Il capitalismo cognitivo

Documento d’eccezione quello segnalato da Chicco e riportato sul sito LSDI dal titolo “Freelance, tra assenza di diritti e desiderio di autonomia” (file .PDF). Il capitolo 3, dal titolo “Capitalismo cognitivo”, è molto bello e ricco di spunti su un tema a me caro. Riconosco qualche tratto di penna alla Sergio Bologna e Aldo Bonomi. Nell’analisi del lavoro intellettuale e immateriale si legge:

Il lavoro intellettuale è diventato prevalente, se intendiamo con il termine lavoro intellettuale quello svolto facendo ricorso alle facoltà cognitivo-mentali e dove l’attività manuale è residuale. Tuttavia, il riconoscimento del lavoro intellettuale e le modalità della sua espressione, nella maggior parte dei casi non è più quello d’epoca fordista, al punto che si parla con sempre maggiore difficoltà di lavoro intellettuale e sempre più facilmente di lavoro cognitivo-relazionale. Il termine general intellect può rendere meglio l’idea di una realtà lavorativa che vede la diffusa presenza di saperi, conoscenze, capacità relazionali costituire l’essenza primaria della produzione di ricchezza, nel presente. […] Con il termine lavoro immateriale intendiamo definire tutto ciò oggi evoca, in modo tanto apparentemente vago quanto drammaticamente preciso, l’estrazione di valore dalle attività cognitive e relazionali dell’essere umano, vale a dire dai saperi, dalla formazione, dall’apparato simbolico ed esperienziale dei singoli soggetti, dalla loro creatività e dal loro agire naturalmente cooperativo (Gorz, 2003). I termini, ormai diffusi, di economia della conoscenza (Vercellone, 2006) o di società dell’informazione (Castells, 2002) si riferiscono, insomma, all’utilizzo del sapere e della creatività come attributo indispensabile del lavoro vivo, laddove questo utilizza specificamente capacità di pensiero, di comunicazione, di linguaggio, di cooperazione.

Per gli appassionati al tema è un bel testo, da leggere, che si completa con una fotografia a tinte forti della trasformazione a cui è soggetto il lavoro giornalistico autonomo. E poi come si fa a non apprezzare la seppure sbagliata* citazione di Jacques Derrida?

* Dico che è sbagliata perché con il termine “différance” Jacques Derrida, in assoluto il mio autore di filosofia contemporanea preferito, intendeva creare uno scarto di senso [tra parola scritta/significato associato e fono-gramma] che portasse allo scoperto il cosiddetto logocentrismo.. (roba complicata, lo so) che poco ha a che fare però con la sociologia.

Ultima modifica: 2007-06-15T21:05:13+02:00 Autore: Dario Banfi

2 commenti su “Il capitalismo cognitivo”

  1. Da tempo mi interesso a queste categorie.

    Devo dire che quella dei giornalisti è una situazione difficile, stretta tra ambiguità e contraddizioni.
    Da una parte essi vivono un processo di precarizzazione che accompagna l’assurgere dell’industria dei contenuti a uno dei principali driver dello sviluppo nell’economia della conoscenza.
    Perdono uno status “sacrale” di sacerdoti dell’informazione per diventare lavoratori cognitivi.
    Dall’altra parte, reagiscono in maniera corporativa, tentando di innalzare le barriere d’ingresso all’ordine, nella speranza di garantirsi un giardino dorato, libero da dinamiche eccessivamente “economiciste”.

    Ritengo sia necessario uno sforzo in più per ri-conoscersi tutti come lavoratori cognitivi, tendenzialmente, precari.
    Se i giornalisti si arroccano nell’ordine professionale, i ricercatori precari innalzano anch’essi barriere che vogliono escludere dalla docenza universitaria chi non ha un dottorato, i professionisti dell’audiovisivo s’inventano qualcos’altro, etc., etc.
    Non si fa che riprodurre quelle logiche feudali che sono alla base del generale malessere che attraversa tutte le singole categorie.

    Sono sempre più convinto che necessitino strumenti nuovi, in grado di accomunare esperienze individuali e di gruppo in un vettore di cambiamento che renda più agevole il nostro abitare questo mondo.

    Robert Castrucci

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  2. Scusa Robert se rispondo soltanto ora. Ho visto il tuo post. Bello. Fonte per me di nuovo materiale su cui ragionare/scrivere. In particolare, sto leggendo il testo di Derive e Approdi. Ci sarebbe molto da dire e rimando a un post più articolato, ma credo che il nodo della questione sia 1) nell’incapacità delle imprese di valutare i prodotti del lavoro “cognitivo” come effetto di un lavoro e di una competenza; 2) il dumping di una coda lunga di soggetti che singolarmente non determinano alcunché, ma complessivamente stanno squadernando la percezione economica dei lavori intellettuali. Si prenda per esempio la neonata Nova 100 del Sole 24 Ore o l’acquisto di parte di Blogosfere da parte del Sole 24 Ore. Sono giornalisti pagati? No. Scrivono per la testata [che si becca gli introiti pubblicitari], ma a gratis. A GRATIS! Non credo c’entri molto l’arroccamento delle categorie [e neppure l’iscrizione a un Ordine che non vincola certo le relazioni di lavoro, anzi..], perché i giornalisti, per esempio, sono i primi nella storia della contrattazione nazionale ad avere inserito nella piattaforma per il rinnovo del contratto una serie di elementi che regolano lo statuto del lavoro autonomo (tempi di pagamento, retribuzione di lavori svolti ma non pubblicati.. ecc.) e questo potrebbe aprire strade importanti nella rivalutazione del lavoro intellettuale autonomo, anche al di là della categoria.. Io sostengo questa lotta perché rinforza il mercato in generale e non soltanto chi ha contratti di lavoro subordinato. Purtoppo in Italia, a differenza della Spagna, per esempio, non esiste uno statuto del lavoro autonomo. E purtroppo non esistono rappresentanze forti che tutelino questo tipo di professioni. Per cui assistiamo a una deregulation senza precedenti e chi si arrocca lo fa per salvaguardare il posto, quando il posto forse non ce l’ha già più nei fatti. Ricordo soltanto che il giornalismo è il terzo settore che si qualifica per elevato tasso di lavoro irregolare dopo edilizia e agricoltura…
    Interessante l’accostamento tra ricercatori universitari e giornalisti freelance. Discutiamone. E’ importante.

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