Parola d’ordine, coalizione

Benedetto Vecchi, Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri ieri sul Manifesto:

L’aspetto più problematico è quello del rapporto tra precarietà e lavoro autonomo. I due autori sono molto polemici con le organizzazioni del movimento operaio, perché attente solo a difendere il lavoro a tempo indeterminato. E su questo sono anche fin troppo gentiluomini.

In realtà non sono così sicuro, in qualità di autore, che sia il più problematico. Forse mi sbaglio. Certamente è quello che suscita più interrogativi e più attenzione in seno all’attuale dibattito sul mondo del lavoro e sarebbe utile poter chiarire ancor di più questo tema. Appena il tempo me le permetterà. Intanto vi riporto le belle letture dei tre giornalisti pubblicate sul Manifesto di martedì 26 aprile in questi due articoli, raggiungibili anche online:

  • Cultura&Visioni / Lavori IN CORSO – “La parola d’ordine? Coalizione” – Benedetto Vecchi
  • Cultura&Visioni / Lavori IN CORSO – “Gli orizzonti perduti del freelancing” – Roberto Ciccarelli, Giuseppe Allegri

La parola d’ordine? Coalizione”

Al cuore dell’ultimo libro di Sergio Bologna e Dario Banfi, Vita da freelance. I lavoratori della conoscenza e il loro futuro, appena uscito da Feltrinelli, c’è una riflessione sul rapporto teorico tra precarietà e lavoro autonomo, e un affondo su ciò che distingue la conoscenza tacita dai saperi formalizzati, entrambi basati sulla forza produttiva del general intellect. La scommessa che ci attende sta nella elaborazione di forme politiche adeguate per sfuggire alle stigme del lavoro salariato

Freelance è un termine che evoca una condizione lavorativa di libertà, cioè di chi non è sottoposto a nessuna costrizione esterna, che sia rappresentata da una gerarchia astratta e impersonale, come è quella delle imprese, o da quella diretta di assoggettamento nelle relazioni vis-à-vis, che caratterizzano sempre più i rapporti individuali nei luoghi di lavoro. Seguendo però l’analisi di Sergio Bologna e Dario Banfi nel loro Vita da freelance (Feltrinelli, pp. 279, euro 17) quella tacita promessa di libertà deve essere necessariamente meglio precisata, viste le condizioni in cui lavorano, e vivono, i lavoratori indipendenti, meglio quei lavoratori autonomi di seconda generazione su cui ruota il libro. Gli autori sottolineano sin da subito che per comprendere le caratteristiche degli «indipendenti» occorre prendere congedo dalle culture del movimento operaio, comprese quelle più eterodosse, e cercare di fare i conti con quella cultura del «professionalismo», che dagli anni Venti del Novecento ha interessato studiosi tedeschi, inglesi e statunitensi.
Fare i conti significa tuttavia confrontarsi con le ambivalenze che essa ha assunto, evitando però la trappola di finire in una lettura semplificata che ha visto nel lavoro autonomo una sorta di dispositivo giuridico per favorire segmenti del lavoro en general, ai fini di un consenso a politiche sociali di contenimento delle richieste del movimento operaio.

Una cesura storica
Per quanto riguarda l’Italia va dunque rigettata l’idea, presente ad esempio in quel classico della saggistica italiana che è stato il Saggio sulle classi sociali di Paolo Sylos Labini, che gli «indipendenti» fossero un residuo del passato da mantenere in vita di fronte ai processi di modernizzazione economica e sociale. Bologna e Banfi compiono incursioni nella storia culturale e sociale della Germania, dell’Inghilterra e degli Stati Uniti per sostenere una tesi contraria: il lavoro autonomo è una costante dello sviluppo capitalistico. Cresce in alcuni momenti, si contrare in altri, quasi in sintonia con i cicli economici. Ma i due autori partono da questa considerazione per operare una cesura, una vera discontinuità nell’analisi. Il lavoro autonomo di seconda generazione ha altra genesi e ha peculiarità diverse da quello che ha caratterizzato la fase fordista del capitalismo. Prende forma e cresce dentro una crisi della forma impresa caratterizzata dall’organizzazione scientifica del lavoro ed è segnato sin dall’inizio da una critica alla gerarchia, al lavoro sotto padrone. Il suo marchio d’origine, suggeriscono gli autori, sta in un’attitudine libertaria, insofferente al lavoro salariato, che è stata variamente declinata a seconda del contesto nazionale. E se in Italia fa i primi passi al termine dei turbolenti e conflittuali anni Settanta, negli Stati Uniti bisognerebbe guardare con più interesse a quell’etica hacker che riteneva il lavoro un gioco e qualificava la grande impresa come il nemico pubblico numero uno dell’innovazione e della creatività.

Tra imposizioni e scelte
Tesi nota a chi segue da anni il lavoro teorico di Sergio Bologna, segnato da una coerenza che lo rende, va detto a molti altri, una mosca bianca nella triste e dominante produzione culturale italiana. In questo libro, tuttavia, il cuore della riflessione è un altro. È il rapporto teorico tra precarietà e lavoro autonomo, nonché le possibili forme di organizzazione di quest’ultimo. Su questo aspetto, la parola d’ordine è coalizione, a partire dall’estrema difficoltà, se non irrilevanza, nel definire una sintesi tra i mille frammenti che compongono il lavoro autonomo. Convincenti sono a questo proposito le pagine che illustrano la «mobilità giurisdizionale», cioè quel continuo passaggio tra expertise che contraddistingue gli indipendenti. Una coalizione tuttavia che deve avere luoghi dove concretizzarsi. E anche su questo versante il libro è una miniera di informazioni su come i lavoratori autonomi hanno preso la parola (la Rete) o nei co-working, cioè in quelle situazioni in cui il singolo è sfuggito alla «prigione» della casa come luogo di lavoro e a una amara solitudine, il lato oscuro dell’individualismo incensato dalle retoriche neoliberiste. Ma la coalizione deve anche definire i campi di intervento su cui misurare la sua capacità di aggregazione e consenso. Su questo aspetto i due autori sono cauti, perché rinviano giustamente a quanto i lavoratori autonomi sperimenteranno e elaboreranno.
L’aspetto più problematico è quello del rapporto tra precarietà e lavoro autonomo. I due autori sono molto polemici con le organizzazioni del movimento operaio, perché attente solo a difendere il lavoro a tempo indeterminato. E su questo sono anche fin troppo gentiluomini. Meno convincenti appaiono laddove definiscono le differenze tra precariato e lavoro autonomo: la prima condizione è imposta, la seconda scelta. La precarietà è dunque l’esito di politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro, che comprime i salari e riduce i diritti collettivi e individuali, mentre il lavoro autonomo fa leva su un desiderio di autodeterminare il proprio lavoro, incentrato sulla conoscenza e su, talvolta, specifiche competenze, che un regime – fiscale, culturale e di accumulazione – mette all’angolo. Equiparare il precario al lavoratore autonomo significa rimpiangere l’era d’oro del tempo indeterminato (garanzia di salario e diritti sociali) e dare una lettura pauperistica di entrambe le condizioni lavorative. In questa lettura ci sono però dei cortocircuiti teorici che conducono a vicoli ciechi.
C’è una parte del libro molto interessante. Sono le pagine dedicate al rapporto tra conoscenza tacita e saperi formalizzati. La prima «appartiene» al singolo, alla sua esperienza; i saperi codificati attengono alla conoscenza specialistica. E il lavoro autonomo fa leva sulla conoscenza tacita nella sua prestazione lavorativa. Ma la conoscenza tacita attinge e rielabora continuamente l’intelletto generale, cioè quella conoscenza sans phrase prodotta socialmente. In entrambi i casi fanno leva su quel general intellect in quanto forza produttiva.
È certo che i saperi codificati sono rinchiusi dentro gli steccati dello specialismo, che hanno custodi feroci, come dimostra, ad esempio in Italia, la gerarchia spesso feudale delle istituzioni universitarie, anche se lo specialismo elevato a sistema negli Usa non è da meno in ferocia nel definire l’accesso a tali saperi. Per tornare al lavoro, anche il precario fa leva sulla sua conoscenza tacita, che entra in campo nella prestazione lavorativa, sia che attenga a una mansione dequalificata che qualificata. In altri termini, precariato e lavoro autonomo sono due forme giuridiche del lavoro vivo contemporaneo. Ed è su questo crinale che presentano ripetizioni e differenze nel rapporto di lavoro. La scommessa è la produzione di forme politiche adeguate per sfuggire alle stigme del lavoro salariato, che vale sia per il precario che per l’indipendente. Sia che si lavori per la coalizione che per l’organizzazione di uno «sciopero precario» di tutto il lavoro vivo contemporaneo.

Benedetto Vecchi

 

Gli orizzonti perduti del freelancing

Sergio Bologna e Dario Banfi hanno scritto un libro destinato a durare. La loro inchiesta Vita da freelance. I lavoratori della conoscenza e il loro futuro (Feltrinelli, pp. 278, euro 17) propone alcuni flash sulla genealogia del lavoro indipendente che risale a Sant’Agostino, africano e maestro di retorica freelance, il quale trovò la sua fortuna a Roma e diventò padre della chiesa. Ma questo è soprattutto un libro che parla del futuro del lavoro quando l’uscita dalla crisi non produrrà un’occupazione stabile e il freelancing, inteso come modalità di cooperazione tra lavoratori non subordinati e sapiente ricerca dell’autodeterminazione dei singoli, sarà l’unico modo per vivere, guadagnare e associarsi.
Il burocrate sostiene che il knowledge worker (copywriter, ricercatore, consulente informatico o d’impresa, traduttrice, giornalista, formatore e molto altro) vive grazie alla cessione a titolo oneroso delle sue competenze. Con parole più semplici: il lavoratore della conoscenza è un freelance, letteralmente una lancia libera o spada in affitto, un mercenario alla caccia del modo più libero e conveniente per vivere. Baudelaire colse sul nascere questa forma di vita e gli diede il nome di «flânerie». Tra il 1848 e il 1920 è stata questa l’attitudine della bohème europea, estranea se non antagonista all’utilitarismo capitalistico, che finì sotto il sole africano con Rimbaud o rimase seduta nel caffè di Zurigo dove Tristan Tzara insieme a Lenin alimentava i sommovimenti artistici e le rivoluzioni sociali. Tra quei dandy, intellettuali e militanti politici ci fu anche chi riscoprì la fede, maturò una vocazione professionale (in Germania si chiamava «Beruf», «commitment» negli Stati Uniti) e si mise al servizio del mercato. Nell’epoca dell’industrializzazione di massa e della fabbrica centralizzata lavorò come manager, salariato intellettuale o come precario nelle università (prekär, lo definì Weber).
Il passaggio da «gentiluomini» a «mercenari», cioè dalla borghesia delle professioni al lavoro autonomo di seconda generazione, non è stato indolore. All’inizio i mercenari dovevano scegliere se diventare mosche del capitale oppure soldati della burocrazia statale. Il lavoro della conoscenza non era più legato alla libera creazione dello spirito, ma al valore di scambio dei saperi, dei linguaggi e delle capacità relazionali. Negli anni Ottanta l’emersione del postfordismo creò un mercato delle professioni indipendenti a disposizione dell’impresa o della pubblica amministrazione. I vecchi poeti cambiarono d’abito e diventarono «professionisti». Avevano appena conquistato la libertà dal lavoro salariato e già scoprivano la nuova alienazione. Nei ruggenti anni Novanta Richard Florida li definì «classe creativa». Erano individualisti e impolitici, finirono per sacrificare le relazioni personali sull’altare del lavoro. La favola della competizione e dell’etica del successo era finita. Oggi, dopo tre anni di crisi, i «creativi» mantengono ancora un orizzonte mentale da ceto medio produttivo, ma vivono in una condizione da working poors che li accomuna ai precari che versano i contributi alla gestione separata dell’Inps e non riceveranno una pensione dignitosa, anche se pagano le stesse tasse di un’impresa. Ormai l’attività professionale non è più una «prestazione conto terzi», ma una dispendiosa quanto sterile prova di sé in una società dove tutti i lavoratori della conoscenza non hanno diritto alla maternità, alla continuità di reddito o a un welfare dignitoso. A New York, come a Milano o a Londra, la vita li ha trasformati in apolidi integrati, cittadini in un mondo dove non hanno cittadinanza.
Freelancers doc di generazioni diverse e animatori dell’associazione dei consulenti del terziario avanzato (Acta), Sergio Bologna e Dario Banfi si soffermano sulla parte più qualificata e ad alto valore aggiunto di una platea di lavoratori che, stando ai dati dell’Isfol, nel 2008 coinvolge più di un terzo della forza lavoro italiana tra contratti atipici, a collaborazione o a progetto, stage e tirocini, e non solo partite Iva, professional o colletti bianchi. Con rigore distinguono i «precari», figure in attesa di essere assunte come dipendenti, dai lavoratori che vogliono consolidare un’attività autonoma liberamente scelta. Sono due situazioni diverse che devono essere comprese ciascuna nel proprio contesto, senza però nascondere la possibilità di farle incontrare in una «coalizione».
La coalizione è la forma molteplice e flessibile del conflitto che viene. Essa offre un terreno di negoziazione e di pressione sul luogo del lavoro agli autonomi come a tutti coloro che vivono in una zona grigia tra la subordinazione e l’indipendenza (in Italia sono almeno tre milioni). Come l’americana Freelancers Union, fondata da Sara Horowitz con centocinquantamila iscritti, anche in Italia la coalizione sarà uno strumento per tutelare gli interessi dei lavoratori indipendenti, ma soprattutto è una vera opzione politica fondata sui diritti fondamentali delle persone (e non solo degli italiani, visto che i contributi dei migranti finanziano i conti in attivo dell’Inps).
Coalizione è anche un modo di ripensare dalle basi la cultura sindacale che, sin dal lontano 1993, ha accettato di sacrificare il lavoro indipendente e le nuove generazioni per mantenere in vita lo status del lavoro stabile e quello della famiglia tradizionale. Fu una scelta che apparve da subito ingiusta, ma sarebbe criminale perpetuarla ancora oggi, quando il 76 per cento delle assunzioni in questo paese avviene con contratto temporaneo e per la stragrande maggioranza dei nuovi assunti il freelancing è l’unica via d’uscita dagli interessi antisociali dell’impresa e da un futuro che lo Stato ha progettato sulla precarietà.
Se non vuole soccombere sotto il peso epocale delle sue responsabilità, il sindacato dovrà accettare di stare in una coalizione tra pari con i lavoratori indipendenti auto-organizzati. Anche per questo totem inamovibile è giunta l’ora di chiedere un nuovo, giusto ed equo patto sociale

Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri

Ultima modifica: 2011-04-27T10:54:24+02:00 Autore: Dario Banfi

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