Uscirne da soli è egoismo, uscirne insieme è la politica

Pian piano stanno uscendo recensioni al libro Vita da freelance. Di seguito ripubblico quella di Benedetta Tobagi, apparsa su La Repubblica di venerdì 22 aprile (testo via blog di Giovanni Taurasi):

Vite flessibili

Un saggio racconta, come senza il posto fisso, è cambiato il modo di affrontare un mestiere: dall´insicurezza alla creatività. Non esiste un sindacato ma ci sono forme di organizzazione sulla Rete

Sono consulenti, informatici, copywriter, traduttori e interpreti, web designer, giornalisti, lavoratori dello spettacolo, dei media, dell’editoria, analisti e molto altro. Se di precari bene o male si parla, al centro di Vita da freelance (Feltrinelli, pagg. 288, euro 17) c’è il lato oscuro della luna, il lavoro autonomo “di seconda generazione” affermatosi negli ultimi trent’anni. Un saggio a quattro mani e due generazioni, autori il veterano Sergio Bologna, tra i più acuti studiosi dell’evoluzione dei sistemi del lavoro, e il giovane giornalista Dario Banfi, entrambi freelance doc, che si muove tra analisi quantitative e qualitative, profondità storica e prospettiva internazionale, senza trascurare i vissuti concreti, a partire dalle autonarrazioni di numerosissimi blog: una voce chiara e originale nel dibattito confuso sui problemi del lavoro di oggi e domani.
Lavoratori della conoscenza, indipendenti, autonomi, no collar, professional – non solo “partite iva” o “ditte individuali”: ripensare le parole costringe a guardare le persone oltre i regimi fiscali. Misconosciuti, denigrati, vessati dall’Inps in cambio di pensioni risibili mentre le aziende scaricano sulle loro spalle non protette troppi rischi a costo zero. Un esercito senza bandiera, sempre più numeroso, un’ “area grigia” da 1,5 a 3 milioni, mancano cifre sicure (primo indicatore di disattenzione da parte della politica e degli studiosi), in cerca d’identità, diritti e riconoscimento. Se sono invisibili, un po’ dipende anche da loro. Vivono nella mobilità virtuale della rete, che connette al mondo, ma insieme isola in un lavoro domestico senza orari e confini: gli manca l’esperienza fondativa di vivere in uno spazio fisico comune – fabbrica, ufficio, scuola. Lavorano soprattutto da soli, e tanto: individualismo e un tendenziale disinteresse per la “cosa pubblica” sono attitudini molto diffuse. Al tempo stesso, per farsi conoscere, procacciarsi clienti, tenersi aggiornati, sviluppano forti competenze relazionali (e spendono buona parte della loro vita tra telefonate, appuntamenti ed email). Le attività che svolgono – bassa ripetitività e alto contenuto cognitivo – implicano creatività, capacità d’iniziativa, attitudine al “pensiero obliquo” e non conformista: una flessibilità, innanzitutto mentale, che arricchisce tutto il sistema. Nell’acuirsi della crisi, i freelance hanno sentito l’urgenza di creare reti e forum per solidarizzare, “ripensarsi”, fare lobbying. Per farlo occorre rappresentarsi, trovare categorie e modelli di riferimento per un’azione comune, e non è facile. I frames del lavoro salariato sono onnipervasivi e duri da smuovere: difficile ad esempio far comprendere ai committenti che il valore di una prestazione non è riducibile alle ore impiegate, prezzare le conoscenze tacite e l’esperienza. Il nuovo lavoro indipendente è figlio di una storia complessa, in cui confluiscono elementi eterogenei, contraddittori. Altro che San Precario: la genealogia risale a Sant’Agostino, brillante maestro di retorica freelance che cercò fortuna a Roma: la concorrenza sfrenata e il vizio degli allievi di non pagare lo indussero ad accettare un posto pubblico. L’ideologia del “professionalismo” (lavoro cognitivo e specialistico connesso a uno status sociale riconosciuto) e l’etica del successo della middle class americana esercitano un’influenza durevole, ma non bastano per capire il knowledge worker di oggi. Emerge un identikit del freelance, più “mercenario” che “gentiluomo”, lontano dalle logiche del lavoro dipendente ma nemmeno assimilabile ai professionisti afferenti a un ordine, come avvocati, medici e architetti. Molti freelance sono figli delle istanze libertarie degli anni Sessanta e Settanta, in fuga dall’alienazione del lavoro salariato. Gli autori ci raccontano un lavoratore antropologicamente nuovo, tra libertà e vincoli feroci (periodi di iperattività alternati al vuoto, l’assillo di pagamenti, l’incubo della pensione). Ma chi l’autonomia l’ha scelta non si riduce all'”io minimo” paralizzato dall’assenza di certezze per il futuro: anche nei blog più arrabbiati fa capolino la consapevolezza e la soddisfazione di fare un lavoro in cui si esprime ciò che sei e ciò che sai. Oltre le fredde logiche di efficienza e produttività, per capire cos’è il lavoro flessibile, la dimensione emotiva e cognitiva sono centrali. Il dumping che dilaga, vedersi tagliati fuori o accettare di lavorare gratis o quasi per poter esistere sul mercato, non produce solo un danno economico: si umilia la dignità, si intacca il senso del proprio valore. I drammi quotidiani del freelance si connettono a problemi più ampi. Il deprezzamento del lavoro cognitivo è inseparabile dalla diffusa svalutazione delle competenze: si abbassa il livello di servizi e prodotti intellettuali, un danno per tutti. L’assenza di tutele economiche e sindacali per il giornalismo freelance impatta su tutta l’informazione, un subdolo “bavaglio” invisibile.
Che fare, dunque? Cosa possono oggi i non garantiti, privi dei tradizionali strumenti di pressione su datori di lavoro, partiti e governi, per imporsi all’agenda politica? La parola chiave che percorre Vita da freelance è “coalizione”: più dei novecenteschi “sindacato” e “organizzazione”, lontano dalla logica conservativa degli ordini professionali, evoca azioni concordate e alleanze nella diversità, tra tante tipologie di autonomi diverse, tra autonomi e precari. La risposta non è sempre e solo la stabilità o il ricorso ai tribunali. Includere il lavoro indipendente nel dibattito vuol dire ragionare intorno a un welfare complesso a misura di cittadino-lavoratore: previdenza, assistenza, manutenzione e accrescimento del “capitale umano”, che è una persona nella sua interezza. Le storie delle coalizioni sperimentate in Usa, Francia, Inghilterra, Germania, gli interlocutori di Acta, l’associazione italiana dei freelance, di cui gli autori sono animatori, sono incoraggianti. Come dicevano i ragazzi di Barbiana: «Il problema degli altri è anche il mio: uscirne da soli è egoismo, uscirne insieme è la politica».

Benedetta Tobagi

Ultima modifica: 2011-04-27T10:26:08+02:00 Autore: Dario Banfi

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