Tra libera professione e coworking

Ancora due recensioni di Vita da Freelance. Una a cura di Radio Città Fujiko, che mi ha intervistato in occasione della presentazione del libro a Bologna l’11 ottobre alle Librerie Coop.

Radio Citta Fujiko - Bologna

La giornalista Alice Bellicioni, che ringrazio, dedica una pagina dello spazio culturale del sito al nostro libro e a Mama Tandoori di Ernest van der Kwast. In coda alla recensione la radio pubblica anche l’audio dell’intervista mandata in onda giovedì scorso, che riporto di seguito per comodità. Si parla di freelance, tutele, giornalisti indipendenti, futuro.

 

GIOIALa seconda recensione (.PDF) è a cura di Loredana Oliva, amica, giornalista, twitter heavy urser :-) e pubblicata sul numero in edicola di Gioia (29 ottobre 2011, pag. 181). Grazie anche a Loredana.

Economia del gratuito, no grazie.

Non smetterò di ripeterlo, e da queste parti accade da anni (provate a fare una ricerca su Humanitech.it con parole chiave “lavoro” + “gratis”), che il lavoro gratuito ammazza la dignità professionale del singolo e le condizioni generali del lavoro. Lo dimostra il recente carteggio (.PDF) tra l’editore di Flash Art e una giovane desinger ora all’estero, che si è vista attribuire il simpatico epiteto di “mignotta” perché là ce l’ha fatta e qui in Italia al massimo si sarebbe infilata in finti lavori sottopagati o tirocini gratuiti a scarso (se non nullo) contenuto formativo. Una vicenda triste, abbondantemente commentata online.

Il consiglio che ripeto è di evitare il lavoro gratuito, se possibile, perché non fa male soltanto a chi è chiamato in causa, ma a chi gli sta a fianco e cerca un lavoro. Il mio è un invito, ma ho cercato spesso di mostrarne le ragioni profonde in particolare nel capitolo “Lavorare a che prezzo?” del libro Vita da Freelance (Feltrinelli, 2011), scritto con Sergio Bologna e in molti articoli di questo blog, alcune volte anche in maniera divertita (cfr. “Marcel Mauss non donava i suoi saggi agli editori“), perché alla fine lavorare gratis è parte di questo mondo e se non ci ragioni scherzando finisci per farti del male.

In alcuni approfondimenti pubblicati di recente ci hanno ragionato anche due brave giornaliste, Roberta Carlini che all’inizio del mese di agosto su L’Espresso (11/08/2011) realizzò l’inchiesta “Noi costretti a lavorare gratis” (qui in .PDF) e poi Loredana Saporito, che ha pubblicato in questi giorni su Glamour (n.237 novembre 2011) un articolo del medesimo segno critico, dal titolo “Basta lavorare gratis!” (.PDF in download). In entrambi gli articoli sono riportate le argomentazioni di Silvia Bencivelli, Eleonora Voltolina (La Repubblica degli Stagisti) e del sottoscritto [che mi fa pensare che forse dovremmo parlarci un po’ di più su questi temi, visto che la pensiamo poi, a distanza, allo stesso modo]. Di seguito l’articolo pubblicato su Glamour:

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La rivoluzione industriale del nostro tempo

Tra un’ora sarò al Museo del 900 in Piazza Duomo a Milano a parlare con Paolo Perulli, Gad Lerner e Cristina Tajani (assessore al lavoro del Comune di Milano) del libro che ho scritto con Sergio Bologna. Non ho idea di quali spazi e tempi ci saranno. Mi piace ascoltare più che parlare, ma se avessi modo, questo è più o meno quello che mi piacerebbe dire.

La rivoluzione industriale del nostro tempo

Scrive Sara Horowitz della Freelancers Union su The Atlantic che “The Freelance Surge is the Industrial Revolution of our Time”, l’emergere del fenomeno freelance è la rivoluzione industriale del nostro tempo. Io ne sono pienamente convinto. Ne scrivo su un blog personale (questo) da sei anni, tre prima di quando Il Corriere della Sera si è accorto che esistono le partite IVA, ma ben dieci dopo un lavoro di Sergio Bologna e Andrea Fumagalli che portarono agli onori della cronaca della ricerca sociale il “lavoro professionale autonomo di seconda generazione”.

Questo significa che non è una novità. Oggi tutti sanno chi è un freelance, forse non hanno ben chiaro come faccia a guadagnarsi da vivere. C’è molta luce sul fatto che NON siano lavoratori dipendenti, molta ombra sulla loro posizione sociale. Nell’identificarsi non hanno problemi, ce l’hanno nelle rivendicazioni. La coscienza di che cosa significhi essere freelance si acquisisce in fretta: vi leggo, per esempio, la definizione di una giovanissima 26enne, trovata su un blog:

“Ma chi è oggi un freelance? È un lavoratore che non ha padroni e che di volta in volta lavora per chi gli commissiona un progetto. Un freelance è un esperto che sa fare molto bene il proprio lavoro e che ha alcuni skill specifici in cui è specializzato e continuamente aggiornato. Cosa, invece, non è un freelance? Non è un tizio che si può permettere di lavorare meno, da casa, non è un mezzo lavoratore. Non è un fannullone che pur di lavorare dal divano ha rinunciato a un lavoro cosiddetto normale”.

C’è tutta l’antropologia del freelance e qualche pregiudizio che lo circonda. Ha dimenticato lo stereotipo dell’evasore, quello che piace di più… Più complesso è, invece, capire le relazioni che il lavoro autonomo ha con la cultura e lo stato sociale. Che diritti hanno? Sono professionisti o ciarlatani? È un’élite o sono intellettuali proletaroidi?

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Scaramucce da 1 milione di dollari

Il mondo dei freelance è assai bizzarro, talvolta ambivalente. Nel suo piccolo è vivace ed entusiasmante, ricco di opportunità, passioni e sfide, ma su larga scala è una voragine aperta, che incomincia ora a presentarsi per ciò che è veramente, un abisso che decostruisce certezze, offre tutto e alla fine niente, dove la competizione può inghiottire diritti, reddito e stabilità. I due lati del problema si possono capire nell’approfondimento che U.S. News Money ha dedicato a The future of freelancing. Se da una parte le comunità professionali rigettano al mittente le politiche di crowdsourcing che i portali per freelance propongono al mercato, i titolari di questi servizi ripetono come un refrain che ci guadagnano tutti, i freelance che trovano lavoro via Web e le imprese che risparmiano. Freelancer.com parla di risparmi fino a 1 mln di dollari per le small biz enterprises. Tutto bene, finché qualcuno dello stesso settore non si arrabbia e rispedisce al mittente, via Twitter, le promesse di progresso, svelando che l’intermediazione della manodopera indipendente via Web  non è altro che un declassamento del lavoro nelle aree del mondo occidentale: 

Solvate Twit

“Vita da freelance” fa tappa a Milano e Bologna

Settimana prossima sarò con Sergio Bologna al Museo del ‘900 in P.za Duomo a Milano e alla Libreria Coop (via degli Orefici, 19) a Bologna. Saranno due tappe importanti per noi, perché entriamo nel cuore vivo delle città metropolitane, luoghi dove hanno narturale residenza moltissimi freelance italiani.

Vita da freelance -  La presentazione a Bologna

Presentazione "Vita da freelance" a Milano - Museo del 900

Non parleremo noi, direttamente, spero. Sì, forse lo faremo anche, ma secondo un modello che abbiamo sperimentato finora (in Bocconi, Triennale, Fondazione Einaudi ecc.) saranno principalmente gli ospiti che abbiamo invitato a dire la loro. Noi solitamente sediamo nel pubblico. Può sembrare strano come modo di presentare un saggio, ma fin dall’inizio l’obiettivo che ci siamo posti era quello di aprire la discussione alla società civile, in seno agli esperti di diritto del lavoro, e soprattutto tra i freelance.

E’ davvero grande la soddisfazione per un autore trovare così numerose disponibilità nel leggere con intelligenza un libro e volerne discutere in pubblico. Ascoltare è forse ancora meglio di scrivere, perché trovi quello che non sei stato in grado di dire nelle parole degli altri. A Milano ci accompagneranno Gad Lerner e Cristina Tajani, nuovo assessore al Lavoro della Giunta Pisapia. A Bologna numerosi consulenti e studiosi del lavoro professionale autonomo.

Che cosa fate, venite a sentire e (soprattutto) discutere con noi?

Aiuto, mi è sparito il “posto fisso”

Un mio approfondimento pubblicato sul Corriere delle Comunicazioni (n.15/2011 pagg. 20-21) dedicato agli uffici mobili, open space e Campus dove i knowledge worker non hanno più una scrivania assegnata, ma grazie alle tecnologie wireless, dispositivi mobili ecc. riescono a lavorare ovunque, da casa o all’interno di spazi di lavoro di nuova concezione. Cisco, Microsoft e altri casi, con dati di due ricerche sull’argomento. In coda al Paginone (scaricabile per intero qui in formato .PDF) c’è anche un’intervista a Federico Butera

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Dettati europei, zerbini e la fantasia dei barzellettieri

Era già abbastanza chiaro in quale stato agonizzante versasse la nostra politica del lavoro, ma con la pubblicazione della lettera che Trichet e Draghi hanno indirizzato al Governo il 5 di agosto ora risulta ancor più evidente di quale sacco fosse la farina contenuta nelle poche e confuse azioni di riforma contenute nella Manovra finanziaria in materia di lavoro. Chi non riconosce in queste parole l’abbozzo di riforma delle professioni (stralcio del DL 138/2011 in .PDF in download) o il contenuto dell’Articolo 8?

[…] a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.
b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi. 

Badate bene: il punto c) è stato introdotto in qualche modo nell’articolo 8 della manovra, ma soltanto nella prima parte (tralasciando quella che ho evidenziato in neretto).

Come già avvenuto con la Legge Biagi e tutte le successive revisioni del diritto del lavoro da parte dei governi di destra che si sono succeduti negli ultimi 15 anni si è messo mano soltanto alla pars destruens, abbandonando la strada della riforma degli ammortizzatori o, come propongono Pietro Ichino e altri da anni, di introdurre sistemi di compensazione in carico al datore di lavoro per assicurare (in senso letterale, non metaforico) la perdita del lavoro, magari sfruttando l’occasione per rivedere la paltea dei beneficiari delle politiche di sostegno al reddito.

E invece no, da queste parti si pensa soltanto a frantumare, lasciando la ricomposizione e le macerie al mercato. In altre parole Trichet ha voluto spingere con forza il modello europeo in casa nostra, ma il nostro coraggioso ministro e il Governo hanno pensato bene di stendere lo zerbino soltanto sui percorsi in uscita dal mercato, senza aprire nuove porte, immaginare nuove politiche di sostegno per il lavoratore nelle sue fasi di transizione.

Non è mancanza di tempo o di fantasia, questa ce l’ha eccome chi sa spiegare il contenuto di Legge con barzellette sulle suore. Dopo anni si può dire che sia una scelta consapevole e certamente infausta, che non sembra dare fastidio neppure al sindacato, votato oramai a manovrare crisi di chi gli ammortizzatori li ha. Queste omissioni le pagheranno negli anni a venire i giovani, le donne, i freelance, i soggetti più deboli e tutti i nuovi disoccupati.

Lavoro, avanza la generazione hi-tech

Chi sono i MillennialsIl mio articolo di oggi dedicato ai Millennials, pubblicato su Avvenire (Pag. 24) qui in .PDF “Lavoro, avanza la generazione hi-tech“: dati dalla ricerca “Le aziende italiane e i Millennials. Sfide e opportunità” realizzata da NetConsulting/CA Technologies e interviste ad Annamaria Di Ruscio (NetConsulting) e Fabrizio Tittarelli (CA Technologies).

La fine del posto fisso, quello fatto di scrivania, carta e penne

Non pubblicati, ma piuttosto interessanti alcuni dati sui Millennials, in particolare questo, che riguarda l’importanza attribuita alla presenza fisica sul luogo di lavoro. Quasi la metà (e in particolare gli ingegneri) si disinteressa del “posto fisso” nel senso logistico del termine.

Millennials e posto fisso

La differenza rispetto a chi sta già in azienda

Si scopre anche, leggendo tra le righe della ricerca, che i Millennials hanno delle interessanti carte da spendere in azienda, visto che a differenza dei colletti bianchi e attempati clerks che ci vivono da tempo, sono più rapidi con le tecnologie (ovvio, no?), ma anche più disponibili verso il cambiamento e al lavoro flessibile.

Sì, ok, questi sono indisciplinati, anarchici, passano un sacco di tempo su Facebook, Skype e YouTube, però sanno usare il Web come nessun altro. Ora io mi chiedo, che cosa aspettano le imprese a portarseli in casa? Classica paura di farsi mangiare la pappa in testa dall’ultimo pivello o forse non si sa esattamente che cosa fargli fare, visto che il Web per qualche imprenditore è ancora un illustre sconosciuto? Fiducia è la parola magica. Serve più fiducia nelle nuove leve da parte delle imprese. 

Millennials - La differenza con i clerks

Diritto al futuro (non per tutti): istruzioni per l’uso

Con la circolare dell’INPS 115/2011 del 5 settembre è stato chiarito come i giovani genitori di figli minori possono iscriversi a alla Banca dati del Ministero che consente di accedere al progetto “Diritto al futuro“, promosso dal ministro Meloni, finalizzato all’erogazione di incentivi del valore di 5.000 euro in favore delle imprese  private e delle società cooperative che provvedano ad assumere  – con un contratto a tempo indeterminato, anche parziale – le persone iscritte alla banca dati. In pratica una specie di “bonus papà” o “bonus mamma“.

Prima di riportare modo e requisiti è interessante cogliere come ancora una volta i freelance o titolari di partita IVA siano considerati “pària delle politiche sociali”, invisibili, rimossi, cancellati. Titolari ed ex titolari di contratti di lavoro di ogni genere potranno beneficiare di questa opzione, i freelance no. Dovrebbero chiudere la propria partita IVA e iscriversi ai Centri per l’Impiego come disoccupati. I titolari di contratti di altro tipo possono invece tranquillamente continuare a lavorare. Che cosa significa? Semplice: che il cittadino-lavoratore non esiste nel nostro Paese, esistono soltanto alcune fattispecie, non tutte e non tutte hanno diritto al futuro, evidentemente.

 

PROCEDURE PER L’ISCRIZIONE

Requisiti per l’iscrizione alla banca dati

I soggetti aventi diritto potranno iscriversi alla banca dati a decorrere dalla data di pubblicazione di apposito avviso sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.

Possono iscriversi alla banca dati coloro che possiedano, alla data di presentazione della domanda, congiuntamente i seguenti requisiti:

  • età non superiore a 35 anni (da intendersi fino al giorno precedente il compimento del trentaseiesimo anno di età);
  • essere genitori di figli minori – legittimi, naturali o adottivi – ovvero affidatari di minori;
  • essere titolari di uno dei seguenti rapporti di lavoro:
  1. lavoro subordinato a tempo determinato
  2. lavoro in somministrazione
  3. lavoro intermittente
  4. lavoro ripartito
  5. contratto di inserimento
  6. collaborazione a progetto o occasionale
  7. lavoro accessorio
  8. collaborazione coordinata e continuativa.

 

In alternativa al requisito di cui al punto c), la domanda d’iscrizione può essere presentata anche da  una persona cessata da uno dei rapporti indicati; in tal caso è richiesto l’ulteriore requisito della registrazione dello stato di disoccupazione presso un Centro per l’Impiego.

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