Nuova filmografia sui call center

Fuga dal Call CenterDopo il progetto Fuga dal Call Center (documento basato su 700 interviste!!), in dirittura d’arrivo, anche Ascanio Celestini ha messo a fuoco la questione dei moderni sweatshops – come li chiamano gli inglesi – con Parole Sante, nuovo docu-film che da domani 1  febbraio 2008 sarà nelle sale.

Puntuale arriva la stroncatura su Il Foglio. Ma un bel chissenefrega ci sta tutto… Appena ho un po’ di tempo, e forse proprio perché dà così fastidio agli opinionisti del giornale di Ferrara, vado a guardarlo. Questo è il trailer del film di Celestini, distruibuito da Fandango:

UPDATE: Oggi su Repubblica.it viene segnalato anche il lavoro di Paolo Virzì “Tutta la vita davanti“.

La classe a venire

Domani scappo dalla città, ma se fossi rimasto sarei andato a questo evento: “La classe a venire“. Si presenta l’ultimo numero di POSSE, tra l’altro interamente consultabile anche online (dategli un’occhiata). Riflessioni e provocazioni a margine del postfordismo. Ore 18.00, al centro sociale Cantiere, Via Monterosa 84, a Milano. Dibattito e assemblea pubblica con alcuni degli autori: Toni Negri, Antonio Conti, Cristina Morini, Stefano Boeri, Christian Marazzi.

Filo da torcere

In rete si chiamano fake, ovvero falsi, finzioni, opere sotto mentite spoglie. Nel mondo reale hanno minore fortuna, perché spesso smascherate, a volte anche grazie al mondo di Internet. Si veda il caso Mastella/Neruda.

Imbarazzante ed esemplare è invece la storia di una giovane scrittrice che manda versi di Emily Dickinson, Orietta Berti, Bukowski, Tiziano Ferro, Tagore e altri, in un mix surreale di autori, alla casa editrice Il Filo. Questa si dichiara pronta a pubblicarli e propone la solita camuffa: stampa di 150 copie a pagamento (da parte del presunto autore). Ovviamante tutto questo è stato poi raccontato da chi ha architettato la beffa.

P.S. Ecco, in un certo senso, era proprio questo che intendevo quando pensavo all’idea di restituire pane per focaccia a chi non rispetta le condizioni minime della dignità di una professione.

Logos dell’e-mail

La tecnologia sta cambiando il nostro modo di immaginare e vivere la comunicazione. Il dialogo ne risente: la retorica e il modo di relazionarsi con le persone (sempre più orientato a una dialettica di tipo binario) sono permeati pesantemente dal mezzo. Nulla di nuovo, certo.

Questo particolare, però, mi ha colpito: che l‘e-mail si intrufoli anche nell’ufficialità del discorso a livello istituzionale.

Cicerone viene comodamente mandato in soffitta, sostituito dal protocollo SMTP. E’ il caso del presidente Joaquin Almunia, che oggi si è presentato così a Davos:

Joaquin Almunia a Davos - 1 Joaquin Almunia a Davos - 2

Joaquin Almunia a Davos - 3 Joaquin Almunia a Davos - 4

Joaquin Almunia a Davos - 5

[Fotogrammi dal TG1 delle 13.30]

Redde rationem, economia della tecnica

[Post filosofico] Da qualche giorno sono disponibili le relazioni degli ospiti del Festival dell’Economia di Trento (ed. 2008). A distanza di 6 mesi (finally) sono riuscito a ripescare quella di Umberto Galimberti – uno dei filosofi che più apprezzo, dalla grande capacità divulgativa – dal titolo “Critica del pensiero calcolante” (file .Pdf).

Parla di economia, denaro, felicità, rapporti di produzione e come sempre di tecnologia. Parte del suo pensiero lo anticipammo nel post “Nothing that was my job“, dedicando poi uno speciale documento al pensiero di Gunther Anders al quale si ispira in più passaggi.

L’intervento di Umberto Galimberti è molto lineare e vale la pena replicare alcuni passaggi molto belli per comprendere come, nell’analisi del rapporto tra economia e tecnica [per esempio al centro del testo di Luca De Biase Economia della Felicità (Feltrinelli, 2007), di cui spero di parlare in un prossimo post] il tema del lavoro (più che quello della semplice informazione o dei media) non sia estraneo, ma cruciale. Insieme al denaro, “unico fattore simbolico capace oggi di produrre valore” secondo Galimberti, i rapporti di produzione sono la chiave per capire i cambiamenti della società contemporanea.

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State of the Net

State Of The NetSegnalo volentieri State of The Net, evento organizzato dall’amico Sergio l’8 e 9 febbraio dove interverranno il buon Antonio Sofi e molti altri VIIP (Very Important Internet People).  Così mi scrive Sergio:

Questo incontro porterà a Udine i maggiori studiosi italiani delle faccende di Internet e alcuni ospiti stranieri di particolare richiamo, a cominciare da Dave Winer, uno dei padri dei blog e delle tecnologie legate alla “parte abitata della Rete”. A giorni sarà pubblicato il programma definitivo sul sito, nel frattempo stiamo presentando un po’ per volta tutti i relatori che interverranno. Chiunque può partecipare: la conferenza è completamente gratuita, ma è necessario registrarsi (ci sono poco meno di 300 posti a disposizione).

The Bill, please

L’ultimo giorno di “lavoro” in Microsoft dell’uomo più ricco del mondo. Non è male avere attestati di stima da George Clooney, Barack Obama, Al Gore, Bono Vox, Hillary Clinton… L’idea di comparire a fianco a Jon Heder (di Napoleon Dynamite) per un provino davanti a Steven Spielberg è a dire poco geniale. Da vedere.

P.S. Soltanto per girare questo video celabrativo avrà speso più della mia retribuzione annua, ma giuro, il giorno prima di andare in pensione ne faccio uno anch’io (a 79 anni, probably).

Zoppincipit

Che fatica nera. Giornata uggiosa, clienti/redazioni alla giugulare… Il 2008 per me è iniziato con il fiato corto. Ho una decina di post in stand-by, il primo dei quali aveva un titolo del tipo “promesse per il 2008..” con un elenco di temi che vorrei approfondire.

Avere un blog è come una scatola dei desideri che vorresti tenere sempre aperta, ma che soltanto le condizioni reali di vita ti consentono di progettare o modificare. Non tutti hanno la stessa fortuna. Credo sia nata una nuova disciplina da approfondire: la work-blog-life balance. Qualcuno ha teorie in proposito?

P.S. Non si accettano suggerimenti da lavoratori della PA o giornalisti paraculati (tipo inviati che lavorano da casa).

L’uomo che rideva troppo

[Un racconto leggero, quasi festivo. Riflessione amara e cinica su che cosa significa spesso avere un mestiere. Perché e come, in fondo, facciamo proprio il nostro lavoro?]

L’UOMO CHE RIDE
di Heinrich Boll

Quando mi interrogano sulla mia professione, mi sento imbarazzato: divento rosso, balbetto, io che altrimenti sono noto per essere un uomo disinvolto. Invidio la gente che può dire: faccio il muratore. Ai parrucchieri, ai ragionieri, agli scrittori invidio la semplicità delle loro confessioni; queste professioni si spiegano da sole, non richiedono ulteriori chiarimenti. Io invece sono costretto a rispondere a queste domande: rido.

Un’ammissione simile ne richiede altre, perché anche alla seconda domanda ” Vive di questo Lei? ” devo rispondere “Sì “; il che risponde al vero. Vivo realmente del mio riso e vivo bene perché il mio riso, per esprimersi commercialmente, e richiesto. Rido bene, ho imparato a ridere, nessun altro ride come me, nessuno conosce come me le sfumature di quest’arte.

Per molto tempo – per sfuggire a noiose spiegazioni – mi sono definito attore, ma le mie qualità mimiche e recitative sono cosí povere che questa definizione non mi è sembrata rispondere a verità e la verità è: rido.

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