How the new World Works

Da tempo seguo le vicende di oDesk e credo sia arrivato il momento di segnalarlo. Giorni fa mi è stato indicato anche da Alberto, che sa riconoscere novità e valore in Rete. Che cosa fa oDesk? In sintesi è un moderno broker di lavoro rivolto ai freelance di tutto il mondo, che opera grazie a un evoluto sistema Web based di gestione dell’intermediazione (inclusi i pagamenti!).

odeskFin qui nulla di nuovo, anche se a onor del vero il sistema appare fin da subito estremamente funzionale, con spazi per portfolio, endorsment, tracking delle ore lavorate ecc. L’interessante, e direi quasi rivoluzionario, tuttavia, è l’impiego di un importante fondo di garanzia per pagare il lavoro intermediato. Questo supporto finanziario consente – cosa non da poco – di evitare scocciature, come recita la prima voce del Manifesto di oDesk. Questa è una delle chiavi del successo del servizio: la certezza del payroll.

E’ un modello interessante, da tenere sotto osservazione, proprio perché uno dei nodi del lavoro autonomo resta la scarsa forza nella contrattazione collettiva. Ma può un broker online ridare forza ai freelance o aggrava ulteriormente il mark-up degli intermediari? E’ tipico dei lavoratori indipendenti trovarsi di fronte a trade-off nelle proprie scelte, ma in questo caso il modello è realmente tutto da scoprire: non c’è soltanto la certezza del compenso contro la sua (eventuale) riduzione, ma la libertà di muoversi da soli sul mercato contro una riconoscibilità collettiva. Che cosa conviene? E a chi?

P.S. Per chi non volesse sperimentare il servizio (che rimane uno dei tanti canali di networking per un freelance e vincola comunque in alcuni casi – per avere garanzie sui pagamenti – a dimostrare di avere lavorato a un progetto connettendosi al sistema), c’è anche un interessantissimo blog. Per freelance, ovviamente.

La cassetta digitale degli attrezzi

WebApp Storm pubblica una raccolta dei 50 attrezzi più utili ai “liberi professionisti digitali“, come li chiamo io. Presi tutti insieme sono inutili, ma a piccole dosi c’è qualcosa che veramente funziona. Anche soltanto in via sperimentale perché non provare sistemi di time tracking o applicazioni to outsource your memory?

Quando si muove il Quinto Stato

Oggi ACTA – Associazione dei Consulenti del Terziario Avanzato [che supporto attivamente e tra breve ancora più da vicino (abbiamo fissato la sede operativa qui nei miei uffici, il 13 ottobre si festeggia!!)] è in prima pagina sul Corriere della Sera. Meglio ancora nell’editoriale di Dario Di Vico dal titolo “Gli Italiani Invisibili” (in download in .PDF).

Un fatto straordianario per un’Associazione che in pochi anni di vita ha saputo raccogliere sempre maggiori consensi tra lavoratori autonomi grazie a una battaglia sociale e di comunicazione trasparente e onesta, che vuole portare alla luce le difficoltà di chi opera sul mercato come lavoratore indipendente, oggi dimenticato dal legislatore e dalla politica, messo alle corde dalle imprese e considerato evasore di default (non siamo idraulici! capitelo) e nonostante tutto fonte importante di vitalità per l’economia e specializzazione del mercato del lavoro.

Si legge a firma di Di Vico:

Sul versante dei Professionisti la situazione è ancora più complessa. E la rappresentanza più fragile. […] con la crisi tutto è destinato a cambiare perché stavolta penalizza più gli autonomi che lavoratori dipendenti [..] chi paga il conto più salato sono i giovani avvocati, commercialisti o architetti che rischiano nei prossimi mesi di venire espulsi dalla professione. Senza avere strumenti di tutela che servano ad aiutarli a reggere il colpo e a fornir loro una seconda chance. Sono nate in questi anni numerose associazioni professionali spesso in polemica con gli Ordini ma per un motivo o per l’altro non sono riuscite ad avere la taglia necessaria per farsi ascoltare. La stessa considerazione vale per il Quinto Stato dei professional e consulenti milanesi. Il Welfare per loro è una tassa aggiuntiva del 26%, non quella formidabile istituzione democratica che assicura a operi e impiegati, ai Visibili, cassa integrazione e buone pensioni.

Chi “sta fuori dalle imprese” ha suscitato interesse, grazie alla crisi e l’attenzione del Corriere è andata crescendo in questo mese. Forse perché è proprio qui che vengono paracadutati molti lavoratori in età adulta e precari che scivolano fuori dalla mobilità o perdono contratti a progetto.

Il giornale di De Bortoli ha prima analizzato le dinamiche della crisi nei meandri delle professioni legate a logiche ordinistiche, in un articolo che riporta queste significative battute di Giuliano Amato, a mio avviso storiche, tratte da Italianieuropei:

«Certo è che il lavoro autonomo non è entrato né nell’anima né nella cultura della sinistra e dei progressisti in genere, basta pensare al lavoro professionale, di cui essi hanno saputo vedere soltanto le propensioni e le coperture anticoncorrenziali». 

Dario Di Vico ha poi approfondito le difficoltà più generali dei consulenti con Partita IVA. Si legge nell’articolo “Professionisti a rischio, sindrome da Quinto Stato“:

Tra i professionisti si considerano di gran lunga i più moderni e flessibili, «la classe creativa», ma guadagnano meno di un lavoratore dipendente, per anni hanno pagato persino l’ Irap e a fine carriera li aspetta una pensione da fame: 500 euro […] Vige il passaparola, la fama di buon professionista si costruisce con gli episodi e guai a sbagliare un colpo. Per autopromuoversi gli informatici hanno provato con i siti web e i pubblicitari con le inserzioni a pagamento. Ma non funziona. Ci vuole una rete di buone relazioni e tante amicizie. Solo così un consulente del Quinto Stato riesce a lavorare per 180 giorni l’ anno, ma è considerato un exploit perché la media è molto più bassa, tra i 100 e i 120. Una delle criticità maggiori sta nel decidere quanto farsi pagare e l’ Acta, l’ associazione del terziario avanzato che vuole rappresentarli, ha organizzato un seminario ad hoc: «Modelli di costruzione del prezzo», con tanto di schema input/output per preventivi e fatturazioni con partita Iva. [WOW è citata Humanitech!]

E ancora, nel bell’articolo di Di Vico:

«Il lavoro autonomo delle nuove professioni – scrive il professor Sergio Bologna – è un fattore insostituibile di generazione e diffusione di dinamiche innovative». Anche perché devono conquistarsi di continuo l’ autorevolezza, «mentre un professore universitario, ottenuta la cattedra, può anche smettere di leggere e non cambia niente».

Ulteriore approfondimento arriva infine dall’incontro Web (negli studi della TV di Corriere.it) con Anna Soru e Alfonso Miceli di ACTA [qui la versione integrale], di cui fa un resoconto anche Isidoro Trovato il giorno seguente nell’articolo “E sul web i professionisti in crisi chiedono di non essere più invisibili” che identifica questi lavoratori come “popolo degli invisibili, quelli che quando perdono il lavoro non hanno cassa integrazione, nè sindacati che li difendano“.

Incontro Corriere.it - ACTA

Da tempo questo non è del tutto vero, esistono associazioni come ACTA che si stanno facendo sentire. E altre ancora, come I-Network. Questo accade oggi anche nell’ambito del giornalismo freelance dove, grazie alla lotta di Senza Bavaglio, si è riusciti finalmente a costituire un Organismo di Base, l’Unione Sindacale Giornalisti Freelance (USGF), che avrà voce in capitolo nelle prossime relazioni industriali a livello nazionale. Un risultato storico, sottolineato pochissimo dalla stampa nazionale (chissà come mai..). Dico “storico” perché definisce una rappresentanza del lavoro autonomo: un paradosso che diventerà non certo in tempi brevi, ma inevitabilmente, un modus operandi sociale e una variazione culturale senza precedenti, ai quali si dovranno rassegnare in molti.

Sbaglia, invece, clamorosamente Dario Di Vico oggi sul Corriere a definire questi lavoratori come  “astensionisti”. Gli incontri con la politica portati avanti da ACTA e La Rete (i due più importanti per le Politiche 2008 e le Provinciali 2009) e le iniziative di Senza Bavaglio ne sono una prova. Sono al contrario la politica, il legislatore e i “poteri consolidati” che snobbano la categoria. Sono i lavoratori dipendenti, i manager più anziani, i veterani degli Ordini, i teorici dell’unilateralismo sindacale che nulla sanno di questo bacino professionale finché non cascano anche loro nel pozzo. E si chiedono “Adesso che faccio? Chi mi mantiene?”.

Dichiara giustamente Alfonso Miceli (min.-13:00 dell’intervista):

Il fatto che in Italia ci sia una spaccatura tra lavoro tutelato e non tutelato e il Welfare non riguardi i cittadini in generale, ma soltanto una categoria, in particolare gli assunti a tempo indeterminato, comporta una situazione che è spiacevole per entrembe le parti. Anche chi è assunto a tempo indeterminato subisce una pressione: se non vuoi andare a finire tra quelli non tutelati è bene abbassare le pretese, non chiedere troppo. L’assenza di tutele universali alla fine danneggia tutti!

Portare gli Invisibili in prima pagina sul Corriere significa che ci sono e sono anche molti. Che hanno un’intelligenza collettiva piuttosto evoluta e non smetteranno di difendere i diritti che sono i “propri”, ma riguardano tutti i lavoratori, riguardano giovanissimi e meno giovani, privilegiati e sans-papier, precari e chi sta dentro a botti di ferro, some si suol dire, ma che con il tempo – è noto – vedranno comunque la ruggine.

I creativi mettono i puntini sugli IN

Strano che per essere indipendenti sia necessario avere un buon network. E che per esercitare un’attività in autonomia sia indispensabile trovare tutele di gruppo. Eppure in un mercato che libera sempre più risorse verso il mondo freelance – e questo è ancora più vero nell’ambito della comunicazione, dove le multinazinali, gli editori e le grandi agenzie sono sempre meno impegnate in prima linea, ma svolgono routinarie attività di accounting e mark-up, lasciando la creatività ai piccoli agglomerati indipendenti – in un mercato così, trovare una rete di coworker virtuali è un’esigenza concreta e sana, che può contribuire a determinare regole non scritte e portare avanti  azioni che soltanto insieme possono trovare risposta, per esempio sul fronte delle tutele generali del Welfare State o della condivisione di strumenti, informazioni, attività di formazione e servizi.

I-Network

Per questo sono contento che abbia finalmente preso vita il nuovo (drupal)sito di I-Network, realizzato da Elisa Marras. Già attivi su LinkedIN, i creativi ora sono presenti anche qui.

Indipendenti italiani del mondo della comunicazione tenete d’occhio questa inziativa, seguitela! Meglio se da vicino (o da dentro..), comunque seguitela.

Avendo conosciuto i responsabili (Elisa, Rinaldo e Dilva) in occasione dei seminari ACTA su come farsi pagare da freelance posso dire che si tratta di persone affidabili che portano avanti un principio intelligente, sintetizzato nel loro Manifesto così:

Meglio In Network, che solo Indipendenti!

In bocca al lupo all’iniziativa.

Una categoria basata sul lavoro autonomo

Alla fine il referendum sul rinnovo del contratto giornalistico è finita in questo modo:Risultati Referendum CNLG 2009
Fonte: ANSA

A parte la delusione per l’approvazione di un contratto che squalifica la categoria dei giornalisti freelance, un’evidenza salta all’occhio, dopo la pubblicazione dei dati ufficiali sugli Iscritti regolarmente all’Inpgi: il rapporto tra chi ha un contratto e chi non ce l’ha è di 3 a 2. Senza contare chi non si iscrive all’Inpgi.

Credo non esista nessun altra categoria professionale con un supporto esterno così numeroso in termini percentuali, neppure l’Edilizia. Possibile che non possa avere un rappresentante ai tavoli sindacali?

PEC obbligatoria per i professionisti

Scoperto da poco, credo possa interessare ai molti professionisti iscritti agli Albi. Entro fine novembre 2009 tutti gli iscritti a un Albo professionale sono tenuti ad avere un indirizzo di posta elettronica certificata, in base al D.L. n.185 del  28 novembre 2008 (Art. 13, Comma 7) che obbliga a comunicare entro un anno dalla pubblicazione del decreto il proprio indirizzo di Pec all’Ordine di appartenenza che è poi tenuto, per legge, a tenere un elenco consultabile in via telematica.

Vista la preparazione tecnologica degli Ordini professionali, da Cina, Romania e Russia ringraziano sentitamente per le future liste a disposizione dei migliori spammer del pianeta. A ogni modo, se sei un giornalista freelance lombardo, per il primo anno potresti avere un indirizzo gratuito. Meglio, però, se ti informi su come non dipendere da un Albo che come al solito ti mette in mano il pesce senza insegnarti a pescare.

Provincia al voto, la politica e il lavoro autonomo

La ReteVotare alle Provinciali di Milano il prossimo 6-7 giugno: la neonata Rete (questa guida in .PDF spiega chi raccoglie oggi questa associazione…) si è chiesta che cosa i politici potessero fare in concreto, prendendo impegni elettorarli davanti ai professionisti della conoscenza. Anzi lo ha chiesto direttamente ai politici, mercoledì scorso a Milano. Questa è una sintesi dell’evento.

Se vuoi dare il tuo voto consapevolmente sciroppati questo post, e ricorda: mentre i panettieri sono in Commissione Lavoro, i lavoratori autonomi se ne stanno beatamente fuori dalla porta della Provincia. Cortesemente però rivolgono domande, queste appunto. E si aspettano risposte, non soltanto oggi.

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Rischi e riflettori

Quello di oggi di Dario di Vico sul Corriere della Sera, con l’articolo “Partite IVA, una vita spericolata” (.PDF), è un coraggioso tentativo di fotografare la parte in ombra del mercato del lavoro, quella delle partite IVA. Ferma ancora una volta e irresponsabilmente al mondo del commercio e dell’artigianato, non sa però che pesci pigliare. Ogni rappresentazione, per analogia, perde i dettagli e si arrende a poche semplici evidenze, come il fatto che sia una parte importante del Paese che sta crescendo, non ha fatto alcuna operazione di lobby, non ha portavoce, manca di una terminologia adeguata a descriverla, è una riserva di imprenditorialità straordinaria e lavora in media 7 ore in più a settimana, rispetto ai dipendenti. Scrive Di Vico:

Non ci sono statistiche internazionali comparabili, ma chiunque abbia minimamente studiato il fenomeno sostiene che tanta disponibilità di gente a correre il rischio d’impresa è un ben di Dio che nessun altro Paese ha.