
Sulla porta della cameretta di mio nipote Andrea, sette anni. E poi dicono che a scuola non insegnano l’informatica.

Sulla porta della cameretta di mio nipote Andrea, sette anni. E poi dicono che a scuola non insegnano l’informatica.
Segnalo la bella analisi di Carlo Alberto Pratesi dell’Università Roma Tre uscita oggi su La Repubblica – Affari & Finanza che spiega i motivi per cui in Italia non decolla ancora il telavoro. Così scrive:
Quello che rende diverse le aziende nell’approccio al telelavoro è la loro cultura organizzativa di base: laddove si è maturata nel tempo una consuetudine alla delega e alla responsabilizzazione, il lavoro a distanza attecchisce bene e senza traumi. Diverso il caso delle organizzazioni più verticistiche dove c’è il “capo” che decide tutto e che crea la sindrome delle riunioni. In quel tipo di aziende occorre sempre incontrare le persone: non bastano le e-mail o le telefonate per avviare un lavoro. Senza un incontro vis a vis nessuna azione viene posta in essere.
Ho sempre pensato che i due mali maggiori della cultura organizzativa moderna fossero la cosiddetta “leadership fuffa” e la deriva del “lifelong meeting”.
The Domain Industry News Magazine ha pubblicato la classifica dei domini passati di mano in questo ultimo periodo e per i quali sono stati spesi più soldi. “Career.net”, al quarto posto, è stato venduto per 52.500 dollari! In Italia “carriera.it” è appannaggio di un trafficone di domini. Nel suo portale sugli aforismi, immettendo la chiave di ricerca “lavoro”, si legge: “Ci sono ladri che praticano il furto molto più correttamente di come molti galantuomini praticano l’onestà“.
Pare che l’e-mail incominci a diventare un gratta/capo. Gli inglesi: 7 su 10 non ce la fanno più. L’esperienza di Luca de Biase non è molto differente. Oggi mi sa che anche “fare le pulizie di primavera” è diventata una questione digitale.
Il caso è made in Usa e dunque molto distante dalle nostre vicende quotidiane, anche di ordinaria giustizia, ma decisamente interessante, soprattutto dopo l’introduzione del decreto Gentiloni per contrastare la pedopornografia online o in relazione al nuovo Codice per la Privacy sui luoghi di lavoro.
La vicenda. Un impiegato accede a siti di pedopornografia dal computer dell’ufficio. Il provider aziendale si accorge della navigazione su siti illegali e avvisa l’FBI. Questa interviene e contatta l’amministratore dei sistemi informativi dell’impresa, chiedendo una copia dei dati del PC personale dell’impiegato. L’Edp manager entra con una seconda chiave, di notte, nell’ufficio (personale, non condiviso) dell’impiegato ed esegue un back-up. E qui nascono i casini. Da questo momento in poi seguono oltre tre anni di dibattimento.
Come chiamare un’attività svolta per 6 ore al giorno, per 20 anni della propria vita, i cui risultati vengono resi noti in una comunità di interessi che condivide con voi iniziative, etica e passione? È forse un lavoro, un mestiere, un hobby? Per molti ethical hacker si parla di 10.000 azioni nel corso della propria “vita professionale”.
Il recente studio elaborato nel contesto dell’Hacker Project Profiling guidato da Raoul Chiesa, parla di un 35% degli hacker che svolge attività per 4-6 ore al giorno, un 11% per 7-10 ore e un altro 11% che si applica anche oltre le 10 ore al giorno. Per alcuni è un lavoro codificato, pagato, richiesto dallo stesso mercato. Per altri no.
Ricordo che alcuni anni fa intervistai due ragazzi a libro paga di una società informatica il cui ruolo era quello di eseguire penetration testing. Fecero saltare più di una testa dei security manager delle aziende prese sotto esame. Fabio Ghioni, il chief technical officer di Telecom a capo del Tiger Team che spiava gli affari del Corriere della Sera, si faceva chiamare “manager hacker”. Livelli gerarchici. Modi di concepire l’hacking.
Oggi ne parlo in un articolo su Apogeonline.com e a seguire qualche spunto di riflessione sul panorama hacker si trova anche nell’intervista a Raoul Chiesa.
Due comunicazioni aziendali interessanti nel mondo dell’ICT e relative al lavoro dipendente. La prima riguarda IBM che chiede al Congresso USA leggi specifiche contro la discriminazione genetica. Perché?
Oggi, con test genetici disponibili per quasi 1.000 patologie e altre centinaia in fase di sviluppo, i dati genetici personali stanno diventando sempre più comuni. Il non salvaguardare tali informazioni aumenta il rischio potenziale che a un individuo con predisposizione genetica verso una o più patologie venga negata l’assicurazione sanitaria o gli venga addirittura negato un impiego.
Oggi Enrico Brivio sul Sole 24 Ore illustra i dati di una ricerca IDC-Microsoft sulle comptenze informatiche dei lavoratori italiani comparati a quelli di altri Paesi europei. Il 73% mostra skill di base. Il 44% (dato che ci pone alle spalle soltanto della Svezia) è in grado di usare tecnologie, Internet e sistemi di e-business per migliorare i processi aziendali, mentre il 34% è dotato di competenze avanzate. Il giornale titola “Lavoratori italiani ai livelli degli svedesi”. Bene, bene, bene. Sfido però chiunque a sostenere che il mercato del lavoro, il sistema di Welfare o i percorsi di carriera italiani siano equiparabili a quelli dei Paesi del Nord Europa.
Che cos’è allora che non va dalle nostre parti? Siamo soltanto bravi e belli?
Sempre divertente Roberto Vacca quando rende divulgativa la matematica. In questo articolo di oggi, “Assumere con un algoritmo”, pubblicato sul Sole 24 Ore Nova, spiega quale sia l’algoritmo usato da Google per la selezione del personale.