La rivoluzione industriale del nostro tempo

Tra un’ora sarò al Museo del 900 in Piazza Duomo a Milano a parlare con Paolo Perulli, Gad Lerner e Cristina Tajani (assessore al lavoro del Comune di Milano) del libro che ho scritto con Sergio Bologna. Non ho idea di quali spazi e tempi ci saranno. Mi piace ascoltare più che parlare, ma se avessi modo, questo è più o meno quello che mi piacerebbe dire.

La rivoluzione industriale del nostro tempo

Scrive Sara Horowitz della Freelancers Union su The Atlantic che “The Freelance Surge is the Industrial Revolution of our Time”, l’emergere del fenomeno freelance è la rivoluzione industriale del nostro tempo. Io ne sono pienamente convinto. Ne scrivo su un blog personale (questo) da sei anni, tre prima di quando Il Corriere della Sera si è accorto che esistono le partite IVA, ma ben dieci dopo un lavoro di Sergio Bologna e Andrea Fumagalli che portarono agli onori della cronaca della ricerca sociale il “lavoro professionale autonomo di seconda generazione”.

Questo significa che non è una novità. Oggi tutti sanno chi è un freelance, forse non hanno ben chiaro come faccia a guadagnarsi da vivere. C’è molta luce sul fatto che NON siano lavoratori dipendenti, molta ombra sulla loro posizione sociale. Nell’identificarsi non hanno problemi, ce l’hanno nelle rivendicazioni. La coscienza di che cosa significhi essere freelance si acquisisce in fretta: vi leggo, per esempio, la definizione di una giovanissima 26enne, trovata su un blog:

“Ma chi è oggi un freelance? È un lavoratore che non ha padroni e che di volta in volta lavora per chi gli commissiona un progetto. Un freelance è un esperto che sa fare molto bene il proprio lavoro e che ha alcuni skill specifici in cui è specializzato e continuamente aggiornato. Cosa, invece, non è un freelance? Non è un tizio che si può permettere di lavorare meno, da casa, non è un mezzo lavoratore. Non è un fannullone che pur di lavorare dal divano ha rinunciato a un lavoro cosiddetto normale”.

C’è tutta l’antropologia del freelance e qualche pregiudizio che lo circonda. Ha dimenticato lo stereotipo dell’evasore, quello che piace di più… Più complesso è, invece, capire le relazioni che il lavoro autonomo ha con la cultura e lo stato sociale. Che diritti hanno? Sono professionisti o ciarlatani? È un’élite o sono intellettuali proletaroidi? A una presentazione del libro ci è stato detto: “Sì, ma voi state davvero molto meglio di noi dipendenti dal punto di vista economico”. Mah. Il reddito medio di un giornalista freelance è di 9.000 euro lordi all’anno.

Una delle ragioni per le quali abbiamo scritto un libro sui freelance è di ricordare appunto quali siano le “pastoie culturali” in cui sono invischiati. Ne accenno due che mi pare siano le più critiche: la cultura del professionalismo e la retorica del precariato. Se possibile, ci piacerebbe tenere equidistanza da entrambe. Mi spiego. Partiamo dalla seconda. Si dice sia figlia delle leggi degli ultimi 15 anni… Per l’occasione, sono andato a rileggere un testo scritto nel 1978 da un giovane giornalista, Gad Lerner, l’opuscolo Uno strano movimento di strani studenti (Feltrinelli, 1978) in cui si dice che la cultura universitaria restituisce a che ne è in possesso

“…possibilità di occupazione grama, precaria, e spesso miseranda nelle istituzioni dell’industria culturale, dell’istruzione, dell’informazione, comunicazione e ricerca [oggi aggiungeremmo, marketing, pubblicità, design, moda]: è un esercito di precari, avventizi, stagionali, apprendisti, la cui qualifica (se – poniamo – il mestiere è quello di correttore di bozze per una casa editrice [che oggi non esistono più]) può oscillare tra due termini estremi di “operatore culturale” o “sottoccupato intellettuale” […] Non ci sono sbocchi per laureati in sociologia [oggi diremmo “Scienze delle comunicazioni”] ma sono necessari molti studenti per vendere enciclopedia a rate [oggi è entrata in questa retorica la questione dei call center..]”.

Siamo a Milano nel 1978 e la questione era la stabilizzazione e la qualità del lavoro. L’ingresso dignitoso e stabile in un sistema d’impresa. Milano anno 2011: non è cambiato molto, soltanto ci sono più escamotage per tenere nel limbo questi lavoratori. Noi, però, con questa cosa non c’entriamo: non siamo “precari” in questi termini, ma lavoratori indipendenti. Siamo mercenari, gente senza un tetto, senza padroni come dice la giovane freelance. E’ inutile che si cerchi di sussumere la questione dei freelance in questo problema.

La testatina del sito del Fatto quotidiano, per esempio, ha l’argomento “Lavoro & Precari”. Non distingue. Le due cose per quasi tutti sono inseparabili e per lungo tempo lo sono stati anche i freelance. Siamo certamente precari nella nostra condizione esistenziale, nella rischiosità di ciò che facciamo e per certi versi nell’assenza di politiche di sostegno, assistenza e previdenza. E su questo ci si può confrontare, ma il posto fisso di Tremonti non è un obiettivo.

Scrive online Simona Fossati di Senza Bavaglio, sindacato dei giornalisti freelance:

“È giunto il momento di alzare la testa, recuperare dignità e responsabilità. Il rispetto per il nostro lavoro comincia dal rispetto verso noi stessi e verso la nostra professionalità. È incredibile, ma dopo tutti questi anni le nostre istituzioni non hanno ancora capito che esistono i veri freelance, i freelance per scelta e non sanno come difenderli”.

Non sanno farlo perché si sono fermati al modello fordista del lavoro, allo stereotipo del lavoratore alle dipendenze e su questo hanno costruito un sistema Paese, un Welfare state, i principi della rappresentanza, il Fisco… e definito così cesure e distanze. Qualcuno lo chiama apartheid, esclusione sociale, e ha deciso il 14 settembre di denunciarla alla Commissione Europea.

Il secondo nodo è più complicato, ci sono di mezzo gli Ordini professionali. Il professionalismo è l’idea idea secondo la quale siano un titolo, una carica, una qualifica a regolare le tue relazioni di lavoro più di ciò che conosci e che sai fare, e che siano questi titoli il principio di governo del tuo valore. Questa è una strada che la mia generazione ha rigettato per necessità o forse, visti gli interessi in gioco e le rendite da posizione di chi non molla il potere, è questa cultura che ci ha respinto.

Il problema è questo: come la mettiamo con quelle nuove professioni che non hanno ordini? Dobbiamo crearne di nuovi? Risposta: no! Per due ragioni: 1) i saperi sono dighe aperte, si contaminano e mescolano. Si pensi a Internet. Se oggi facciamo l’Ordine dei Webmaster domani dovremo fare anche quello degli Sviluppatori di App. E così via.2) L’azione etica degli Ordini è inefficace. Si continua a pensare che la deontologia sia la garanzia di qualità di un mestiere, ma è un errore. Le disparità del mercato non tornano in equilibrio per una tirata d’orecchie. Vi faccio un esempio che penso sia il punto estremo, toccato proprio dai giornalisti. Non perché fanno ciò che vogliono anche se radiati, per altro, per l’idea di mettere sul piano dell’etica le relazioni di lavoro, ovvero il diritto del lavoro.

La Carta di Firenze, promulgata sabato scorso, ricorda ai chi sta in redazione e agli editori che l’impiego irregolare di freelance e precari sarà sanzionato disciplinarmente dall’Ordine. Secondo voi funziona? Gli editori hanno già detto che se ne fregano. Questo è davvero il punto estremo: nessun altro Ordine c’era arrivato. La tesi è: là dove non arriva il sindacato si cerca di far leva sul diritto pubblico per sminuire un’autorizzazione concessa dallo Stato per l’esercizio di una professione. Ecco, anche in questo caso, noi in questa pastoia non ci vogliamo entrare. È così più semplice, europeo, trasparente, professionale fare semplicemente leva sulla qualità di un mestiere e lavorare sulle condizioni affinché questa sia reale, la qualità. Mi riferisco al trovare una cultura condivisa sul valore delle professioni, un riconoscimento sociale che parta dalle istituzioni e dai grandi operatori culturali ed economici.

In questo Milano può davvero dare un esempio e aprire una nuova stagione per i freelance. Io sogno una città attraversata da professionisti che arrivano da Berlino o Barcellona per lavorare insieme a freelance italiani. Sogno di collaborare con giornalisti di Parigi, scrivere libri insieme a chi promuove le comunità di freelance a Londra. E di fare tutto questo senza paura di cadere, perdere reddito, aspettare pagamenti per mesi, vedersi rappresentato come uno che si “arrangia” come scrive il Corriere della Sera, sapere di avere remunerazioni in linea con la qualità del lavoro, parlare apertamente con persone che come me si definiscono orgogliosamente freelance.

Scrive la CGIL in un suo recente studio che i freelance “affrontano l’attività professionale accettando le condizioni di mercato in cui operano ma con pochi strumenti di governo, protezione sociale, soffrono la mancanza di strumenti legislativi aggiornati”. Giusto, ma chi glieli deve dare? Chi si fa portavoce collettivo? Il nostro Stato Sociale è indecoroso nei confronti dei lavoratori indipendenti, così come trovo indecente la diffusa cultura italiana sul fatto che il lavoro intellettuale non debba essere remunerato con giuste misure. È allarmante che stia emergendo, soprattutto via Web, il male oscuro del lavoro gratuito. Chi avvisa le giovani generazioni che il crowdsourcing è una fregatura? Chi orienta quella maggioranza (ora quasi al 50%) di nuovi lavoratori che dagli studi universitari passano al mondo del lavoro e oggi aprono una partita IVA? Chi lo fa?

All’estero esiste una cultura diffusa, grande attenzione sui social media e non solo. Si conversa molto. Ho calcolato: ogni giorno compaiono su Twitter una media di 3/4 twit al minuto, messaggini di 140 caratteri, etichettati con la voce #freelance o #freelancing. È soltanto la punta di un iceberg e di un mondo del lavoro (e dei modi di raccontarlo) che stanno cambiando. Molti di questi racconti sono positivi. Si vive anche bene come freelance, dicono. Vi riporto soltanto qualche dato che arriva dal “Freelance Industry Report” redatto in occasione dell’International Freelance Day di due settimane fa. Sono dati internazionali. Passati al lavoro freelance, sei persone su 10 dicono di essere più felici, quatto di avere più tempo. Il 54% non tornerebbe mai in azienda, mai, neppure con ottimi stipendi o ottimi ruoli. Beati loro, diciamo in Italia. Cinque su 10 trovano lavoro attraverso le relazioni sociali, anche basate su Internet.

Un fatto curioso, sul tema delle tecnologie digitali, è che la manifestazione più estesa realizzata finora per i freelance di tutto il mondo sia stato l’International Freelance Day. Dove si è tenuto? In nessun luogo, su Internet. E che cosa è accaduto? Sono stati presentati 17 webinar sul lavoro freelance. Tradotto: il cuore del nostro mestiere sta nel lavoro cognitivo che vive di formazione, aggiornamento e condivisione del sapere anche a distanza. Anche in Italia, beninteso, anche se in pochi sanno che non possiamo scaricare fiscalmente la formazione se non in minima parte. È più facile per un artigiano dedurre il costo di un martello di quanto possa fare un freelance, per esempio, per un corso di aggiornamento sulle tecniche di marketing online.

Per noi che abbiamo scritto questo libro è il momento di condividere queste difficoltà, rivendicazioni e battaglie per i diritti. Le questioni irrisolte e poste dal mondo freelance superano certamente i limiti del singolo perché riguardano tutti, se non addirittura il lavoro, più in generale. La reale mobilità – che in Italia non esiste – si verifica quando non temi di perdere diritti cambiando lavoro, e questa cosa non è una faccenda soltanto dei freelance, teste calde che rifiutano di considerarsi precari. Migliorare le loro condizioni significa migliorare l’intero sistema del lavoro, è un’equazione elementare. Sarebbe bello sapere di avere scritto un libro in grado di far crescere il numero di chi condivide anche soltanto questa idea.

Ultima modifica: 2011-10-12T16:49:19+01:00 Autore: Dario Banfi

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