Provincia al voto, la politica e il lavoro autonomo

La ReteVotare alle Provinciali di Milano il prossimo 6-7 giugno: la neonata Rete (questa guida in .PDF spiega chi raccoglie oggi questa associazione…) si è chiesta che cosa i politici potessero fare in concreto, prendendo impegni elettorarli davanti ai professionisti della conoscenza. Anzi lo ha chiesto direttamente ai politici, mercoledì scorso a Milano. Questa è una sintesi dell’evento.

Se vuoi dare il tuo voto consapevolmente sciroppati questo post, e ricorda: mentre i panettieri sono in Commissione Lavoro, i lavoratori autonomi se ne stanno beatamente fuori dalla porta della Provincia. Cortesemente però rivolgono domande, queste appunto. E si aspettano risposte, non soltanto oggi.

La Rete delle Associazioni dei Professionisti Autonomi si confronta con i futuri Amministratori Provinciali

Massimo GozzettiL’apertura dei lavori tocca a Massimo Gozzetti, presidente della Rete. Ricorda tutto ciò che un lavoratore autonomo non ha dallo Stato e dalla Provincia. Solita lunga trafila: assistenza, ammortizzatori, credito, formazione e bla bla… Cose note. Quando cita, però, il numero di 1,2 milioni di lavoratori interessati in Italia, i politici drizzano le antenne. Non si può lasciar perdere il 5% dei lavoratori del Paese.
Ai politici presenti in aula Massimo Gozzetti, a nome della Rete, rivolge queste domande (qui nella versione ufficiale):
  1. che cosa pensate dell’ingresso della Rete in Commissione Lavoro in Provincia?
  2. quali strumenti pensate di poter mettere in campo per agevolare la nostra presenza sul mercato (incentivi economici, formazione ecc.)?
  3. abbiamo bisogno di spazio per la sede della Rete… la Provincia che cosa può fare?
  4. vorremmo avviare un progetto di spazi per il coworking dei professionisti della conoscenza: la Provincia è disposta a investire su questa idea?

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Alle domande segue una breve introduzione di Romano Benini, giornalista e consulente della Pubblica Amministrazione.

Romano BeniniNon diciamo più che i lavoratori indipendenti sono figure “nuove”. Più ce lo ripetiamo più invecchiano. Come è possibile che la politica non abbia ancora capito: rappresentano una categoria dieci volte più numerosa di quella degli avvocati! Basta fare premesse, si dica pure che sono lavoratori che operano nel cuore dell’economia e che sono in crescita, anche grazie ai “falsi autonomi” o a chi ha perso contratti a termine. Non aspirano a diventare altro, ma a rimanere autonomi. Forse la politica è a disagio perché non sono rappresentati. Come parlare con loro? Oggi c’è la Rete. E le Province che cosa possono fare? Hanno competenze in materia di Lavoro, ma finora non hanno predisposto iniziative di alcun genere: questi lavoratori sono esclusi dalla formazione continua, dalla normativa sugli ammortizzatori, non accedono a finanziamenti e alla “dote lavoro”. Hanno cioè – mi si passi l’epressione – tutti i tipi di sfiga! Eppure non chiedono protezione, ma riconoscimenti, spazi e condizioni. Sono i primi colpiti dalla crisi e non fanno scioperi, ma sono anche i primi a rimettere in moto il mondo del lavoro. Non occorre leggere Zigmunt Buman per capire che la loro flessibilità è forse più adeguata a quest’epoca delle mille false certezze che offre un mercato ingessato. Poco è stato fatto per loro: sussidi per chi opera in monocommittenza e poco altro. Si fa fatica a calare dall’alto soluzioni per chi non è dipendente: quali strumenti si potrebbero erogare dal basso, partendo dalle Province? Per esempio la formazione: una partita IVA se la paga da solo. Sempre. Perché non ha accesso al FSE. Perché non pensare a incentivi per l’autoimpiego e doti formtive? La politica ha sempre sottovalutato questa categoria. Che cosa risponde oggi?

A seguire il mondo politico, che risponde così, più o meno in linea con le domande poste.

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Franco CalamidaFranco Calamida, candidato del PRC nel collegio 12.

L’iniziativa della Rete è positiva perché aggrega i lavoratori autonomi. Tra le Partite IVA ci sono moltissimi ex dipendenti, in età adulta, che continuano a rimanere subordinati, ma senza diritti. Oggi si dovrebbe distinguere chi è autonomo nella sostanza e chi lo è soltanto formalmente. Serve una nuova definizione del lavoro per offrire garanzie generali che superino la contrapposizione tra subordinati e precari. La cassa integrazione, per esempio, in Italia riguarda soltanto il 25% dei lavoratori. È una discriminazione. C’è una parte che ha privilegi, un’altra che non li ha. Ben vengano gli ammortizzatori in deroga, ma non bastano. Il 20% delle imprese in crisi può fallire. Che cosa fanno i Centri per l’Impiego? Occupano lo 0,2% dei disoccupati: questo è ampiamente insoddisfacente. Le propose che provengono dal lavoro autonomo sono condivisibili. Regione e Provincia possono essere innovativi nell’ambito della Formazione. Precari e Partite IVA oggi sono in crisi: c’è separazione con il resto del mercato del lavoro. Ricordiamoci: democrazia è partecipazione.

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Bruno DapeiBruno Dapei, candidato del PDL nel collegio 1.

La Provincia deve sfatare un tabù e mettere sullo stesso piano il mondo del lavoro salariato e quello autonomo, un mondo che conosco bene. Anni fa un’ispettrice INPS di area CGIL mi obbligò a trasformare il mio contratto di lavoro dipendente in partita IVA. Caso rarissimo. Mi disse che ero un autonomo… Si deve riconoscere la Rete come parte sociale? Ovviamente. Questa entrerà in Commissione Lavoro in Provincia? Meno scontato. Si pensi che persino il lavoro dipendente è sottorappresentato: alcune sigle sindacali emergono su altre. Questo sistema, è certo, non è costruito per assistere i lavoratori autonomi. Si pensi a chi entra in politica. Un dipendente mantiene il posto e ha un rimborso. Un autonomo no. C’è disequità totale! La Provincia, comunque, non deve farsi carico di tutto e di ulteriori spese: nel mercato del lavoro non deve rimetterti a forza un Ente locale. Un lavoratore autonomo deve ambire invece a un sistema che costi di meno e sia soltanto più equo. Si pensi ai trasporti, al tempo perso. Oppure alle spese per membri di Cda di Enti partecipati dalla Provincia. Il lavoratore autonomo non deve essere gravato dai costi dell’assistenzialismo. Quanto al microcredito e alla dote formativa: che cosa ha fatto l’Amministrazione Penati finora? L’assessore Casati ha speso gran parte del bilancio per una crisi specifica, quella dell’Alfa Romeo. Non basta andare sulle prime pagine dei giornali: servono azioni per le medie imprese e altri attori del mercato. Mi impegno formalmente: ogni sei mesi possiamo trovarci per un confronto anche fuori dalla campagna elettorale. L’approccio finora è stato troppo ideologico, serve pragmatismo. Ci sono spese che generano illusioni: i soldi vanno spesi meglio. Potremmo intercettare nuovi fondi europei. Il problema non sono gli stipendi da 500mila euro all’anno per i manager della P.A., ma come destinare gli investimenti a chi merita. È difficile ingegnarsi per premiare e coinvolgere i professionisti: il pubblico non può farsi carico di tutti. Deve premiare chi merita. Quanto allo spazio: darlo all’Associazione A o B? Non è semplice. Certamente gli uffici della Provincia possono avere destinazioni più adeguate. In America associazioni come la vostra sono molto forti: se ogni lavoratore con partita IVA vi desse un euro sareste voi a offrire spazi al Pubblico e non viceversa.

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Ornella GiacoboneOrnella Giacobone, candidata della Lista Penati Presidente nel collegio 7.

Tutti sono disponibili in campagna elettorale: guardate però a chi si è occupato di questi temi in tempi non sospetti. I lavoratori della conoscenza rappresentano professioni nuove, ma anche vecchissime. Si pensi ai traduttori e agli interpreti, una categoria alla quale appartengo. Chi ha mai chiesto la loro opinione? A onor del vero La Rete segue le iniziative del Colap o PIU, ma è molto più decisa. L’amministrazione Penati l’ha incontrata, ma servono tempi lunghi per approntare cambiamenti. La forma associativa è buona: non servono altri sindacati o Albi, come vuole la stessa Europa. Quanto alla partecipazione, i lavoratori autonomi devono essere tassativamente convocati ai tavoli dove si tratta del futuro del mercato del lavoro in Provincia, anche perché il futuro è sempre più orientato verso questo tipo di lavoro. È vero: più ammortizzatori significa più tasse per tutti. Con le attuali risorse però si può fare già di più. Per esempio nell’ambito della formazione. Oggi è concepita per il lavoratore del passato, dipendente con qualifiche specifiche. Nulla è previsto per quello autonomo o per le nuove professionalità. Le strutture pubbliche e private accreditate non sempre erogano corsi adeguati alle esigenze professionali. La Formazione al contrario va diretta al singolo individuo, qualsiasi sia il suo status lavorativo. Il formatore? Perché non un professionista o uno studio professionale? Oggi non è possibile. Chi è in grado di formare un lavoratore autonomo? Gli unici che sanno di che cosa hanno bisogno sono i lavoratori stessi. Gli spazi? Non soltanto il lavoro autonomo costa poco alla collettività, ma è possibile che abbia bisogno di poco spazio. Si pensi alle freelance factory, dove in maniera temporanea operano molti professionisti. Non servono strutture esageratamente grandi, ma spazi di condivisione dove incontrare i clienti, gestire attività in comune, magari con il supporto di una segretaria. Spesso i lavoratori della conoscenza non vedono i clienti, ma sono certamente i primi ad avere adottato un approccio globale. Forse è più necessario un “coworking virtuale” di quello fisico, un portale Web per la raccolta di domanda e offerta, dove trovare servizi e contatti.

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Enrico MarcoraEnrico Marcora, candidato UDC alla Presidenza della Provincia di Milano.

A questa categoria occorre riconoscere lo status di parte sociale, affinché entri in Commissione Lavoro e Formazione. Va inclusa nelle normative che riguardano gli incentivi economici. Come ricorda Richard Florida è il tempo di fare emergere una Città dell’eccellenza e la competizione dei territori. Il mondo è piatto, come sostiene T. L. Friedman: la politica deve capire che cosa sta succedendo sul territorio. Quanto agli ammortizzatori:  purtroppo non competono la Provincia. Occorre comprendere quali siano le necessità del lavoratore autonomo. La prima è portare a casa i soldi. Il tema del microcredito è fondamentale: al singolo professionista non servono risorse patrimoniali, ma finanziamenti per progetti. Le banche devono valutare questo aspetto. Le Fondazioni bancarie e la Provincia se ne devono fare carico. In materia di Welfare, inoltre, si pensi alle case. Perché non venderle a prezzi convenzionati? Per esempio, secondo un programma di edilizia rivolta ai professionisti che fissi uffici a prezzi calmierati, magari per consorzi. Serve una moderata e attenta rivoluzione per portare la borghesia di nuovo al centro, affinché sia lei a occuparsi della Città. Gli spazi pubblici, è giusto ricordarlo, sono dati in concessione secondo regole di diritto pubblico. Non è semplice, ma occorre valutare esattamente la relazione tra richiesta e disponibilità. Infine l’idea di città metropolitana – citata nella stessa Costituzione – è un’occasione per il territorio. Una buona governance potrebbe portare all’eliminazione dell’Ente provinciale e comunale: si recupererebbero risorse e spazi. La questione va affrontata in tempi rapidi. Sesto San Giovanni, Bollate, Milano… non sono cartelli a separare le Città. Hanno tutte le medesime problematiche da affrontare. Da dove partire? Dal coinvolgimento della società civile nelle istituzioni.

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Carla De AlbertiisCarla De Albertiis, candidata Nordestra alla Presidenza della Provincia di Milano.

Il modello del sindacato è obsoleto, non ha più aderenza con la realtà. Oggi non vanno rappresentate le corporazioni, ma le competenze. Il salto da fare? Guardare al merito e a chi si sa organizzare. Un assessorato al Lavoro provinciale deve essere tecnico e innovativo, dando voce ai liberi professionisti e alle Partite IVA. La Formazione deve ispirarsi alle best practice mondiali: si pensi a un Erasmus di altissimo livello per i professionisti…  Si deve puntare sui servizi: devono rendere la qualità della vita migliore, offrendo la possibilità – soprattutto alle donne – di lavorare in maniera equilibrata… La Provincia deve fare da Ente facilitatore. E poi il fisco. Oggi il sistema fiscale è iniquo e inadatto per chi lavora con Partita IVA. Là dove non arrivano gli ammortizzatori devono arrivare gli studi di settore: va cambiata la fiscalità se non si cambia il sistema di assistenza. E contemporaneamente occorre agire sugli incentivi, per esempio, per la formazione, rilasciando bonus per tipologie di formazione diversificata che faciliti l’incontro internazionale tra professionisti. Le scuole tradizionali non servono. Anche l’aggregazione tra associazioni andrebbe facilitata attraverso nuovi spazi e incubatori. Luoghi fisici dove hanno sede diverse tipologie di professioni, sullo stile della casa della Danza di Venezia. Spazi per queste iniziative esistono, basta riconvertirli invece di lasciarli ai Centri Sociali. Attenti a quando si dice “apriamo un tavolo” perché è la fine… Cercate di avere rappresentanti che credono nelle vostre istanze dall’interno della politica.

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Conclude gli interventi Anna Soru, vicepresidente della Rete.

Anna SoruIn realtà ci aspettavamo che le nostre richieste venissero accolte. Ciò che conta è cosa accadrà in seguito… Intanto volevamo farvi sapere che ci siamo come categoria, come professionisti. La politica ci ha detto: le associazioni sono troppe. Abbiamo costituito la Rete! E farvi sapere che il nostro modo di fare associazione è diverso. Non chiediamo assistenza, ma il diritto di cittadinanza e di formazione, che è un diritto che già ci spetta. Siamo tuttavia, sistematicamente, esclusi: vogliamo essere reintegrati. Non chiediamo di spartire una torta. Organizzare corsi. Ci interessano, per esempio, formule aperte come possono essere i voucher formativi che il professionista spenderebbe ovunque, anche fuori dalle associazioni. Al contrario, nei fatti, non abbiamo neppure il diritto di dedurre le spese per il nostro aggiornamento! Ci siamo e ci saremo, in futuro. Per statuto siamo obbligati a divulgare tutto quello che facciamo, compresi gli accordi, facendo lobbying alla luce del sole: chiunque verrà eletto sarà tenuto da noi sotto osservazione. Divulgheremo agli associati ciò che farà per noi, nel bene e nel male. Se manterrà le promesse. Faremo un bilancio e un monitoraggio serio. Vogliamo essere parte sociale perché lo siamo. I panettieri partecipano alla Commissione Lavoro in Provincia, mentre i professionisti della conoscenza no. È assurdo. Forse ciò accade perché non difendiamo interessi corporativi. Per attrarre talenti sul territorio e rilanciare l’economia è comunque necessario coinvolgere soggetti come le nostre associazioni. Chiediamo perciò spazio, anche fisico. Se serve possiamo mettere in condivisione con la politica attività di consulenza a titolo non oneroso, visto che molti di noi sono anche esperti di politiche per il lavoro. Siamo diversi dagli altri, ricordatelo.

Ultima modifica: 2009-06-04T14:55:29+00:00 Autore: Dario Banfi

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