Sorridere al mondo freelance, senza bavaglio

Marilisa VertiHo incontrato poche persone con la stessa passione per il mondo e la vita dei freelance, nel difendere i loro diritti di fronte a tutto e tutti, compreso un sindacato sordo e volgare. Marilisa Verti è morta qualche giorno fa, e io che non sono un giornalista che sta sulla notizia come i colleghi-non colleghi scrivo solo ora, ma voglio ricordarla lo stesso. Insieme a Simona Fossati e  Luisa Espanet ha dato vita a quello che a Milano e in Italia può realmente dirsi un vero movimento controcorrente, che ha portato una voce reale, viva, solare al giornalismo freelance. Ben altro dalle panzane promosse dalla FNSI. Senza Bavaglio e l’Unione Sindacale dei Giornalisti Freelance – di cui parlo anche nel mio ultimo libro – rappresentano una novità forte e potente sotto il profilo della rappresentanza e del modo di interpretarla. E’ questa la strada da seguire, quella tracciata da Marilisa Verti.

Cena dei freelanceLe prime volte che partecipai alle cene dei freelance al Circolo della Stampa posi una questione che mi aggrovigliava lo stomaco: come avrebbe potuto essere formalmente riconosciuto chi nelle negoziazioni si pone sul mercato come indipendente? Lei, Simona e Luisa avevano già superato questo scoglio. Erano già un passo avanti, con una lucida fermezza (teorico-pratica) davvero invidiabile, lo dico da giornalista che segue da vicino mondo del lavoro e tutte le beghe che gli ruotano intorno. Semplicemente lo si fa – disse – si forma una coalizione e ci si butta nella mischia, forti delle ragioni del diritto! E se il diritto ancora non esiste si attacca la frontiera, si allargano le maglie, si combatte per la dignità del lavoro.

Luisa era persona sorridente, intelligente, silenziosa nell’ascolare, decisa nel fare. Si dimise da delegato al congresso FNSI per ragioni che si possono anche non dire a un giornalista freelance, perché le sa già, le ha intuite da tempo. Facile usare le parole o turarsi il naso, difficile tenere la schiena dritta e continuare a sorridere alla vita. Beh, il suo fu un bell’esempio.

Sua anche l’idea dei fantasmi, di mettere la maschera vera per denunciare quella che ci mettono ogni giorno in silenzio, per far finta che non ci siamo. Ricordo la fantastica improvvisata al Circolo della Stampa, con un Ferruccio de Bortoli sbigottito per l’ingresso di persone silenti, marcherate, e sotto quel lenzuolo i suoi collaboratori. Io ero in sala e sapevo chi c’era sotto quelle tuniche. Una protesta che mi allargò la mente – e in questo c’entra anche Marilisa – facendomi comprendere come al diritto negato di sciopero debbano sostituirsi nuove forme di rappresentazione del conflitto, come quella di sabato scorso, alla quale non a caso c’era anche lei.

Al tempo dell’improvvisata al Circolo della Stampa collaboravo con Il Sole 24 Ore e sentii pronunciare dal mio direttore un discorso che nessun altro fece in seguito: disse a chiare lettere che è inutile alimentare la speranza di molti aspiranti redattori, meglio stabilire patti chiari su percorsi di stabilizzazione, con impegni da entrambe le parti, sacrifici da parte del giornalista precario, ma un patto di lungo periodo con le redazioni e i direttori. La colpa del precariato è soprattutto dei falsi imbonitori, disse di fronte ai fantasmi. Parole sante a cui nessuno credette. L’alternativa, lo sapevamo, era una sincera attività da freelance, come Marilisa e l’USGF hanno sostenuto per anni, senza aspettarsi molto dalle redazioni. Meglio trovare un equilibrio nell’autonomia che una falsa speranza nella subordinazione. Meglio rivendicare spazi e diritti che mancano per esercitare un lavoro come freelance vero che farsi risucchiare in promesse vuote e pastette sindacali.

Bastava guardare in faccia Marilisa, persona solare, e seguire la sua passione per Cuba, e l’entusiasmo che metteva nelle lotte sindacali per capire che fare il freelance può essere una gran cosa, una bella professione per belle persone come lei.

Quotare la scrittura, poche idee e confuse

Si scalda online la disputa intorno ai pagamenti ridicoli per la scrittura di post sui blog nostrani (nel caso specifico 1 euro a post). Luca Sofri e i commentatori del solito post-haiku sul blog di Mantellini pare non abbiano davvero idea di quali pesci pigliare per orientarsi in materia. Stupisce soprattutto il barcamenarsi tra un’idea strana di professionalismo da blogger, quotazione a cottimo, tariffari, giustezza del compenso, tempi di lavoro e (curioso) la totale assenza di valutazioni relative al diritto e alla descrizione onesta di che cosa sia un lavoro.

Se a qualcuno interessa, per converso, queste sono alcune analisi svolte in materia negli ultimi anni. Se proprio siete amanti del tema, c’è anche un mio capitolo dal titolo “Lavorare a che prezzo?” nel saggio Vita da freelance in uscita il 20 aprile per i tipi di Feltrinelli:

 

Ogni tanto mi chiedo, leggendo simili dispute relative al nuovo mondo del lavoro, interpretato a piacere dai blogger italiani: bisogna per forza entrare nel ginepraio della dialettica e delle minchiate Web based a giustificazione di business da Jackpot Economy, scavalcando a pié pari la questione più generale del lavoro? Che cosa avrebbero detto i nostri padri, generazione precedente a quella dei knowledge worker, a chi avesse proposto un pagamento della giornata lavorativa, o della qualità di un’opera, basato sul numero di mattoni usati per tirare su un muro o sulle volte in cui avessero piegato la schiena alla catena di montaggio?

Agenzie o freelancer?

Dipende sempre dalla dimensione delle attività e dai mezzi di produzione necessari, ma a parità di “piccole dosi di lavoro”, condivido la tesi di Meghan Paul di Solvate:

[…] working with a great freelancer is preferable to outsourcing to an agency or development shop. Why? Aside from being more affordable, freelancers are more passionate, creative, and personally invested in your company’s success.  Freelancers are under incredible pressure to find repeat customers and steady work, so they are often more eager to satisfy client demands.  Thus, they’re more accountable for their work; there is no one to point to except themselves when something goes wrong. Its also much easier to establish an ongoing relationship with freelancers, who will be more likely to chip in at the drop of the dime when your next urgent deadline pops up.

La paga del freelance. Quando l’impresa fa buy-back su premi di risultato

[A distanza di molti mesi sono riuscito a trovare il tempo per pubblicare lo speech tenuto all’Università di Bologna al Convegno “Lavoro in frantumi” del 25 novembre 2010 – Le argomentazioni presentate qui in maniera sintetica sono ampiamente sviluppate nel mio nuovo libro, scritto con Sergio Bologna, “Vita da freelance” che uscirà per i tipi di Feltrinelli il 7 aprile]

La paga del freelance. Quando l’impresa fa buy-back su premi di risultato

Lavoro in frantumiQuando si affronta il tema della frammentazione del mondo del lavoro c’è un punto di vista dal quale non si osa mai guardare ed è la condizione oggettiva dei risultati che ottengono quei lavoratori che operano fuori dal mondo del lavoro salariato. Il compenso che viene offerto ai freelance, la loro “paga”.

È un argomento difficile da mettere a fuoco perché non esistono strumenti di misurazione e tantomeno politiche condivise, regole nazionali o accordi impliciti, neppure tra lavoratori indipendenti. Questo tipo di lavoratori figli del postfordismo e in misura sempre maggiore “termometro” dell’evoluzione stessa del nostro Stato sociale hanno oggi moltissime difficoltà sul fronte dei compensi professionali sia rispetto al quantum sia più in generale per il valore riconosciuto al loro lavoro.

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Freelance remote working, ora sostituisce i tirocini!

Fare uno stage? Ma non ci pensare nemmeno. Lavora da solo, senza esperienza e da remoto, attaccato a un PC per pochi dollari all’ora. Maledetti, ma buoni per bere birra al sabato sera. Non ti ficcare in azienda, se non hai bollette da pagare ma sei ancora al college. E’ questo il messaggio che gli intermediari di lavoro online per freelance cercano oggi di passare a chi ancora non è entrato nel mercato del lavoro. Il tutor? Ma chissenefrega, siete già bravi da soli, o, come si legge sul blog di Solvate

[…] college students are far too inexperienced to offer any services to companies. However, the advantages to using college students are numerous. They are smart and savvy after spending time building their own personal brand online through websites, blogs and social networks. They’re highly aware of current events and passionate about their interests. They’re interested in making friends and the resulting networking. They’re new to the work place and still highly enthusiastic about their work. (See idealistic college freshman mentioned above.) Lastly, they’re cheap.

Passione, mica soldi. Questo dà soddisfazioni. Se l’istituto del tirocinio formativo non fosse stato così terribilmente sputtanato in questi anni potremmo anche credere a queste favole. E anzi, più viene degradato, più facile è spostare gli interns (“life-blood of the industry“!) in remote workplace. Lavorare da remoto – ti spiegano – non ti costringe al rammarico about being laid-off or getting stuck in a dead-end job. Eviti scocciature. In effetti, imparare da altri è una bella rottura di palle, meglio Popper, procedere cioè per congetture e confutazioni.

Retorica di alto livello, direi, che consente di passare il messaggio: un lavoro subordinato a contenuto formativo può essere facilmente sostituito da autoformazione messa in atto con un  lavoro autonomo. Triplo salto carpiato e voilà, sei pronto a telelavorare dal College per un broker a caso che spopola online. Qualche diritto del lavoro vogliamo richiamarlo? Dai, non scherziamo, beviamo ‘sta birra e guardiamo l’ultima puntata di OC, ti suggerisce il proprietario della piattaforma di telelavoro.

Chiamatelo, se volete, lato oscuro del postfordismo.

Risk shift, te lo becchi tu atipico e freelance!

Per i governi di Destra la riforma degli ammortizzatori sociali è l’equivalente della normativa sul conflitto di interessi per i governi di Sinistra. Una palla colossale, mai attuata e sempre promessa. Qualcosa di imbarazzante per la politica, con la differenza, per Sacconi & Co., che non essendoci di mezzo Berlusconi come per le questioni irrisolte della sinistra, uno se la dimentica in fretta. E non serve rificcarla ogni tanto in qualche provvedimento, come nell’ultimo Collegato Lavoro. Non vedrà mai la luce e se non fossi contrario alla finanziarizzazione dell’economia,  sarebbe utile un bel derivato (un future) da quotare in Borsa, emesso dal governo e comprato dai cittadini, che così ci rifaremmo delle palle raccontate negli ultimi 20 anni e per i prossimi.

E’ talmente evidente come questione che c’è arrivato anche il PD, nel suo ultimo documento di qualche giorno fa “EUROPA – ITALIA Progetto alternativo per la crescita” (.PDF in download), dove si legge (pag. 47):

Il processo di deregolamentazione del mercato del lavoro non è stato accompagnato da riforme degli istituti del welfare che compensassero i maggiori rischi di instabilità della relazione lavorativa fronteggiati da parte della forza lavoro. Al contrario, da una parte, al di là del sempre più frequente ricorso a interventi in deroga (anche prima della crisi), non si sono realizzate quelle riforme organiche del sistema degli ammortizzatori sociali che venivano considerate necessarie, dall’altra, per ridurre il costo del lavoro, alle nuove forme contrattuali (specialmente ai parasubordinati) sono state garantite tutele del welfare ridotte o nulle. Sembra dunque essersi realizzato un evidente risk shift, dato che si sono scaricati su alcuni gruppi di individui (in primis i più giovani) – anziché sulla collettività – i rischi derivanti dalla richiesta di maggiore flessibilità (se non di semplice riduzione degli oneri sociali) da parte del settore produttivo.

La stessa riforma del sistema pensionistico e l’ingresso nel meccanismo contributivo ha creato disparità evidenti. Il PD purtroppo si ferma al lavoro parasubordinato e non cita neppure in mezza riga la questione degli indipendenti e freelance, che ricadono in entrambe le questioni: assenza di tutele del welfare state e fortissima esposizione ai rischi del contributivo.

I rimedi? Per il PD è quello di alzare la aliquote contributive dei Co.co.pro (hanno smesso di immaginare l’equivalente innalzamento anche per le Partite IVA, in passato avanzato da Treu e altri…); fissare minimi retributivi e una specie di TFR per i contratti flessibili (per abbassane il rischio da parte dei collaboratori). Tutte cose positive, ma quando si tratta di approcciare la questione della Riforma degli ammortizzatori sociali, il PD ripesca sostanzialmente la Proposta CGIL (.PDF in download) pubblicata sul sito IRES, che uniforma CIG e Mobilità ed estende questi istituti a nuovi lavoratori a termine, ma sempre dipendenti, chiamando questa operazione “universalizzazione” degli ammortizzatori. Un passo avanti nel Welfare state, ma uno indietro nell’onestà sindacale/politica e nell’uso della lingua italiana. Proposta dunque monodirezionale, che esclude ancora una volta il mondo del lavoro professionale autonomo. Altro che universale! Un’idea simile era già stata ventilata dal centrodestra con quella bufala chiamata “Bozza di nuovo Statuto dei Lavori“. Mentre per tappare le falle del sistema contributivo la sinistra sostiene (senza citare i nomi) la proposta Cazzola-Treu di riforma del sistema pensionistico, parcheggiata alla Camera da anni, che non è stata calendarizzata in alcuna discussione parlamentare, sebbene sia portata avanti da un deputato PDL (Giuliano Cazzola, appunto).

In definitiva, proposte e realtà continuano la loro costante divaricazione e la distanza che mette i freelance ai margini dello stato sociale aumenta ogni giorni che passa, viene nascosta sottotraccia da ogni analisi teorica, rimossa dalle valutazioni dei sindacati e di ogni schieramento politico, senza distinzioni. Tu ti becchi il rischio generale e specifico, nella vita di ogni giorno, in cambio di una sequela infinita di promesse e proposte (ma qual è la reale differenza?). In realtà, “ammortizzatore sociale” è oggi unicamente la santa pazienza che non fa incazzare i lavoratori senza welfare: andrebbe scritto nelle premesse ai prossimi Disegni di Legge da non realizzare.

Più Zingarelli, meno Google

L’ABC del giornalismo freelance, secondo l’Unione Sindacale dei Giornalisti Freelance (USGF):

A – come Allarme. Non c’è più lavoro.
B – come Bozze. Un tempo si correggevano. Ora restano gli errori.
C – come Caporedattore. Chi ne trova uno buono, trova un tesoro.
D – come Diritti. Ci sono, ma se li fai rispettare perdi il lavoro.
E – come Editori. Quello puro si è estinto.
F – come FNSI. Dovrebbe difendere la categoria.
G – come Giornalista. Presto il WWF se ne dovrà occupare.
H – come Harakiri. Il futuro della professione.
I – come INPGI. La tua pensione, speriamo.
J – come Julienne. Così si taglia il tuo pezzo.
K – come K2. Più facile scalarlo che superare i condizionamenti.
L – come Leggere. Fondamentale per scrivere.
M – come Marchette. C’è chi ci vive.
N – come Niente. I prossimi compensi… al lordo.
O – come Ordine dei Giornalisti. Maneggiare con cura.
P – come Pezzo. L’articolo è solo determinativo.
Q – come Quattrini. Quando li prendi è troppo tardi.
R – come Refuso. La certezza del mestiere.
S – come Service. Se li conosci li eviti.
T – come Titoli. Valgono più di quelli di Stato.
U – come USGF: iscriviti.
V – come Visto si stampi.
W – come Wikipedia. Non ti fidare, è piena di errori.
X – come X. L’incognita del mestiere.
Y – come Yes man. La carriera è assicurata.
Z – come Zingarelli. Più Zingarelli meno Google.