Non si scorda mai, ma neppure si trova. Stando alla piccola inchiesta “Lavoro, la fabbrica delle illusioni” di Federica Angeli su L’Espresso per chi è senza esperienza è un vero calvario. Si fa in tempo a consumare le suole delle scarpe tra truffe, raggiri, false speranze.
Giovani
Talento e rischio
È da un po’ di giorni che sfruguglio nella Rete per capire qualcosa sulla vicenda Nicola Rossi e ho scoperto un bel documento da lui prodotto, che vi suggerisco di leggere. Materiale uscito su Europa, ma che vale la pena di tenere nel cassetto e tirare fuori quando si discute di “talento” e di “rischio”..
Inattivi o precari?
Per rimanere in tema, segnalo questa bella analisi di Maurizio Sorcioni sulla questione della flexecurity delle nuove generazioni. Come non condividere questo passaggio?
“La maggiore flessibilità ha contribuito a far crescere l’occupazione, ma al tempo stesso penalizza i processi di transizione professionale dei giovani. Chi semplicisticamente difende la flessibilità ci dice che i giovani non hanno voglia di lavorare e chi la rifiuta spera di abolire la legge. In realtà, la flessibilità non solo non può essere abolita, ma è necessaria ai processi di innovazione. Ma poiché il mercato del lavoro italiano è rigido, sufficientemente corporativo e strutturalmente squilibrato, la flessibilità si è scaricata sui soggetti meno garantiti dal lavoro stesso, i disoccupati di lunga durata e i giovani”.
Giovani generazioni, l’anomalia italiana
È uscito lo studio di Marco Manieri e Lorenzo Piazza Giovani generazioni al lavoro, pubblicato da Italia Lavoro nel contesto del progetto “Generazioni al Lavoro” del Ministero del Welfare. Il testo è ricco di spunti. Offre un’analisi non scontata sul fenomeno giovanile in Europa e in Italia, approntando anche un breve excursus storico e un focus speciale sul modello della cosiddetta flexsecurity di questi ultimi anni. Significativo il capitolo sul nostro Paese denominato “L’anomalia italiana”.
Che cos’ha di diverso l’Italia? Semplice, non scommette sui giovani!
Da noi prevale una cultura fortemente penalizzante per le giovani generazioni. Investiamo su di loro in maniera crescente con contratti a termine, li paghiamo poco e sempre di meno, non offriamo (mediamente) buone opportunità ai laureati e non garantiamo politiche passive e protezioni sociali degne di questo nome. Le sperimentazioni? Quasi nulle. Soltanto per citarne una: il sistema legato al “reddito minimo d’inserimento”, una realtà presente da anni negli altri Paesi, è del tutto assente in Italia. Non è un caso che nel sottotitolo si parli dei processi di transizione al lavoro. Non di inserimento.