I giovani e i nuovi confini del lavoro

A distanza di qualche settimana pubblico un mio intervento tenuto a Palazzo Re Enzo il 17 giugno nelle giornate ACLI di Bologna durante il seminario rivolto ai giovani dal titolo “Il lavoro nelle sfide globali. Identità Mobilità, radicamento.” Il testo, un po’ lunghetto, non era pensato per Internet. Spero la lettura sia utile comunque.

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Giovani, nuovi confini del lavoro e la parte migliore del nostro Paese
di Dario Banfi

“Non ci sono più i giovani di una volta”, lamenta qualcuno. E se a trent’anni protesti contro la precarietà rischi perfino di essere indicato da un ministro della Repubblica come “il peggio dell’Italia”. In realtà si potrebbe rispondere con una provocazione, dicendo che sì, tutto questo è vero, ma è maledettamente vero perché “non c’è più il futuro di una volta”, come si legge su qualche muro nella periferia di Milano. Io inizierei da qui, se siete d’accordo.

Quali trasformazioni attraversano il mondo del lavoro?

Tutto cambia, tutto si trasforma, non c’è più il mondo del lavoro dei nostri padri, siamo la prima generazione che sta peggio di quella precedente ecc., ma da dove saltano fuori simili convinzioni e come si affrontano? Guardiamo ad alcuni elementi di trasformazione economica e legislativa degli ultimi decenni e poi ragioniamo insieme. L’ottica che vorrei assumere è quella dei giovani e il punto di partenza è il valore del sapere. La conoscenza – come sapete – ha acquisito oramai un ruolo centrale. Siamo il Paese dell’Industria manifatturiera e delle piccole imprese, ma il cuore del modello produttivo contemporaneo si basa sul lavoro cognitivo e sulla progressiva espansione del terziario avanzato. A questo proposito Peter Drucker – al quale si deve la definizione del knowledge worker, lavoratore della conoscenza – affermava che il ruolo del sapere non è di semplice risorsa accanto alle componenti tradizionali della produzione (lavoro, capitale e terra), ma la sola risorsa significativa del nostro tempo e della nuova economia. Non è un caso che tutte le Università dei Paesi industrializzati siano orientate verso la società terziaria e della conoscenza. Sono in primo luogo le trasformazione dell’economia e della società ad aver cambiato le cose rispetto ai nostri padri. In particolare, e semplificando, ci sono cinque profondi cambiamenti che hanno toccato nel vivo il sistema produttivo e sociale dei Paesi occidentali: 1) le tecnologie e i linguaggi formali hanno consentito di rivoluzionare le coordinate spazio‐temporali della produzione, codificando la conoscenza, favorendone la circolazione, rompendo le rigidità della distribuzione, simulando processi complessi, rendendo più produttivi i lavoratori qualificati e svalorizzando contestualmente il lavoro di quelli meno qualificati o più sostituibili, una condizione che non interessa soltanto gli addetti al lavoro manuale, ma sempre di più anche gli “operai dei dati” presenti oggi in uffici e imprese; 2) con l’affermarsi di nuovi valori simbolici (pensate 10 anni fa al cellulare, oggi all’iPod!), e di esperienza associata alle merci materiali e immateriali, sono cambiati i consumi in termini qualitativi, accelerando i ritmi di produzione; 3) la rapidità dell’innovazione e l’accorciamento del ciclo di vita dei prodotti ha reso in molti settori più importante investire in capitale intangibile – come il valore di un marchio – che in capitale fisso o grandi macchine; si valorizzano di conseguenza nuovi ambiti, a partire dalla comunicazione al marketing e alla pubblicità – oggi arrivati forse alla saturazione in termini di risorse impiegate – o come il diritto industriale, la ricerca e lo sviluppo (aree funzionali però ancora ampiamente sottostimate dalle nostre imprese); 4) l’emergere di modelli organizzativi basati sul decentramento di rischi e delle responsabilità, la creazione di team di lavoro mobili, dove le fasi ideative, progettuali ed esecutive tra lavoro manuale e intellettuale si mescolano e si perde il vecchio metodo del lavoro “sotto comando”. La conseguenza? Una contrazione dei sistemi di produzione in serie (fordista) e dell’organizzazione taylorista del lavoro da una parte e dall’altra lo sviluppo di quelle mansioni legate alla gestione del tempo e dei budget (per gli acquisti o il project management), delle persone (HR) o delle infrastrutture (logistica, IT, facility management); 5) infine è emerso un nuovo fattore biologico, legato alla vita del lavoratore, come elemento che entra nel ciclo del lavoro: pensate ai consumi di cultura, alla questione del benessere dentro e fuori dalle imprese, ai sistemi di cura ecc., che oggi portano in primo piano professioni nell’ambito della sanità o più genericamente di assistenza o pubblica utilità (il primo settore che offre una iniziale occupazione ai neolaureati della Lombardia, come ricorda la ricerca Specula 2011). Ora considerando questi cambiamenti sociali e nella struttura delle imprese c’è chi sostiene che per modificare le prospettive del mercato del lavoro, così penalizzanti per i giovani, bisognerebbe cambiare la domanda e il tessuto industriale italiani, incentivando nuovi settori e non più quelli “fordisti” come l’automotive, ma i servizi di cura o altro più legati ai bisogni primari o sociali in genere. Prescindiamo da queste letture, perché andremmo troppo lontano. Teniamo valida, però, almeno questa verità: è più frequente che sia il sistema d’impresa (e quello pubblico) a determinare la domanda di lavoro di quanto la disponibilità di buone risorse e talenti possa convincere le imprese a scommettere su di voi e cambiare rotta nel modo di pensare il modello produttivo. Tradotto, più semplicemente: è più “forte” chi assume. 

Overeducation e mancanza di flexecurity

Ai cambiamenti che vi ho raccontato poi certamente si somma la scolarizzazione di massa che ha ampliato l’offerta di lavoratori istruiti e che ambiscono a svolgere attività coerenti con gli investimenti educativi compiuti. Questi però, senza troppi giri di parole, oggi appaiono fin troppo istruiti e stiamo entrando in un’epoca in cui l’overeducation, ovvero l’eccesso di studio, incomincia a rappresentare un problema per i giovani. Le imprese ogni anno dichiarano di volere assumere più diplomati che laureati. In Italia c’è un architetto ogni 470 abitanti (uno ogni 380 in Lombardia) e trovano più lavoro quelli che vanno a disegnare mobili per i negozi di arredamento rispetto a chi progetta case. Gli avvocati hanno un “esercito di riserve”, come dice il presidente dell’Ordine della Lombardia. Questa mutazione – che sta modificando la composizione del sistema produttivo dai tempi dei nostri padri a oggi – sembra essere arrivato a un punto cruciale, al quale si aggiungono poi alcuni fattori evolutivi della legislazione italiana sul lavoro che non sembrano aver giovato molto ai nuovi lavoratori. Sulla spinta del modello sociale europeo, l’Italia ha cercato di rendere più flessibile il mercato. Ha però sottovalutato il secondo aspetto che l’Europa ci chiedeva con la flexecurity, di migliorare anche la sicurezza sociale, ovvero quei sistemi di protezione del lavoratore nelle fasi di transizione da un lavoro all’altro. Mentre è aumentata l’offerta sul menu dei contratti possibili, soprattutto a termine, non è migliorata l’estensione delle tutele. Oggi quel plenum di diritti di cui godono i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato – malattia pagata, infortunio, congedi parentali, un accumulo di denaro per la fine del rapporto di lavoro, una piena durata del periodo di maternità ecc. – non è presente nelle altre forme di lavoro. E se si considera che le nuove assunzioni (ovvero i nuovi rapporti di lavoro) dell’ultimo anno sono per l’80% di questo tipo, si comprende facilmente come stiamo lentamente migrando verso un mercato a basse tutele. Per i giovani poi si riserva un “trattamento speciale”: aumenta la durata dei periodi di interregno. La stabilizzazione può arrivare ben oltre i 35 anni e per le professioni liberali si resta in queste anticamere del lavoro perfino oltre i 10 anni e non è detto che in seguito la fortuna duri a lungo. I più colpiti sono gli avvocati, gli ingegneri e gli architetti. Vanno meglio, invece, le professioni che stanno nell’area della gestione manageriale, come i commercialisti. Il segmento dei giovani, ma anche delle donne o dei nuovi disoccupati sono quelli più deboli. Soffre molto anche chi è davvero esposto ai venti dell’economia senza tutela alcuna, come per esempio i freelance. La disoccupazione? Tra i giovani è del 29% quando la media italiana si aggira oggi intorno all’8%. 

Una società bloccata, che non pensa al futuro

Il cosiddetto “ascensore sociale” sembra essersi fermato: le professioni di prestigio – avvocato, medico o il generico laureato – non godono più della reputazione di una volta. Il titolo di studio non è neppure garanzia di successo o di un stipendio più che decente. Chi oggi ha titoli più elevati gode di un vantaggio competitivo nei percorsi di carriera, statisticamente guadagna di più,  ma è una magra consolazione che riguarda i laureati di 20 anni fa e non è dato sapere se tra qualche decennio sarà veramente ancora così. Infine, non c’è più il futuro di una volta neppure a fine corsa, perché il sistema di accumulo e rivalutazione degli accantonamenti destinati alla pensione è radicalmente cambiato: mentre in passato la conversione tra un “ultimo stipendio” e la pensione era pari a circa l’80% oggi si calcola che sarà mediamente del 45% per il lavoro alle dipendenze e per chi ha un’elevata discontinuità lavorativa o contratti non standard si abbasserà ancora. Per fare un esempio: se guadagnate mille euro al mese avrete pensioni di 300. L’espressione “posto fisso” per i nostri padri significava sicurezza anche nella quiescenza, oggi questa equivalenza non è più vera ed esiste un rischio maggiore di povertà in vecchiaia. I rimedi? Sul fronte pubblico ben pochi. C’è qualche remota possibilità per i dipendenti di diversificare i rendimenti dei propri risparmi (TFR), facendoli gestire da operatori privati o fondi di categoria, ma per altri lavoratori, come per esempio i freelance, il rischio è altissimo. Sono completamente senza rete. Ricapitolando su passato e futuro dei giovani: i sistemi d’impresa oggi sono più complessi, meno fidelizzanti, c’è maggiore precarietà, i periodi di inserimento sono lunghi e il rischio di discontinuità è reale, le tutele per il nuovo lavoro è scarso e in più i soldi non arrivano subito. E qualcuno propone pure normali lavori mascherati da stage, ovvero sprovvisti di retribuzione. Un bel quadretto, vero? 

Il lavoro diventerà sempre di più a progetto

Fin qui la pars destruens. Ora passiamo al contrattacco, per quanto possibile, valutando come “ammortizzare” questi rischi. Andiamo per gradi. Il denominatore riguarda il modo di intendere il mercato del lavoro oggi. È sempre più chiaro che il nodo intorno al quale si vanno costruendo i processi moderni di lavoro – a eccezione di quello dei blue collar e alcuni ambiti del lavoro impiegatizio per funzioni di tipo amministrativo – è il concetto di “progetto”. Tutto ruota sempre più intorno ad attività che hanno una  consistenza e una durata. All’interno delle imprese sono lavori su commessa o rimodulazioni di processi produttivi, nel mondo del lavoro autonomo, creativo o più genericamente professionale e cognitivo, possono essere progetti di grandi dimensioni (come allestire una mostra) o minuti (come tradurre un libro o scrivere semplicemente un articolo). Che senso ha cercare un impiego che duri tutta la vita? Non è più produttivo e semplice incominciare a pensare al lavoro come un momento in cui esprimere in maniera intensiva un sapere e una competenza, ma caratterizzato da una durata precisa, limitata? Ai giovani che hanno la bravura o fortuna di ottenere buoni contratti di lavoro questo accadrà con continuità e con uno stipendio fisso. Affronteranno una successione ininterrotta di progetti. In altri casi, nel lavoro a termine, invece, servirà mettere in campo una buona dose di forza e di volontà per intercettare nuove occasioni e nuovi lavori. La continuità dovrà essere cercata dal lavoratore con instancabile passione e motivazione. Lo so non è molto, e per molti non è neppure consolatorio sapere che è una conseguenza del nostro modello produttivo moderno, ma è così. I precari sentono questa condizione come una giacca stretta, vorrebbero che la discontinuità avesse un termine, i freelance al contrario spesso la vogliono indossare questa giacca, perché prediligono sfide e impegni discontinui. E’ certamente una questione soggettiva e non c’è una via risolutiva, ma occorre fare sempre più i conti con l’idea di un futuro del lavoro regolato su progettualità finite, relazioni discontinue e mobilità dell’impiego. Occorre partire preparati, senza false illusioni. 

La vita e la contaminazione dei saperi

È indiscutibile che la vita e il proprio lavoro non siano la medesima cosa: hanno contiguità, ma non si equivalgono. I progetti lavorativi hanno un termine, quelli di una vita intera no, e forse sono davvero gli unici in grado di unire i momenti di discontinuità. Quando penso a che cosa mi aiuta davvero a uscire da quel pantano che invischia quando trovo situazioni e persone che non esprimono reale interesse per me, per il mio lavoro, e in definitiva per i progetti di vita che vorrei realizzare, trovo risposte nella professione che desidero e amo fare e nella persona che vorrei diventare e ancora non sono. Questo mi offre motivazioni, mi convince. È il progetto che supera gli altri, temporanei e limitati. In questi casi ci si potrebbe chiedere: ma il tradimento è consentito? È lecito abbandonare strade o lavori che hanno tutta l’aria di percorrere sentieri interrotti? Beh, la mia opinione è che sia arrivato il momento per i giovani di allenarsi a cambiare, lasciando in fretta percorsi senza prospettive. Anche in ordine ai confini geografici: andare all’estero a cercare migliori risposte ai propri bisogni non è un reato. Anzi sarebbe utile iniziare con i percorsi di studio, come ricorda Loredana Oliva nel bel libro di orientamento “Io invece studio all’estero” o racconta molto bene il blog “Italians in fuga” (www.italiansinfuga.com) di Aldo Mencaraglia, passato da Cina, Taiwan e ora in Australia. Senza fare un’apologia della fuga, credo semplicemente che non sia giusto neppure sostenere la primazia di un territorio come radice che non si può sradicare e segna indelebilmente il DNA dei giovani lavoratori. Gli ospiti del convegno ACLI sono uno splendido esempio di come i confini del lavoro e delle relazioni associative e sociali siano oggi allargate, giustamente, e come si estendano i confini stessi del sapere. Se ci pensate sono due facce della stessa medaglia. Non bisogna avere paura ad attraversarli e mescolare i saperi, le lingue, le professioni. Bisogna, al contrario, tuffarsi in questa contaminazione perché arricchisce. L’interdipendenza e la multidisciplinarietà sono fonte di innovazione. Le reti lunghe su orizzonti territoriali aperti: questo va preservato! Anzi sembra proprio che la capacità di contaminare i saperi sia uno dei modi per mantenere aderenza con il mondo del lavoro. Mi capita spesso di intervistare direttori delle risorse umane di grandi imprese e sostengono che le figure più ricercate possiedono almeno due famiglie ben distinte di conoscenze e competenze che sono in grado di miscelare con facilità. Per esempio: ingegneri meccanici con conoscenze dei mercati asiatici; esperti di sicurezza informatica che conoscono i processi delle banche; venditori con esperienze di teatro ecc. Conoscenze differenti in campi che si sovrappongono offrono maggiori opportunità di sperimentare il nuovo. Non è soltanto ginnastica per la mente, ma fonte di cultura e di innovazione. Questo mix di passioni, conoscenze e culture è un tratto tipico, per esempio, di chi è abituato a lavorare da solo come i freelance, che mantengono viva la propria attività grazie a una costante rimodulazione e aggiornamento dei propri saperi. In queste figure sempre più diffuse che svolgono attività di lavoro professionale autonomo conta il sapere tacito, un’etica forte e individuale, la conoscenza specialistica o “di frontiera” e una forte personalità nel tenere fede ai propri obiettivi.

Qualche consiglio: anticipare i tempi, freelancing e tutela del diritto

Tra il 2006 e il 2010 quasi tutti gli accessi alle professioni liberali sono calate: geologi -55%, agronomi -61%, avvocati -13%, psicologi –13%. La formazione è il nodo vero per avvicinare correttamente il mondo del lavoro? Spesso a chi accede al mercato si offrono percorsi misti di tirocinio che tali però non sono. I consigli di alcuni ricercatori sociali specializzati (si veda l’ultimo rapporto del Censis, per esempio) sono di anticipare i tempi della formazione e metterla in parallelo con le opportunità d’impiego, senza aspettare di farsi “vendere” percorsi misti di formazione e lavoro dopo i 25 anni, ma arrivare intorno a questa età ad avere già concluso il ciclo più importante di alta formazione, come avviene in tutti gli altri Paesi dell’Europa. Seconda questione: il ricambio generazionale in azienda. Chi lo deve forzare? Forse i giovani dovrebbero avere maggiore coraggio e pestare qualche piede in più, dimostrando di possedere strumenti nuovi, le tecnologie, il sapere di ultima generazione. Occorre far capire a un’impresa i vantaggi di tutto questo. Infine, non è sempre consigliabile puntare soltanto al lavoro dipendente. Ci sono anche micro-iniziative imprenditoriali o la professione autonoma. Ci vuole decisione, è vero, e una buona dose di cautela, ma perché non tentare? Sono strade insidiose per taluni versi, ma esistono anche “anticorpi sociali”. Ai giovani, per esempio, si chiede spesso l’apertura della partita IVA per ridurre i costi o altri escamotage non del tutto trasparenti. Che cosa fare, nel caso? L’unica via è di mettere in atto meccanismi di difesa e informarsi: nel caso dei tirocini c’è, per esempio, la bella iniziativa promossa dalla giornalista Eleonora Voltolina, “La Repubblica degli Stagisti”, che mette in guardia dai falsi stage e segnala quelli veri che offrono inserimenti attivi e formativi e reali rimborsi spese. L’importante è avere le idee chiare, sposando almeno un principio irriducibile: non lavorare mai gratis. “Un lavoro qualsiasi è meglio di nessun lavoro”, dicono in molti. No, non è vero. Quando la moneta di scambio è l’inclusione e la sola partecipazione si rimuove un fatto: il lavoro va sempre retribuito. Non bisogna cedere su questo. Oggi ci troviamo nel pantano del lavoro sottopagato o come dice l’americano Andrew Ross del sacrifical labour, del ritorno al sistema del cottimo mediato da Internet per via digitale. Siamo entrati nell’epoca della Jackpot Economy e dobbiamo fare i conti con l’idea secondo la quale risorse esterne possano essere impiegate a piacere per ammorbidire il rischio d’impresa e siano da remunerare soltanto quando si vince la gara, cioè decolla il business. È un pericolo con lampeggiante e sirena: occorre stare attenti. A questo proposito segnalo un fatto curioso: in Internet stanno crescendo in maniera vertiginosa (+20% al mese) i sistemi di brokeraggio del lavoro freelance per fare incontrare domanda e offerta. Siti come oDesk, Freelancer ecc. pubblicano un’offerta di lavoro e poi aprono gare al ribasso anche per lavorazioni di piccoli importi. Sapete perché hanno successo? Perché pagano. Poco, ma con Fondi fiduciari per la tutela dei freelance. Sono piuttosto insidiosi come strumenti, ma almeno chiariscono i patti. C’è però in Rete e nella vita reale anche chi nasconde il premio, promettendolo semplicemente o magari ripagandolo con falsa moneta. Pensate al caso dell’Huffington Post, che ha superato per accessi il New York Times. Quotato oltre 200 milioni di dollari è cresciuto grazie al lavoro di migliaia di blogger, abbandonati una volta raggiunto il successo. Come l’hanno presa? Male, dando il via a una class action contro Arianna Huffington. A queste furberie bisogna iniziare subito a dire di no. Perché è qui che si perde il futuro di una volta: quando la ricompensa è qualcosa di indefinito. Il suo opposto? Chiarezza, trasparenza, percorsi delineati. Anche paradossalmente sulla fine della corsa quando il lavoro è a termine. Meglio uno sgradevole patto chiaro di una speranza indefinita. È in primo luogo una questione di identità. È un inserimento reale nel sistema d’impresa o un escamotage per tamponare situazioni temporanee? E’ un vero lavoro autonomo o mi fanno aprire la partita IVA perché al datore costa meno?

Conoscere il lavoro, coalizioni e prossimità

Come facciamo a capire? Intanto da soli è difficile. Nessuno è preparato al mercato del lavoro e la scuola non insegna proprio un bel niente sotto questo profilo. Capire quando è regolare un rapporto di lavoro è complicato, soprattutto oggi, più che in passato. Esistono però meccanismi di solidarietà che guidano nella ricerca della corretta interpretazione: si va dalla verifica in Rete, accedendo al sapere condiviso su Internet, alla linea diretta con i sindacati, i patronati, le associazioni. Se c’è una cosa infatti che ha messo d’accordo tutti negli ultimi 100 anni di lotte e rivendicazioni sul tema del lavoro è l’idea che occorre stare in una comunità di persone per vivere meglio e costruirsi un tetto sulla testa a buon diritto. Il principio di coalizione è sempre valso per non farsi sfruttare e in molti casi, si pensi alle lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta, anche per cambiare nel profondo i diritti e le tutele che ci spettano. Oggi le iniziative più dirompenti sembrano nascere dal Web e all’interno di  reti sociali che se ben usate aiutano a raggiungere anche chi è lontano, facilitando la partecipazione e l’incontro. In questi anni in Rete sono nate e cresciute le molte proteste di chi stava perdendo il lavoro, di chi vuole cambiare questo Paese o desidera anche soltanto il giusto riconoscimento sociale. Vanno sfruttate al massimo, io credo, ma con un’accortezza: senza cancellare la vita reale. Quando Internet diventa il canale esclusivo della socialità i rapporti tra le persone perdono quell’elemento di vicinanza e magia che ha caratterizzato, per esempio, i processi di coalizione in passato. La coesione dei nostri padri è passata dalla prossimità e dalla vicinanza, gli scioperi si sono costruiti sul passaparola, con i fischietti e le bandiere. Nella comunicazione a distanza il comportamento imitativo e le relazioni simpatetiche vengono spesso dissolte, il reciproco controllo abolito, la comunicazione spogliata di quell’energia trasmessa dalla prossimità con altri individui. Dalla realtà si è passati al Web, ma da questo è importante riallacciare un dialogo che descriva anche il percorso di ritorno. Il contatto con persone che svolgono lo stesso lavoro e hanno gli stessi problemi è una necessità esistenziale ed è nei rapporti di prossimità che si affina la conoscenza collettiva e si riescono a condividere davvero vita e progetti.

Le relazioni personali aiutano tutte le dinamiche del lavoro, non soltanto la rivendicazione dei diritti. È nel networking reale che spesso troviamo nuova occupazione o informazioni per orientarci. Più sono larghe le nostre reti e maggiore è lo spazio di manovra. C’è una tecnica fine per creare business network tra persone (e per questo consiglio, per esempio, di seguire anche soltanto via Twitter un esperto come Ivan Misner) e non mancano nuovi approcci all’auto-promozione, come l’idea di presentare se stessi in Rete secondo regole di personal branding (si veda su questo argomento il blog di Tommaso Sorchiotti), ma non dimentichiamo che ognuno, più o meno, possiede una spontaneità naturale che porta alle relazioni di prossimità. Questa vicinanza è del tutto diversa dal nomadismo stanziale di chi frequenta soltanto il Web. C’è più vicinanza in un’amicizia reale che separa due persone a migliaia di chilometri di un Like su Facebook. Non facciamoci ingannare da questo. Tra lavoratori la vera prossimità è sui valori di equità; dignità del lavoro; uguale rispetto per chi sa e chi deve ancora apprendere; trasparenza negli impegni reciproci; correttezza nella negoziazione; giustizia nella stipula di vincoli e impegni professionali; giustezza nel compenso; solidarietà tra generazioni e tra chi sta bene e chi non ce la fa. La prossimità è la condivisione pratica di tutto questo, non un link o la sottoscrizione del canale Twitter più appealing del momento. Quando saltano questi vincoli i lavoratori, e oggi soprattutto i giovani, pagano il prezzo dell’ingiustizia.

Senza paura di attraversare i confini

Chi non ha avuto paura di perdere i propri confini geografici, non dovrebbe neppure temere di lottare per quei confini che sono nel diritto al lavoro. In Spagna uno dei due slogan più ricorrenti tra gli indignados, a fianco della rivendicazione di una maggiore equità sociale, è di non aver paura! Un’espressione che il mondo cattolico certamente già conosce, perché pronunciata da Giovanni Paolo II in un altro contesto, certamente. Hanno occupato piazze con tende e sacchi a pelo, mettendo di fronte a un Paese la voglia di riscattare il proprio futuro. In Italia il suggerimento ad alzare la voce arriva perfino da insospettabili tycoon della finanza come l’ex direttore di Unicredit, Alessandro Profumo, secondo il quale – cito le sue parole – “i  giovani oggi dovrebbero fare più casino”. Sono tra le risorse migliori che abbiamo e insieme quelle meno ascoltate e forse anche per questo aumenta la disillusione. Cresce il numero di chi non cerca più una via d’uscita dallo stallo né continua a perfezionare i propri percorsi formativi. I giovani che abbandonano lavoro e formazione superano quota 2.5 milioni, dice l’Istat. Come sostiene Irene Tinagli corriamo il rischio, per i giovani, di fare diventare la rassegnazione il male italiano. È necessario riattivare subito la loro energia, l’entusiasmo, la forza, la voglia di rischiare e soprattutto la grande risorsa di cui dispongono: la capacità di essere saggiamente irragionevoli. Forse non basta consigliare loro di cercare nuove relazioni, contatti, scambi e altro, partendo magari proprio da quello che mancava ai nostri padri: Internet. E’ un primo passo, ma il secondo lo devono fare gli adulti, la politica, la cultura d’impresa, la società civile, che devono offrire maggiore trasparenza, fiducia, opportunità. La solidarietà sociale vive sulla base di scelte democratiche condivise, non grazie alla spinta di una forza d’urto, legittima, ma temporanea. In passato è avvenuto per chi ha guadagnato il diritto al riposo, allo sciopero, alla sicurezza. Oggi occorre allargare l’orizzonte, trovando risposte al problema del giusto compenso, della regolarità e del decoro di un impiego, alla questione del sostegno economico verso chi non ha un lavoro continuativo, e alla necessità di maturare pensioni dignitose. Se è vero che per  giovani non c’è più il futuro di un volta, il passato e lo spirito di solidarietà che ha unito i nostri padri, resistono. Ce lo siamo già scordato?

Ultima modifica: 2011-06-29T17:12:01+01:00 Autore: Dario Banfi

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