La crescita e la diseguaglianza

Come ricorda Amartya Sen nel suo libro La diseguaglianza per rispondere correttamente alla domanda di giustizia sociale è sempre necessario circostanziare la risposte al quesito: “Eguali in che cosa?“. Non esiste per il Nobel per l’economia una vera analisi del problema senza ritagliare aree di indagine e circostanziare il modo di mettere in parallelo i valori. L’OECD ha provato a rispondere su un piano semplice, quello del reddito attraverso lo studio “Growing income inequality in OECD Coutries: what drives it and how can policy tackle it?” (.PDF in download).

Aumenta o diminuisce il divario in Italia? Mentre in Paesi fortemente industrializzati la distanza media che separa il lavoro salariato da chi sta nelle posizioni apicali arriva anche a moltiplicatori di 1:100 per l’Italia siamo modestamente a rapporti che separano il mondo operaio da quello dirigenziale con un fattore all’incirca equivalente a 1:4, ovvero cifre e stipendi che si aggirano intorno ai 22/24mila euro lordi contro contro i 104/106mila. Questo non lo dice OECD, ma qualsiasi analisi sulle medie retributive in Italia (relative al lavoro salariato, non al resto). OECD risponde, invece, alla domanda relativa al lungo periodo: le distanza negli incomes dei lavoratori si allarga o restringe? Beh, in Italia si allarga, come in molti Paesi, ma diversamente da quanto avviene per esempio in Francia, Belgio o Ungheria.

Increasing Inequality

Le ragioni sono dovute ai salari, all’occupazione o alle rendite finanziarie? A tutti e tre i fattori. La redistribuzione della ricchezza generata dal lavoro è passata da un 10% di working poor a quel 10% che sta meglio, ovvero nella fascia alta delle retribuzioni. Il fattore della rendita finanziaria, invece, è quella che pare crescere esponenzialmente con maggiore rilevanza negli anni che vanno dal 1980 al 2000. Questo significa, in parole povere, che la finanziarizzazione dell’economia (Finazcapitalismo lo chiama L. Gallino) incide e inciderà sempre di più sulla determinazione di sperequazioni.

Parola d’ordine, coalizione

Benedetto Vecchi, Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri ieri sul Manifesto:

L’aspetto più problematico è quello del rapporto tra precarietà e lavoro autonomo. I due autori sono molto polemici con le organizzazioni del movimento operaio, perché attente solo a difendere il lavoro a tempo indeterminato. E su questo sono anche fin troppo gentiluomini.

In realtà non sono così sicuro, in qualità di autore, che sia il più problematico. Forse mi sbaglio. Certamente è quello che suscita più interrogativi e più attenzione in seno all’attuale dibattito sul mondo del lavoro e sarebbe utile poter chiarire ancor di più questo tema. Appena il tempo me le permetterà. Intanto vi riporto le belle letture dei tre giornalisti pubblicate sul Manifesto di martedì 26 aprile in questi due articoli, raggiungibili anche online:

  • Cultura&Visioni / Lavori IN CORSO – “La parola d’ordine? Coalizione” – Benedetto Vecchi
  • Cultura&Visioni / Lavori IN CORSO – “Gli orizzonti perduti del freelancing” – Roberto Ciccarelli, Giuseppe Allegri

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Mondo freelance, ovvero del sommovimento a venire

Vita da freelanceEra il titolo di un capitolo del libro che esce oggi, poi diventato semplicemente Gli outsider del welfare state, più comprensibile a chi non ha seguito le dichiarazioni recenti del Presidente INPS Mastrapasqua.

Oltre a parlare di diritti abbiamo deciso di scrivere un libro ad ampio spettro incrociando temi anche piuttosto differenti tra loro e inserendo frequenti richiami italiani e internazionali a chi si è occupato di lavoro professionale negli ultimi tempi sia da un punto di vista teorico sia, soprattutto, nell’azione quotidiana di difesa e tutela dell’autonomia del mondo freelance. Non ci sono soltanto Weber, Sennett o i dati Istat, troppo semplice. Siamo andati a cercare tra i blog, nelle righe degli ottimi lavori di ricercatori poco noti, raccogliendo testimonianze dirette, in particolare di chi vive l’autonomia con grande passione.

Siamo partiti dal lavoratore per arrivare alle nuove coalizioni, attraversando il terreno difficile del rapporto con la cultura del professionalismo, il tema del precariato e dell’economia che vive di progetti. Abbiamo cercato di capire di più sulla questione dei compensi, guardando anche alla cattiva informazione e al penoso Welfare State che ci ritroviamo, ricordando valore e ricchezza del freelancing, con una parentesi, per contrasto, sul degrado del lavoro dipendente.

Sergio Bologna, Dario Banfi – Vita da freelance (Milano, Feltrinelli 2011, Euro 17,00) esce oggi nelle librerie italiane.

La prima presentazione:
Roma, 28 aprile 2011 c/o la Feltrinelli, P.za Colonna 31/35, h. 18:00.

Un lavoro di sintesi e di proposta verso la coalizione del mondo freelance

Di che cosa si parla in questo libro? Beh, tenete conto che Sergio e io siamo di due generazioni differenti, per cui in primo luogo parliamo di che cosa unisce invece di dividere e come le cose stiano cambiando nell’universo del lavoro postfordista. Il tipico individualismo del lavoratore indipendente, chiuso nella sua casa-ufficio e collegato col mondo soltanto in via remota, oggi sta cambiando, grazie alla spinta dei coworking, delle community online (provate a cercare l’hashtag #freelancing su Twitter: questa è solo la punta di un iceberg!), dell’associazionismo, delle nuove e moderne coalizioni che surclassano il vecchio sindacalismo.

Passando da New York a Londra, da Parigi a Milano, abbiamo inseguito le tracce di un movimento associativo nuovo, che si confronta direttamente con lo Stato e il mercato su questioni fiscali, previdenziali, normative. I lavoratori indipendenti vogliono oggi un riconoscimento del loro ruolo nell’economia della conoscenza. Basti pensare alle azioni di lobby di PCG nel Regno Unito o della Freelancers Union nello Stato di New York e non solo. In Italia c’è ACTA di cui Sergio e io siamo soci attivi.

E come cambia la percezione di un’identità di ceto? I freelancer esistono davvero in Italia? Per rispondere abbiamo affrontato a viso aperto il confronto con la vecchia ideologia borghese del ‘professionalismo’ e dei colletti bianchi tracciando una separazione netta dai tradizionali schemi del lavoro salariato. Siamo convinti che il nuovo mondo delle professioni sarà un mondo di no collar, secondo la felice espressione del sociologo americano Andrew Ross, un mondo di freelance, parola che in origine vuol dire “mercenari”, ma oggi indica milioni di lavoratori in perenne tensione tra libertà e vincoli, tra creatività e conformismo, tra sapere tacito e saperi standardizzati.

Settori importanti del mondo del business (si pensi ai broker online in ambiente anglo-americano) prevedono che questi lavoratori saranno il mainpower del futuro. Da noi le cose sono più complesse, i disegni di legge per creare statuti nuovi del lavoro autonomo o modificare i sistemi di protezione sociale sono impantanati in Parlamento e a dire il vero non sembra che nessuno voglia affrontare sul serio le questioni. In questo libro abbiamo cercato di portare in corto circuito quei sistemi di cattiva rappresentazione del lavoro indipendente, a partire per esempio dal tema dei compensi o della classica e imbecille voglia di assegnare il ruolo di precario a una Partita IVA.

Beh, mi fermo qui. Ovviamente su questo blog passo a passo vi racconterò anche altro. Se vi interessa, vi lascio di seguito una copia dell’Indice dell’opera Vita da freelance. Se cercate info o altro, scrivetemi pure.

Il Piano Nazionale di Riforme mancate

Prendiamo uno spicchio, quello che interessa questo blog, ovvero il tema del lavoro. Leggendo il Programma Nazionale di Riforma (.PDF) si trovano tutte le conferme sull’incapacità di programmare un’incisiva azione di governo del Paese.

Due le soluzioni per il mondo del lavoro e risollevare le sorti dei giovani, proposte da Sacconi: dare corpo allo Statuto dei Lavori, completare la riforma dell’apprendistato. Mentre per quest’ultimo sono oramai 8 anni che ci proviamo e siamo arrivati a una vera Babele legislativa che interseca fattispecie di apprendistato con Leggi regionali di tutte le Regioni e i Contratti Nazionali di Categoria (immaginate una matrice con queste variabili: 3 contratti, 20 Regioni, [n] CCNL e capirete il caos…) e blocca ogni efficacia all’istituto contrattuale, per lo Statuto dei Lavori siamo alle solite: si promettono nuove protezioni universali, ma per chi ha un lavoro dipendente o è un Co.co.pro. Insomma, se anche (e ne dubito) si dovesse tra sei anni – per essere ottimisti – arrivare a qualche punto fermo, si tratterebbe di “universalità dei diritti” a metà e nella zona d’ombra, che riguarda gli esclusi, ci saranno ancora una volta i freelance.

In altre parole navighiamo come al solito a vista, con tanta carta (162 pagine) e zero fatti. Ciò che preoccupa è che i fatti sono anche quelli futuri, non soltanto quelli passati e subito dimenticati.

Quotare la scrittura, poche idee e confuse

Si scalda online la disputa intorno ai pagamenti ridicoli per la scrittura di post sui blog nostrani (nel caso specifico 1 euro a post). Luca Sofri e i commentatori del solito post-haiku sul blog di Mantellini pare non abbiano davvero idea di quali pesci pigliare per orientarsi in materia. Stupisce soprattutto il barcamenarsi tra un’idea strana di professionalismo da blogger, quotazione a cottimo, tariffari, giustezza del compenso, tempi di lavoro e (curioso) la totale assenza di valutazioni relative al diritto e alla descrizione onesta di che cosa sia un lavoro.

Se a qualcuno interessa, per converso, queste sono alcune analisi svolte in materia negli ultimi anni. Se proprio siete amanti del tema, c’è anche un mio capitolo dal titolo “Lavorare a che prezzo?” nel saggio Vita da freelance in uscita il 20 aprile per i tipi di Feltrinelli:

 

Ogni tanto mi chiedo, leggendo simili dispute relative al nuovo mondo del lavoro, interpretato a piacere dai blogger italiani: bisogna per forza entrare nel ginepraio della dialettica e delle minchiate Web based a giustificazione di business da Jackpot Economy, scavalcando a pié pari la questione più generale del lavoro? Che cosa avrebbero detto i nostri padri, generazione precedente a quella dei knowledge worker, a chi avesse proposto un pagamento della giornata lavorativa, o della qualità di un’opera, basato sul numero di mattoni usati per tirare su un muro o sulle volte in cui avessero piegato la schiena alla catena di montaggio?