La riformicchia di Sacconi

Ho finalmente trovato il tempo di leggermi il Decreto Legge 25 giugno 2008 n. 112 (“Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria“), la cosiddetta Manovra dell’Estate. Comprende numerose modifiche al diritto del lavoro che ho raccolto nella parte finale del post. [Due .PDF estesi sul DL si trovano nei file 1 e 2 a cura del Sole 24 Ore]

In sintesi – tra le maggiori operazioni – rivede pesantemente il contratto a termine; abolisce il divieto di cumulo tra pensione e redditi da lavoro; estende la definizione di lavoro accessorio; amplia l’apprendistato ai dottorati di ricerca; istituisce il Libro Unico (registro di tipo amministrativo); regolamenta il ricorso a professionisti da parte della PA e delimita il lavoro flessibile in questo settore.

I due articoli più discutibili sono certamente il 71 (“Assenze per malattia e per permesso retribuito dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni“) voluto dal ministro Brunetta [qui una sua Circolare di chiarimento] e il 21 (“Modifiche alla disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato“) che – estendendo gli ambiti di applicabilità dei contratti a termine – apre di fatto la strada all’ancora più forte precarizzazione del lavoro. Assurda e contestatissima, infine, la norma contenuta nel comma 5 dell’Art. 49 (cosiddetta “blocca-precari“) che impedisce di ottenere un posto fisso a chi ha fatto causa alla PA per ottenere il riconoscimento dei vincoli di subordinazione. Al limite della costituzionalità.

In sostanza è una Riforma del Lavoro rappezzata e scritta in fretta, che a mio modesto parere non contribuirà a rilanciare la qualità del lavoro in Italia. Lima dettagli di poco conto, anche della Legge Biagi (e non si può certo dire che “la completi” come hanno insistito in molti…), e interviene a gamba tesa là dove, probabilmente, non può, come in relazione ai contratti a termine. Non migliora affatto le tutele di chi è sprovvisto di un lavoro a tempo indeterminato e dimentica del tutto il contrasto al lavoro nero (le sanzioni per l’assenza del Libro Unico sono praticamente inutili).

Un giudizio a caldo: un pessimo inizio per il Ministero guidato da Maurizio Sacconi.
Update: si legga la durissima analisi di Chainworker 2.0. che parla espressamente di “Controriforma del Lavoro“.

Ecco le principali modifiche legislative del DL 112/2008:

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Timbrare il cartellino in Europa

Eurofond ha reso noto lo studio comparativo “Working time developments – 2007” dedicato alle ore lavorative nei differenti Paesi europei. Oltre allo scandaloso risultato su quanto avviene nella Pubblica Amministrazione del nostro Paese rispetto al resto del Vecchio Continente, si nota il maggior carico lavorativo nei Paesi dell’Est e nei nuovi Stati membri dell’Unione. Questa è una sintesi dei dati raccolti:

Paese A) Ore lavorative (sett.) B) Ore lavorative lorde (annuali) C) Ferie e Congedi (giorni) D) Festività pubbliche (giorni) E) C+D (in ore) F) Ore annuali di lavoro (B-E)
Estonia 40,0 2.080,0 20,0 8,0 224,0 1.856,0
Romania 40,0 2.080,0 21,0 7,0 224,0 1.856,0
Polonia 40,0 2.080,0 20,0 9,0 232,0 1.848,0
Ungheria 40,0 2.080,0 20,0 10,0 240,0 1.840,0
Lettonia 40,0 2.080,0 20,0 11,0 248,0 1.832,0
Grecia 40,0 2.080,0 23,0 10,0 264,0 1.816,0
Lituania 40,0 2.080,0 20,0 13,0 264,0 1.816,0
Slovenia 40,0 2.080,0 20,0 13,0 264,0 1.816,0
Bulgaria 40,0 2.080,0 24,0 10,0 272,0 1.808,0
Irlanda 39,0 2.028,0 20,0 9,0 226,2 1.801,8
Malta 40,0 2.080,0 24,0 14,0 304,0 1.776,0
Slovacchia 38,8 2.017,6 21,1 15,0 280,1 1.737,5
Cipro 38,0 1.976,0 20,0 12,0 243,2 1.732,8
Lussemburgo 39,0 2.028,0 28,0 10,0 296,4 1.731,6
Belgio 37,6 1.955,2 20,0 10,0 225,6 1.729,6
Austria 38,8 2.017,6 25,0 13,0 294,9 1.722,7
Rep. Ceca 38,0 1.976,0 25,0 10,0 266,0 1.710,0
Portogallo 38,2 1.986,4 24,5 12,0 278,9 1.707,5
Olanda 37,5 1.950,0 25,6 7,0 244,5 1.705,5
Spagna 37,9 1.970,8 22,0 14,0 272,9 1.697,9
Regno Unito 37,3 1.939,6 24,6 8,0 243,2 1.696,4
Norvegia 37,5 1.950,0 25,0 9,0 255,0 1.695,0
Finlandia 37,5 1.950,0 25,0 11,0 270,0 1.680,0
Italia 38,0 1.976,0 28,0 12,0 304,0 1.672,0
Germania 37,6 1.955,2 30,0 10,5 304,6 1.650,6
Danimarca 37,0 1.924,0 30,0 9,0 288,6 1.635,4
Svezia 37,5 1.950,0 33,0 11,0 330,0 1.620,0
Francia 35,0 1.820,0 25,0 11,0 252,0 1.568,0
EU 27 + Norvegia 38,6 2.006,1 23,7 10,7 264,7 1.741,4
EU 27 38,6 2.008,2 23,7 10,7 265,1 1.743,1
EU 25 38,5 2.002,4 23,8 10,9 266,4 1.736,0
EU 15 37,9 1.968,7 25,6 10,5 273,1 1.695,7
EU 15 + Norvegia 37,8 1.967,6 25,5 10,4 271,9 1.695,6
Nuovi Stati membri 39,6 2.057,5 21,3 11,0 255,1 1.802,4

Ogni lavoro è atipico

Forse avrebbe titolato così Safran Foer l’articolo di oggi di Michele Tiraboschi sul Sole 24 Ore (.PDF) che a mio giudizio appare assai poco decente per mancanza assoluta di dati Inps a suffragio delle tesi espresse e altri dettagli – in cui il giuslavorista, citando il ministro Sacconi, afferma:

Nessuna attività lavorativa è di per sé inidonea ad essere configurata come collaborazione“.

In pratica il Governo “archivia” la circolare Damiano sui lavori che non possono essere svolti a progetto e tira silenziosamente lo sciacquone.

Diritti, nudità e vergogne

Sono passato alla strip conference. Ecco un resoconto per chi sta seguendo la vicenda.

Età media 35 anni, un diploma in tasca, a eccezione di Paola che si è laureata in Scienze Politiche. Da sei anni lavorano al Call Center dell’Azienda Ospedialiera di Legnano, con contratti a termine: Adecco, eWork e poi LavoroPiù sono le tre agenzie di somministrazione che hanno vinto gli appalti. Il personale, però, non è mai cambiato, sono rimaste loro, 11 ragazze oggi messe alla porta. Un susseguirsi di contratti a termine le ha riconfermate, pur cambiando le agenzie. Nessun giorno di interruzione in sei anni. Lo stop è arrivato per questioni legislative, oltre che – come dichiarano le ragazze – “per tagliare i costi”. Dopo l’entrata in vigore della cosiddetta Legge Brunetta (D.L. 112/2008 – che all’art. 49, comma 3, ha recepito la legislazione del settore privato del Protocollo sul Welfare, Legge 247/2007 del Ministero Damiano) non è più possibile iterare contratti a termine oltre i tre anni, di conseguenza è stato dato loro il benservito. Una settimana prima, senza preavviso di alcun genere (la società di lavoro interinale si è giustigficata con un “Lo sapevate che vi scadeva il contratto!”…) è stato comunicato il termine definitivo. Il caso, come noto, è diventato nazionale, grazie a YouTube. Brunetta, intervistato, ha rimarcato che non si tratti di “licenziamento”, ma di normale scadenza dei termini.

Loro non ci stanno ed ecco la provocazione. Ne sono consapevoli, visto che lo dichiarano apertamente.

Strip Conference
[Foto: Humanitech.it]

Salgono sul palco per presentarsi, raccontano di avere ricevuto qualche centinaio di e-mail di solidarietà.

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Dare voce

Non le manda a dire al Governo. Nero su bianco, nel bel documento dal titolo “Scenari di Riforma del Mercato del Lavoro italiano“, scaricabile in formato Word qui), Pietro Ichino ritorna sul tema più invisibile, ma più drammatico del nostro Paese, il dualismo tra lavoratori “protetti” e “precari”. E parte dal pasticcio legato alla revisione dei contratti a termine:

[…] l’allargamento della possibilità di assumere personale a termine disposto dall’articolo 21 del decreto-legge n. 112/2008, sostanzialmente consolida il regime di apartheid tra protetti e non protetti.
Alla perpetuazione del modello del mercato del lavoro duale non deve, invece, e non può rassegnarsi una sinistra moderna, attenta alla comparazione con le esperienze offerte dei Paesi stranieri più civili. Innanzitutto perché quel modello è iniquo (genera posizioni di rendita da una parte, dall’altra situazioni di precarietà di lunga durata, per ragioni che hanno poco o nulla a che vedere con il merito delle persone interessate). Ma anche perché esso è inefficiente: per un verso, scoraggia l’investimento nella formazione dei lavoratori che ne avrebbero più bisogno, i precari; per altro verso, nella parte più protetta del tessuto produttivo, genera una cattiva allocazione delle risorse umane; per altro verso ancora, espone gli imprenditori più scrupolosi alla concorrenza differenziale di quelli più spregiudicati nell’utilizzo della manodopera.
Quel modello è stato prodotto, nei decenni passati, da una politica debole, incapace di far prevalere gli interessi generali su quelli organizzati, di dar voce alla metà della forza-lavoro non rappresentata nel sistema delle relazioni industriali; di dar voce, più in generale, agli interessi dei milioni di persone oggi escluse dal nostro mercato del lavoro (se questo funzionasse come quello britannico, avremmo 5 milioni in più di italiani – di cui 4/5 donne – al lavoro: lo spreco è colossale). Occorre voltar pagina rispetto a questa lunga stagione infelice della nostra politica del lavoro.

E’ il sistema che non si può

Preso dall’insofferenza per la faccia tosta con cui la maggior parte delle piccole imprese che (ho incontrato e che) operano nel settore dell’edilizia dichiarano di accettare lavori soltanto se in nero; piuttosto arrabbiato per avere perso un sacco di tempo con chi voleva lavorare alla ristrutturazione del mio appartamento senza DURC; motivato dalle interessanti testimonianze e dalle tecniche di investigazione apprese al Master in Giornalismo investigativo che ho vinto (e ahimè già terminato)…

… ebbene, ho deciso di avviare una piccola inchiesta sperimentale “in formato audio”. Il microfono che uso solitamente per le interviste è finito sotto la maglietta durante gli incontri con un imprenditore edile. La finalità è ovviamente giornalistica e non mi interessa citare le imprese. L’importante è che si comprenda realmente quale mercato del lavoro ci troviamo di fronte. Io insisto per pagare Iva e fatture, fare una regolare Denuncia di inizio attività (DIA). L’impresario cerca di convincermi che è il “sistema che non si può” e che non devo farmi prendere in giro dalle chiacchiere di chi (=lo Stato) mi offre un credito d’imposta del 36% sulle ristrutturazioni.

Ecco la parte migliore della conversazione (roba da scriverci un trattato di sociologia).

Il giusto peso dell’infortunio

[La mia avventura nel mondo delle ristrutturazioni edilizie non è terminata. Per “vendicarmi” delle assurdità che mi tocca subire (il prossimo post offrirà maggiori prove…), beccatevi questo gustosto intermezzo firmato D. F. Wallace – a mio modesto avviso uno dei massimi scrittori viventi, geniale, surreale e provocante, un mix tra James Joyce e Chuck Palaniunk  – che riproduce una finta e-mail di un lavoratore edile, o come diremmo in Italia, di una “ditta individuale” del settore dell’Edilizia]

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DALLA E-MAIL INTERNA CAH-NNE22-3575634-22
DEL SISTEMA INTERLACE, QUARTIER GENERALE
DELLA SEZIONE RECLAMI DELLA STATE FARM
INSURANCE COMPANY, INC., DI BLOOMINGTON
IL GIORNO 26 GIUGNO DELL’ANNO
DEI PRODOTTI CASEARI DAL CUORE DELL’AMERICA

Dwayne R. Glynn
176 N. Faneuil Blvd.
Stoneham, Mass. 021808754/4
21 giugno, ADPCDCDA

Sezione Accertamento Incidenti sul Lavoro
State Farm Insurance
1 State Farm Plaza
Normal, III, 617062262/6

Egregi Signori,
La presente fa seguito alla Vostra richiesta di maggiori informazioni. Nella Sezione n. 3 del modulo di denuncia incidente ho riportato come causa dell’incidente “tentativo di svolgere il lavoro da solo”. Nella Vostra lettera scrivete che dovrei spiegarmi meglio e spero che i seguenti dettagli saranno sufficienti.

Di mestiere faccio il muratore. Il giorno dell’incidente, 27 marzo u.s., lavoravo da solo sul tetto di un edificio di sei piani. Quando completai il lavoro scoprii che mi erano avanzati circa 900 kg di mattoni.
Invece di portare giù i mattoni a mano, che è un’impresa laboriosa, decisi di metterli in un grosso barile e calarlo per mezzo di una puleggia che era attaccata sul lato dell’edificio al sesto piano.

Dopo aver assicurato la fune al pianoterra tornai sul tetto, spostai il barile lasciandolo sospeso in aria e vi caricai i mattoni. Poi tornai a terra e slegai la fune, tenendola ben stretta per far scendere piano i 900 kg di mattoni. Come risulta dalla sezione n. 11 del modulo di denuncia incidente, io peso 75 kg.

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Un blog speziale

ARIES - Blog di Anna Cazzulani

È nato Aries, blog dell’amica Anna Cazzulani. Vuole portare un po’ di pepe nelle discussioni online e qualche idea nuova, come (mi pare) questa, da cui nascono le motivazioni stesse dell’iniziativa [a proposito, in bocca al lupo!]:

“…la relazione che si instaura tra una persona che lavora e la sua azienda non è soltanto uno scambio lavoro-retribuzione, ma è funzionale ad altri bisogni affettivi, psicologici e relazionali che vanno oltre la mera dimensione economica: le imprese hanno dunque la responsabilità di rispondere non soltanto ai bisogni economici, ma anche relazionali…”