KPI, CPH, AHT e diritto del lavoro

Mi sono chiesto più volte quale fosse l’approccio più corretto per guardare alla trasformazione del lavoro e a come la tecnologia influisse sulle dinamiche di precarizzazione o stabilizzazione. E sono sempre più convinto che molta retorica sui call center non abbia in realtà il coraggio di una critica radicale, che vada fino in fondo. Credo servano punti di vista nuovi per leggere i fenomeni.

Qualche settimana fa sono incappato in documentazione tecnica dedicata ai software in uso presso i contact center, moderni sweatshops tanto deprecati. Poi ho capito.

Provate a leggere queste pagine sui KPI (Key Performance Indicators) e sarà più chiaro anche a voi. La radice del problema, se posso azzardare un nuovo approccio alla questione call center (che non definirei soltanto legata alla precarietà, bensì alla “qualità del lavoro”), in questo caso sta negli algoritmi e nella misurazione tecnica: ha silenziosamente sostituito l’Art. 4 dello Statuto dei Lavoratori sul “Controllo a Distanza”, nell’indifferenza totale dei sindacati. I quali, forse, farebbero bene a studiare le differenze tra Siebel Systems, Dynamics CRM, Amdocs ecc. Alla fine sono queste le sottili differenze che interessano agli imprenditori, schiavi a loro volta delle logiche di quantificazione con cui contrattano i servizi per conto terzi.

Come nella realizzazione di interfacce grafiche per computer, per l’usabilità dei servizi o la libertà d’uso del software da anni nessun produttore chiede alla comunità dei suoi utenti quale approccio cognitivo o sociale ritenga più opportuno e migliore per uno sviluppo economico e sostenibile, o a misura di persona, così, allo stesso modo, al nuovo operaio dei dati, al fabbro dei dialoghi in cuffietta e al sarto del servizio clienti nessuno chiede se sia più opportuno definire parametri per la misurazione delle performace che abbiano a che fare con Average Handling Time, Calls per hours, o altre diavolerie matematiche che la business intelligence preconfeziona per loro in qualche Software Lab di note multinazionali.

Il crollo delle Agenzie per il lavoro

Finalmente qualcuno ha scritto l’articolo (qui in .PDF) di cui mi lamentavo tempo fa. Nadia Anzani su Economy, che non ha guardato in faccia a nessuno. Questa la fotografia finanziaria, per gli esuberi interni si sbilanciano in pochi. Manpower ammette di avere tagliato il 9% dei dipendenti.

Agenzie Lavoro Italia 2009 - Il crollo
Fonte: Economy, 26 marzo 2009

Farsi prendere a pedate dall’inflazione

OD&M Consulting ha presentato oggi i periodici dati sulle retribuzioni degli italiani (dei lavoratori dipendenti, non del pubblico impiego). Ne parla il Sole 24 Ore (.PDF) presentando la ricerca che fa il punto sull’anno appena concluso. Questo il comunicato stampa (.PDF) sugli andamenti retributivi.

Di tutti i valori che potete leggere nei due documenti in download, ce n’è uno che mi fa impressione: il sorpasso definitivo nel 2008 dell’inflazione sulla crescita (in percentuale) degli stipendi, così rappresentato:

Stipendi Italia Inflazione 2008
Fonte: OD&M Consulting – X Rapporto sulle Retribuzioni degli Italiani 2009

Per i dirigenti, che comunque si mettono un bel gruzzolo in tasca (mediamente 103.404 euro lordi all’anno), si tratta anche di un sorpasso sul medio periodo per quanto riguarda l’inflazione misurata sui beni di frequente consumo. Bye bye bonus, buongiono al carovita.

Retribuzioni Italia Trend 2004 - 2008

Fonte: OD&M Consulting – X Rapporto sulle Retribuzioni degli Italiani 2009

Può interessare un po’ tutti, più da vicino, anche questa classificazione per età e tipologia di inquadramento. Sono medie italiane, da prendere dunque con le molle per valutare casi che non rientrano nella norma, magari per profili lavorativi ricercati o per aree geografiche o settori specifici. I valori sono espressi al lordo su base annua.

Retribuzioni per classe di età e inquadramento - Anno 2008
Fonte: OD&M Consulting – X Rapporto sulle Retribuzioni degli Italiani 2009

Sussidio unico e strumenti di potere

La coppia Boeri-Garibaldi colpisce ancora, presentando su LaVoce.info uno studio molto chiaro, leggibile anche dai non addetti ai lavori, sul costo del sussidio unico di disoccupazione. Un ragionamento pulito, basato solo sulla matematica, che smentisce sia Berlusconi sia Bersani.

Sconsolante la considerazione finale dei due autori: “[..] Non si dica che la riforma non è finanziariamente sostenibile. Semplicemente, sono altre le priorità di questo esecutivo. Vuole tenersi un sistema che è il migliore strumento di potere del mondo“.

Ancora più chiaramente: autorizzare spese straordinarie per mobilità e indennità di disoccupazione significa garantirsi voti politici in tempo di crisi. Al contrario ogni soluzioni di equità sociale toglierebbe alla politica il potere di stabilire privilegi.

I lavoratori non sono tutti uguali

Finalmente un approfondimento degno di questo nome in TV sui temi degli ammortizzatori sociali e del precariato. La bella trasmissione di Ilaria D’Amico (Exit su La7) ha fatto capire qualcosa di più agli italiani: sul blog di Exit potete rivedere i servizi della puntata di ieri.

Tema centrale: la sperequazione tra “garantiti” e “atipici” nei trattamenti economici per i periodi senza lavoro. Quello che è emerso è una giungla di soluzioni (CIG, CIGs, incentivi da Legge Marzano, Indennità di disoccupazione, Mobilità, Assegni vari) e la scopertura totale dei precari. Si passa dalla Serie A ai gironi promozionali.

Un esempio: indennità pari all’80% del reddito dell’ultimo anno per 7 anni (ex dipendenti Alitalia) al 10% per un anno (co.co.pro e neppure per tutti).

Il Ministro ha ribadito che qualcosa appunto si sta muovendo per i Co.co.pro in monocommittenza*, ma ha pur ammesso che si dovrà fare di più. Il Governo a ogni modo ha puntato in questo periodo di crisi sul gruzzolo distribuito alle amministrazioni locali con l’accordo Stato-Regioni, che servirà per ammortizzatori in deroga.

Cfr. Legge n. 2/2009 [Titolo III – Art. 19, comma c2] di conversione del D.L. n. 185/2008 approfondita tecnicamente da Laura Spampinato qui)

La puntata ha fatto però capire qualcosa di più anche sul fronte politico: a fianco di un ministro che è parso ascoltare più che parlare, dicendo molto con il suo silenzio, c’era un Enrico Letta incapace di far capire agli italiani la proposta Franceschini (Franchesche?), un Bonanni inguardabile, che pareva uscito dall’Osteria Tre Marie e alla domanda “Avete mai fatto manifestazioni per i precari?” ha risposto “Alcuni le hanno fatte, sbagliando!“, una Concita De Gregorio, che sulle statistiche proprio non c’azzecca, e per fortuna un ottimo Michel Martone, al quale personalmente farei guidare il mio “partito” ideale, poco politico e molto dentro la realtà dei fatti, contenuto negli interventi, ma preciso e pungente.

Una bocciatura evidente della nostra classe politica e sindacale.

Peccato per i mancati interventi dal pubblico, tra i quali ho riconosciuto volti noti. Bravo Salvo Barrano, già conosciuto in questa occasione, che non si è fatto imbonire dal ministro con la solita manfrina sulla libertà e le magnifiche sorti umane e progressive di chi ha una partita IVA.

Focus sulle retribuzioni al femminile

Azione d’attacco del Sole 24 Ore per informare e sensibilizzare sul tema degli stipendi delle donne in Italia. L’inchiesta spalmata su più giorni ha visto ieri la pubblicazione dell’articolo di Nicoletta Picchio “Donne, la disparità in busta paga” (PDF) [online qui] e oggi “Se il posto è rosa lo stipendio cala” (PDF) [online qui] di Carmine Fotina e Serena Uccello.

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A seguire pubblico anch’io alcuni dati di cui sono in possesso e che mostrano una lettura interessante e in controtendenza del gap tra i generi. Seguite il ragionamento in tre parti, se vi interessa la materia. Usiamo come fonte il “Rapporto 2008 – Domanda di lavoro e retribuzioni nelle imprese italiane” elaborato da ODM Consulting e Unioncamere (qui un approfondimento e materiali. Questo, invece, il comunicato stampa in .DOC).

Prima parte: calcoliamo la media delle medie, ovvero usiamo dati aggregati consolidati sull’anno 2007:

Retribuzioni lorde medie in Italia – Anno 2007:
UOMINI € 28.000DONNE € 24.100
Scarto nel 2007: 16% (16,5% nel 2003)

Seconda parte: scendiamo in profondità, guardando ad alcuni cluster professionali aggregati (che costituiscono il 28,4% dell’occupazione femminile):

Professioni non qualificate – Diff. retributiva Uomini / Donne = 1,7%
Dirigenti – Differenza retributiva Uomini / Donne = 3,3%
Impiegati – Differenza retributiva Uomini / Donne = 3,9%

Retribuzioni e Genere - I grandi gruppi professionali

Terzo passo: il corpo a corpo.

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