Una bella spalmata d’Irpef per tutti

Non sarò un genio della matematica, ma una cosa mi è chiara. Con la Riforma fiscale varata ieri, c’è una questione oscura ai più, chiarissima ai pochi. Alla domanda “Quanto pagheremo di tasse la prossima stagione?” possono rispondere con certezza soltanto i più ricchi. Le aliquote passeranno infatti al 20, 30 e 40%, ma non sono stati ancora fissati i nuovi margini dei redditi che cadono sotto ciascuna aliquota.

La maggior parte degli italiani dunque non sa se trarrà benefici o dovrà pagare di più. Al contrario, i più ricchi sanno già che pagheranno di meno, visto che l’aliquota massima sarà del 40%. E se la riforma è a costo zero, questo significa che il risparmio dei ceti più abbienti (tra i quali i nostri amatissimi politici, e politici-imprenditori) si spalmerà sul resto d’Italia.

Contribuenti minimi sotto i 35 anni

Se questa manovra finanziaria (testo completo in .PDF) andrà in porto sono in arrivo novità per i lavoratori professionali autonomi. Il regime agevolato dei contribuenti minimi sarà possibile soltanto per chi ha 35 anni alla data di avvio dell’attività (cfr. pag. 54 della bozza). Davvero inspiegabile questa restrizione, servirà a  dire che si è fatto qualcosa per i giovani. Questo il testo presente in bozza:

Contribuenti Minimi

Una fotografia sul mondo freelance

Via Luca De Biase scopro che su dati della Freelancers Union (dunque roba buona!) Socialcast ha prodotto un’interessante infografica che racconta visualmente The Future of Work, ovvero il mondo dei freelance. Tra le evidenze più significative:

  • l’età media di un freelancer è di 32 anni;
  • in Europa lavorano una media di 41.2 ore alla settimana;
  • i costi orari variano da una media di 41 dollari degli illustratori ai 73 dei programmatori software;
  • le ragioni che spingono all’indipendenza: flessibilità, controllo sui progetti e creatività;
  • il 40% dei freelancer ha problemi nel farsi pagare;
  • i tool più usati: Google Docs, Dropbox e Skype;
  • soltanto l’8.1% vorrebbe ritornare a un impiego full time alle dipendenze!

Clicca per allargare l’immagine:

Freelancers

I giovani e i nuovi confini del lavoro

A distanza di qualche settimana pubblico un mio intervento tenuto a Palazzo Re Enzo il 17 giugno nelle giornate ACLI di Bologna durante il seminario rivolto ai giovani dal titolo “Il lavoro nelle sfide globali. Identità Mobilità, radicamento.” Il testo, un po’ lunghetto, non era pensato per Internet. Spero la lettura sia utile comunque.

———————————-

Giovani, nuovi confini del lavoro e la parte migliore del nostro Paese
di Dario Banfi

“Non ci sono più i giovani di una volta”, lamenta qualcuno. E se a trent’anni protesti contro la precarietà rischi perfino di essere indicato da un ministro della Repubblica come “il peggio dell’Italia”. In realtà si potrebbe rispondere con una provocazione, dicendo che sì, tutto questo è vero, ma è maledettamente vero perché “non c’è più il futuro di una volta”, come si legge su qualche muro nella periferia di Milano.

Leggi tutto

Riforma fiscale e aliquote INPS per Partite IVA, il ministro Sacconi mi risponde via Twitter

Questa mattina accendo il computer e trovo una risposta del ministro Sacconi per me, mandata via Twitter. Grande cortesia, devo dire. Vi riporto la corrispondenza in corso. Ora spero replichi alla mia richiesta di capire di più sulle sorti delle partite IVA.

Dario Banfi e Maurizio Sacconi via Twitter

Leggi tutto

Fortunatamente è democratico

Continuano i mal di pancia all’interno del Partito Democratico dopo la presentazione a Genova della posizione ufficiale del partito in materia di Lavoro e politiche sociali. La risposta di Pietro Ichino, “Per dare valore al lavoro“, è arrivata subito e contiene una dura accusa contro la connivenza tacita del partito verso un sistema di relazioni industriali “vischioso e inconcludente” e rimarca la necessità di una Riforma così come progettata nel suo disegno di legge n. 1873/2009 che cerca di aggredire la questione del dualismo tra chi ha protezioni sociali e chi non le ha (precari, giovani ecc.). Il senatore del PD riporta poi sul suo blog una lettera di Ivan Scalfarotto che racconta, senza citare il nome, di un rappresentante del partito che gli urla nelle orecchie che il progetto Ichino è spazzatura. E lui candidamente risponde:

Ho lavorato per molti anni come direttore delle Risorse Umane (sì, il capo del personale) in Gran Bretagna, occupandomi di lavoro su una cinquantina di Paesi di Europa, Medio Oriente e Africa e posso dire con serena coscienza che l’Italia, con la sua reputazione di Paese ipergarantista per i lavoratori, è l’unico in cui io abbia visto il precariato elevato a sistema. Altrove si può licenziare un lavoratore pagando un indennizzo e sapendo che il sistema di welfare si prenderà – in modo più o meno intenso a seconda delle latitudini – cura di chi ha perso il posto. Ma fintanto che il rapporto di lavoro continua, non esiste lavoratore che non abbia le ferie pagate e la malattia, i contributi sociali, la formazione. Cose che diamo per scontate per tutti dall’invenzione della spoletta a vapore. […]

La verità è che l’approccio tradizionale della sinistra, e quello che sta assumendo il PD sotto la guida di Fassina, fa prevalere il concetto della sicurezza (solo formale, teorica e sperata, perché per l’intanto di sicurezze i precari ne hanno zero) a quello della sicurezza sostanziale e dell’opportunità. Radica l’aspirazione all’immobilità invece di consentire a chi entra nel mondo del lavoro di assumersi dei rischi (anche investendo su se stessi) sapendo che la protezione sta nel sistema che si prende cura di te nei momenti di debolezza invece che in un datore di lavoro che è costretto a pagarti perché il sistema non ha nessun’altra alternativa da offrirti in caso di disoccupazione improvvisa, se non la fame.

Il politico urlante chiede poi a Scalfarotto come possa andare contro la linea del partito “ora che vinciamo”. Ecco, appunto, l’ha detto.

Il Coworking e le politiche comunali per il lavoro

A distanza di più di un mese pubblico l’intervento che ho tenuto durante la serata “Dal coworking al coprojecting a Milano: uso innovativo di spazi fisici per spazi immateriali e sociali” che si è tenuta il 4 maggio in via Cesalpino 7, in uno spazio (di un privato) che potrebbe diventare un nuovo coworking milanese. L’occasione, creata da Adriana Nannicini, candidata nella lista civica che appoggiava Giuliano Pisapia alle recenti elezioni comunali, era dovuta alla voglia di discutere di politiche del lavoro nelle amministrazioni comunali in occasione del ballottaggio.

———————————————-

Perché il coworking?
di Dario Banfi

Mostrare sensibilità politica sui temi del lavoro è un tratto distintivo importante, soprattutto se parliamo di realtà che non hanno stretta “pertinenza amministrativa” in materia. Parlo dal punto di vista dei freelance: nei Comuni viviamo e respiriamo, ci spostiamo e incontriamo clienti. Le politiche per il lavoro sono una cosa, ma il fatto di lavorare quotidianamente è un altro, più complesso e ricco come fenomeno.

Leggi tutto

Vivere di cultura: Jenkins, Jackpot e l’epoca della convergenza

Contraddicendo qualsiasi buon senso di tipo giornalistico ed eventologico – diceva Nietzsche che la vera attualità è “essere inattuali”, ovvero dire cose in anticipo per essere ficcanti nella critica del contemporaneo – mi permetto di essere inattuale di qualche ora :-) e riporto di seguito e per esteso quanto andrò raccontando domani nelle giornate romane di Vivere di cultura.

———————————————-

Jenkins, Jackpot ed epoca della convergenza nell’orizzonte di un freelance

Il punto di vista che vorrei portare in questa discussione sulla convergenza dei media è quello di chi offre la propria opera all’industria culturale, ovvero gli autori, in particolare di quegli specifici autori che lavorano in maniera indipendente. Di recente, insieme a Sergio Bologna, abbiamo deciso di mettere a fuoco la condizione dei freelance in Italia, per capire quale sia l’orizzonte all’interno del quale si muove oggi il lavoro intellettuale autonomo. Partirei da qui, se va bene.

Vivere di CulturaQuando presentammo il libro Vita da freelance in Università Bocconi a Milano, il giurista Adalberto Perulli raccontò di un ex pubblicitario che uscito dall’impresa, una volta passato al lavoro indipendente, ammise di non andare più al cinema. Non poteva più farlo come prima in orario di lavoro, pagato dall’azienda. In prima battuta interpretai l’aneddoto come una questione di costi e possibilità di dedurre queste spese senza un buon commercialista. In parte è vero, il consumo di cultura ha un suo peso. In realtà, però, la questione era ben più complessa, avendo a che fare con le modalità d’esercizio di un’attività. Nel mondo dei freelance – che forse con eccessivo entusiasmo considero un vero spazio primordiale di genesi del diverso

Leggi tutto