoro di gente della Freelancers Union, non certo nel sistema sanitario.

Dalle nostre parti non siamo molto lontani. Si prendano i servizi offerti dalla Gestione Separata dei giornalisti freelance per capire. Sarà anche figo scrivere sul blog del giornale di Confindustria, ma se poi non ti viene riconosciuta la contribuzione per rendere più sicuro il tuo futuro, hai sì creato posti, ma qui il concetto di lavoro è radicalmente modificato. Il digitale non cancella lavoro, semplicemente si presta alla rimozione dei diritti. Perché non viene utilizzato anche per i lavoratori dipendenti del settore editoriale il pagamento al pezzo (o meglio a righe!), con cessione del diritto d’autore senza versamenti INPGI?

Una seconda questione riguarda la realtà dei fatti sulla domanda di lavoro in Italia. Per quanto sia molto bello credere nella progressiva affermazione della società della conoscenza, ciò che chiede il mercato oggi è ben altro materiale umano da impiegare nelle nostre imprese e altrove: impiegati con bassa qualifica (leggi: operai dei dati), operai specializzati, cuochi, badanti, autisti e altro. Ok, qualche impresa ogni tanto se lo vuole portare in casa qualche esperto di Web marketing, ma i dati Excelsior, per quanto mal strutturati, qualcosa a riguardo lo dicono. E anche se dovessimo contare le richieste di consulenze non contabilizzate nel sistema nazionale di Unioncamere o nelle Comunicazioni Obbligatorie (CO) del Ministero, sono certo che la richiesta di cuochi batterebbe quella di esperti SEO e SEM o di consulenti indipendenti con alta specializazione 2.0 almeno con un paio di zeri di scarto. Qui in Italia. Se, invece, vai da San José a Seattle, forse le cose sono differenti.

Ultima modifica: 2011-02-18T12:36:10+01:00 Autore: Dario Banfi

2 commenti su “Il digitale non cancella lavoro ma diritti”

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