Quanto vale il vostro lavoro autonomo? Le stime sono “un’arte più che una scienza“, ricorda Web Worker Daily, che propone un metodo interessante per formulare preventivi. Su Humanitech proposi un modello comparativo con il lavoro dipendente per quotare il costo orario di una consulenza. Dal sito americano rivolto ai professionisti del Web arrivano altri consigli per i piccoli lavori.
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L’ultimo girone
Ancora qualche elemento per valutare la progressione delle aliquote previdenziali per i lavoratori parasubordinati e il sistema contributivo. Sono due articoli pubblicati oggi sul Sole 24 Ore. Il primo a firma di Sergio D’Onofrio “Per i collaboratori la pensione ricca resta un miraggio” (.TIFF), il secondo è di Giuliano Cazzola (“Meglio dare spazio alla complementare” file .TIFF) che propone la costituzione di un secondo “pilastrino” per quello che definisce “l’ultimo girone del mercato del lavoro ufficiale“.
A me questa definizione fa particolarmente incazzare, come se fossero più vicini al nero i consulenti d’impresa degli operai o dei manager che fanno straordinari fuori busta, ma tant’è. Finché il lavoro autonomo sarà considerato un’appendice di quello subordinato, o peggio ancora una posizione irregolare (e ancora peggio “precaria”, come ritiene la stragrande maggioranza del sindacato) da sanare e riportare nell’alveo del lavoro dipendente leggeremo simili sciocchezze ancora per molto.
Dispari opportunità
Come sapete il buon Livio da tempo sta proponendo su questo blog alcune importanti riflessioni sul tema della paternità. Oggi il Corriere della Sera e Il Giornale riportano la notizia che il ministro degli esteri inglese David Miliband ha chiesto il congedo parentale. Chapeau. Un esempio notevole, devo dire. Per una nazione e per la sua cultura del lavoro.
In Italia la cultura della paternità è ancora piuttosto ferraginosa, anche nei metodi per forzare un cambiamento. Prova ne è l’aneddoto raccontato da Angela Padrone, che riporta l’esperienza di Giulia Buongiorno, l’avvocato di Giulio Andreotti, che dopo avere assunto una nuova dipendente in studio chiama la società del marito e dichiara: “Vorrei assumere questa persona, però voi mi dovete garantire che concederete anche al marito di assentarsi per le malattie del figlio, così da dividere l’onere tra me e voi. Altrimenti sarete responsabili della mancata assunzione di questa avvocatessa“.
Un giro piuttosto complicato per ribadire che tra diritto (prendersi permessi e malattia per assistere un familiare indipendentemente dal sesso del richiedente) e condizioni di fatto [e soprattutto cultura d’impresa, in molti casi ferma al modello patriarcale degli anni ’30] esiste una spettacolare distanza che soltanto i paradossi mettono alla scoperto.
E tra le numerose contraddizioni in materia vi segnalo la mia personale.
Incontri di lavoro del terzo tipo
Mi sono perso la presentazione romana del libro di Sergio Bologna “Ceti medi senza futuro?“, ma per fortuna ho trovato questa bella sintesi sul blog SA-LA (Sapere Lavoro).
Come emerso in quella giornata, anch’io continuo a sostenere che la strada giusta per affrontare il tema della precarietà non sia tanto quello contrapporre chi ha un lavoro a tempo indeterminato a chi non ce l’ha (approccio politico-sindacale), ma puntare sulla tutela del lavoro dipendente e, con altrettanta convinzione, su quello autonomo [importante alternativa al primo]. I nuovi lavori, soprattutto quelli legati alla conoscenza, presuppongono intrisecamente la flessibilità e l’autonomia, una condizione che ha bisogno di uno Statuto nuovo e nuove forme di protezione sociale (welfare), completamante diverse da quelle che abbiamo conosciuto finora per il lavoro dipendente.
Bella la riflessione giuridica di partenza, riportata da Francesco Antonelli, che copio:
a) il lavoratore atipico non rientra nel TIPO di lavoro subordinato, previsto dal nostro Codice Civile; con il risultato di essere privato ex lege di ogni tipo di garanzia (come per esempio quelle previste nello Statuto del Lavoro);
b) i lavoratori atipici, nel contesto di uno stato assistenziale corporativo-conservatore incentrato proprio sul lavoro “tipico”, sono esclusi anche dalla cittadinanza sociale [tradotto: tutele del Welfare State];
c) l’onere della formazione del lavoratore, che in una società della conoscenza deve essere continua, ricade, nel caso dell’atipico, integralmente sulle sue spalle, senza che né lo Stato né le organizzazioni operanti sul mercato, se ne facciano carico (pur pretendendo un aggiornamento continuo).
Il capitalismo cognitivo
Documento d’eccezione quello segnalato da Chicco e riportato sul sito LSDI dal titolo “Freelance, tra assenza di diritti e desiderio di autonomia” (file .PDF). Il capitolo 3, dal titolo “Capitalismo cognitivo”, è molto bello e ricco di spunti su un tema a me caro. Riconosco qualche tratto di penna alla Sergio Bologna e Aldo Bonomi.
Draghi: troppi autonomi subordinati
Non arriva a dire, come sostengo da tempo, che manca in Italia uno statuto specifico o una legislazione ad hoc relativa al lavoro autonomo, ma almeno affronta la pars destruens del tema. Così ieri il Governatore della Banca d’Italia, durante il suo intervento all’Università della Calabria dal titolo “Occupazione e sviluppo, l’eredità di Giorgio Gagliani”:
Il lavoro autonomo è un mondo composito. Vi rientrano attività imprenditoriali e professionali ad alto reddito, ma anche attività marginali assimilabili a lavori di tipo subordinato ma caratterizzate da livelli retributivi e di tutela inferiore.
Knowledge worker e nomadismo
Ancora un bel pezzo di Roberto Venturini dal titolo “Ufficio virtuale, problemi reali” su Apogeonline che affronta a viso aperto la questione del lavoro destrutturato e di quelli che io chiamo i lavoratori “della conoscenza” e che lui definisce anche “senza fissa dimora”. Un gran bell’articolo a mio giudizio, che si allinea perfettamente a quelle che sono anche le mie osservazioni messe a fuoco negli ultimi anni e che mi hanno portato a produrre un testo come Liberi Professionisti Digitali, pensato esclusivamente per chi non ha un ufficio reale, non ha un contratto fisso (e un solo cliente) di lavoro, ma un potenziale enorme in termini di know-how e capacità di costruirsi una posizione autonoma e supportata dagli strumenti tecnologici.