In Parlamento dovrebbero istituire il Premio “Penelope”. I partecipanti: da una parte i “colpo-di-spugna” boys e dall’altra i “saggi revisionisti”. Alle estrazioni di fine anno inscriverei anche qualche neocon, uno o due “old-lib”, un paio di ministri e sicuramante la pletora dei sottosegretari. Una delle prime edizioni, lasciando perdere per ora la giustizia, la dedicherei alla questione del Tariffario, un tema che interessa da vicino e per ragioni opposte il lavoro dei professionisti.
Professionisti
È il mestiere, Bellezza!
Appena ho inizato a sfogliare il testo, ricevuto in perfetto “orario” da IBS, mi è tornata in mente per contrasto l’introduzione del capitolo “Comunicazione e Media” del Rapporto Censis 2006, dal titolo Le nuove mappe del mondo mediale:
“L’errore più frequente in cui incorrono i profeti consiste nel non accorgersi che il futuro è già arrivato. Dopo anni in cui le previsioni sulle imminenti e radicali tasformazioni della vita quotidiana a opera della rivoluzione digitale si sono succedute rapidamente le une alle altre, ora che i cambiamenti sono veramante avvenuti, ai profeti sembra mancare la voce“.
La sensazione immediata che mi dà questo Libro italiano sul Web 2.0 – pubblicato per i tipi di RGB – è proprio quella che Alberto (aka Hexholden) abbia decisamante fiato da vendere. E mi fa piacere vedere come siano i giornalisti di lungo corso che parlano di Internet da oltre dieci anni e che non hanno mai smesso di farlo, anche se in sordina, a rimettere in moto la discussione su temi cruciali al di là dei mille balzelli degli ultimi arrivati che scrivono di media, Tlc e blog soltanto perché li usano. Parafrasando l’inappropriato cappello dato alla discussione sulla trasformazione del giornalismo oggi, si può dire: è il mestiere, Bellezza!
I pagamenti dei professionisti
Il maxiemendamanto alla Finanziaria ha differito gradualmente gli obblighi di tracciabilità dei compensi di artigiani e professionisti. Ha mantenuto il principio, ma vigliaccamante dilatato i tempi di applicazione. Posto che sono a favore della imposizione per legge dei sistemi elettronici di pagamento per talune tipologie di rapporti di lavoro, per esempio quelli business to business o per i compensi elargiti dalle Pubbliche Amministrazioni, c’è ancora una cosa che non capisco.
Sulle modalità ci si accapiglia, ma sui tempi tutti tacciono.
Da quattro anni esiste una normativa [D.Lgs del 9 ottobre 2002 n. 231, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 249 del 23 ottobre 2002] che chiarisce il principio del pagamento delle prestazioni lavorative dei professionisti fissandolo entro 30 giorni dalla data di emissione della fattura. Eppure tutti se ne infischiano allegramente.
Ben vengano i pagamanti via Web, gli assegni e tutto quello che desiderate.. Ma se arrivassero per tempo, sarei anche più tranquillo visto che la Legge già esiste senza maxiemendamenti.
Costo orario e Consulenza
Una breve riflessione dettata dalla necessità di capire come rivendere i miei servizi, ma che si può tranquillamente estendere a tutti i lavoratori cosiddetti “della conoscenza”, ovvero a quei consulenti che prestano attività legate alla produzione di beni intangibili come lavoratori autonomi.
La domanda è: “A quale prezzo devo rivendere i miei servizi a un’azienda perché la mia vita lavorativa sia in equilibrio con il costo del lavoro, i diritti e le prestazioni di un lavoratore medio che opera sul mercato?”
Ovvio che il tema è senza confini. Per delimitarlo diciamo che:
- la mia attività è (a grandi linee) assimilabile a quella svolta in azienda in aree funzionali che richiedono le mie conoscenze. Non sono cioè né uno specialista di nicchia, assente nelle imprese “normali” [un avvocato di diritto fallimentare, un esperto di compliance per i mercati extraeuropei ecc..] né un marziano che non potrebbe trovare impiego presso alcuna società;
- decido di non rivendere i miei servizi a un prezzo inferiore a quello applicato al costo del lavoro di un dipendente che svolge le mie stesse attività in azienda e neppure di alzare le mie tariffe rispetto a questo parametro (anche se a dire il vero, sarebbe una cosa ovvia visto che all’impresa dovrei fare pagare un valore aggiuntivo a compensazione del mancato rischio sulla mia assunzione);
- vorrei avere una vita “normale”.. Semplificando: con week-end di riposo, festività, malattia retribuita e via discorrendo, compreso un accumulo di liquidità (tipo TFR), il pagamento IRAP incluso, come per le imprese. Tutto ciò che rende il lavoro “standard”, non atipico. In particolare vorrei che i versamenti previdenziali mi garantiscano in futuro una pensione equivalente a quella di un dipendente;
- facciamo finta che tutti i costi di produzione siano deducibili e che siamo abbastanza bravi da riempire “la bottiglia” del nostro tempo, ovvero di lavorare full time.
Poste queste premesse (che comunque sono la leva su cui le imprese puntano nell’impiego di lavoro autonomo per fare margine oggi, non dimentichiamolo!), facciamo due conti, prendendo per esempio il settore Industria e una retribuzione media di un impiegato (26.000 euro lorde).

Ebbene un giorno di lavoro costa (e dovrebbe “essere venduto”, stando all’equivalenza posta ai punti elencati sopra) 166 euro + IVA.
Se la professionalità che mettete in campo è simile a quella di un Quadro, per tenere il suo livello retributivo medio (ca. 50.000 euro lordi all’anno), una vostra giornata di lavoro costerebbe 320 euro + IVA al giorno.
Per il livello dirigenziale, si parla di 640 euro + IVA al giorno.
È ovvio che si tratta di un calcolo che utilizza una logica estranea al normale rapporto tra lavoro autonomo e dipendente, soprattutto in relazione ai costi di gestione. E presuppone che siate professionisti equiparabili a un “lavoratore medio”.
Ma tutto questo è reale? Un lavoratore intellettuale autonomo è in grado di imporre queste tariffe?
La vera sfida delle Partite IVA di seconda generazione oggi è proprio rispondere a queste due domande, facendo i conti con questo “soffitto di cemento”, ovvero con la sistematica rimozione dei costi nascosti (soprattutto dei costi sociali) che sono sempre in chiaro per il lavoro dipendente, ma invisibili nel lavoro autonomo. Sotto questo tetto ci si gioca professionalità e quotazione delle competenze.
(P.S. A chi interessa lascio il foglio di Calcolo per il Costo Orario del lavoro dipendente da me realizzato).
I tre gringos
Esistono tre tipologie di clienti che danneggiano gravemente il lavoro autonomo e consulenziale:
- le imprese che pagano a babbo di morto, utilizzando il sistema dei buoni d’ordine. In gran parte sono multinazionali o in generale società che usano sistemi di amministrazione basati sul software (come Siebel, Sap ecc..). Pagano a lavori conclusi [nessun anticipo è consentito] e soltanto dopo avere emesso un buono d’ordine che giustamente rilasciano a distanza di un mese (e oltre) dalla chiusura del lavoro. Il buono d’ordine è infatti necessario per emettere la fattura che altrimenti sarebbe irricevibile (cioè viene respinta in automatico se non riporta questo numerino). Il pagamento previsto nel 99% dei casi è a 90 giorni a fine mese dalla data della vostra sudata fattura (sob);
- le società che pagano sommando queste tre regole: 1) in base alla quantità di lavoro svolto, contando con il misurino (pagano cioè a cottimo, anche se questa formula è fuorilegge); 2) pagano pochissimo, giustificando il prezzo così basso [che è praticamente impossibile trattare] con la gloria che deriva al fornitore per avere svolto un’attività a servizio di simili luminari delle umani sorti e progressive; 3) non garantiscono nessun minimo in base nessun tipo di arco temporale;
- quelli che chiedono con urgenza di svolgere un lavoro e non hanno tempo di contrattare la tipologia di prestazione (tipo di intervento e costi) e poi si accorgono di non sapere neppure loro di che cosa hanno bisogno. Si affidano ciecamente al fornitore che cava loro le castagne dal fuoco e infine si dimenticano [o meglio, hanno buon gioco a rimuovere le proprie inefficienze] di voi o di stanziare budget per queste urgenze o ancora peggio considerano il lavoro svolto come incluso in immaginari forfait magari di un paio di anni prima o di un prossimo lavoro ancora da concordare.
Sarebbe interessante se le tre tipolgie di clienti stabilissero tra loro rapporti di fornitura. Forse già lo hanno fatto, ma usano regole del tutto diverse per tutelarsi dagli avvocati delle rispettive imprese.
La paghetta del giornalista
Una cosa è certa, nel mondo giornalistico non esiste una vera e propria piramide, ma dei blocchi più o meno granitici di inquadramento. È più uno Ziggurat che una struttura piramidale. Basta guardare questa tabella per capire due cose: 
1) i cosiddetti “dirigenti” (la partizione nelle tre categorie classiche è mia, anche se esistono “redattori ordinari”, “vicecapiservizio” ecc., ma è giusto per ricondurre il settore a una realtà industriale paragonabile alle altre) sono troppi per una normale struttura imprendioriale [detto altrimenti, ci sono sacche di privilegiati e intoccabili];
2) gli “operai” ovvero i giornalisti freelance non stanno in questa partizione, ma fanno capo a Inpgi 2. Numericamante superano questi 18.264 contrattualizzati. La loro retribuzione è impresentabile e forse lo è proprio in ragione di questo Ziggurat.
Queste anomalie sono certamante note a tutti. Anche a chi conta da quanti giorni è scaduto il Contratto Nazionale (a proposito, oggi sono 647). Speriamo se ne ricordi nei prossimi mesi.
Autonomi, nuovi contributi e rappresentanza
Mentre torna in primo piano la Riforma delle Professioni con il Disegno di Legge Mastella (ossantocielo!), passa discretamente sotto silenzio l’aumento delle aliquote INPS per la Gestione Separata previsto con la nuova Legge Finanziaria. Così commenta ACTA, l’Associazione dei Consulenti del Terziario Avanzato (i primi a farne le spese):
Con la nuova Finanziaria si stabilisce un sensibile aumento dei contributi degli iscritti al Fondo INPS Gestione separata “lavoratori parasubordinati”, ovvero di collaboratori a progetto, co.co.co/pro e professionisti con partita Iva. L’ennesima riprova che senza una rappresentanza forte, quando è necessario raccogliere risorse economiche si toccano le categorie più silenziose, senza correre il rischio di suscitare l’opposizione di organizzazioni politicamente forti.
Il motivo del disappunto è evidente. Chi pagherà l’aumento, il professionista o le imprese a cui si presta consulenza? Il disegno di Legge sulla riforma delle Professioni prevede comunque una maggiore attenzione alle associazioni e forse è questo il momento di alzare la voce..
Lunedì 4 Dicembre si fa il punto su questa e su altre questioni che toccano da vicino il lavoro autonomo nel terziario avanzato. L’incontro è organizzato da ACTA e s’intitola “Nuove Professioni a Milano Protagoniste e protagonisti tra Autonomia e Instabilità“. Inizia alle 18:00 al Nuovo Spazio Guicciardi in Via Melloni 3.