Welfare o “Pensionicrazia”?

Epifani Pezzotta AngelettiMarini dice sì, D’Alema no, Bertinotti sì, Dini no, Damiano sì, Padoa Schioppa no, Prodi sì. I sindacati si mettono di traverso, Confindustria non si sa, Rutelli si indigna perché i giovani tacciono [e lui che fa?]. Maroni e Tremonti gongolano per avere creato la gatta da pelare. Capezzone si inventa un Welfare à la carte.. Cgil, Cisl e Uil pensano di essere stati eletti portavoce del popolo (in realtà i loro iscritti che lavorano – e che non sono già in pensione – sono soltanto, per eccesso, un sesto della forza lavoro..).  

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La vecchia sognata Laurea

Conviene laurearsi? La risposta è sì. Con riserva, però. Il perché lo spiegano oggi Rosanna Santonocito nell’articolo “La Laurea paga sempre, ma poco e su tempi lunghi”, pubblicato sul Sole 24 Ore – Job 24, e Federico Pace su MioJob con il pezzo “Stipendi under 30: la caduta dei laureati” che affronta la questione retributiva con tanto di tabelle e confronti (Commenti interessanti su Raptxt, Orrios de Ainu e Blog a progetto). Provocatoria, invece, la proposta lanciata qualche giorno fa da Quirino Paris, professore all’Università di Davis, di abolire il valore legale della Laurea in Italia. Mario Morcellini, invece, lancia un sondaggio online per capire quale siano “Le percezioni di studenti e laureati sulla riforma universitaria”. In altre parole se il 3+2 funziona.

Da segnalare anche l’avvio del nuovo servizio Istat che consente la consultazione interattiva, via Internet, del Sistema informativo transizione istruzione-lavoro. Il servizio permette di interrogare il database Istat sulle opportunità occupazionali per diplomati e laureati e valutare l’efficacia dei diversi percorsi formativi. [Se cercate link istituzionali per verificare numeri, corsi ecc.. c’è una bella lista qui].

Chi invece non ha voglia di fasciarsi la testa, si rilassi pure con questo video di Simone Cristicchi (segnalato da Lorenzo) della canzone “Laureata Precaria”.

Un estratto del testo: Mi hanno fatto un bel contratto Co.Co.Co. / Anche se cosa vuol dire non lo so / so solo che io da domani un posto di lavoro avrò /con un stipendio misero io me la caverò. // Laureata precaria / con lo zaino pieno di progetti un po’ campati in aria / Con la rabbia rivoluzionaria / di una studentessa universitaria. // Laureata precaria / che rispecchi fedelmente questa deprimente Italia / Sogni una carriera straordinaria / ora prendi 400 euro al mese come segretaria.

[Il testo completo si trova qui].

Talento e rischio

È da un po’ di giorni che sfruguglio nella Rete per capire qualcosa sulla vicenda Nicola Rossi e ho scoperto un bel documento da lui prodotto, che vi suggerisco di leggere. Materiale uscito su Europa, ma che vale la pena di tenere nel cassetto e tirare fuori quando si discute di “talento” e di “rischio”..

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Inattivi o precari?

Per rimanere in tema, segnalo questa bella analisi di Maurizio Sorcioni sulla questione della flexecurity delle nuove generazioni. Come non condividere questo passaggio?

“La maggiore flessibilità ha contribuito a far crescere l’occupazione, ma al tempo stesso penalizza i processi di transizione professionale dei giovani. Chi semplicisticamente difende la flessibilità ci dice che i giovani non hanno voglia di lavorare e chi la rifiuta spera di abolire la legge. In realtà, la flessibilità non solo non può essere abolita, ma è necessaria ai processi di innovazione. Ma poiché il mercato del lavoro italiano è rigido, sufficientemente corporativo e strutturalmente squilibrato, la flessibilità si è scaricata sui soggetti meno garantiti dal lavoro stesso, i disoccupati di lunga durata e i giovani”.

Giovani generazioni, l’anomalia italiana

Giovani generazioni al lavoroÈ uscito lo studio di Marco Manieri e Lorenzo Piazza Giovani generazioni al lavoro, pubblicato da Italia Lavoro nel contesto del progetto “Generazioni al Lavoro” del Ministero del Welfare. Il testo è ricco di spunti. Offre un’analisi non scontata sul fenomeno giovanile in Europa e in Italia, approntando anche un breve excursus storico e un focus speciale sul modello della cosiddetta flexsecurity di questi ultimi anni. Significativo il capitolo sul nostro Paese denominato “L’anomalia italiana”.

Che cos’ha di diverso l’Italia? Semplice, non scommette sui giovani!

Da noi prevale una cultura fortemente penalizzante per le giovani generazioni. Investiamo su di loro in maniera crescente con contratti a termine, li paghiamo poco e sempre di meno, non offriamo (mediamente) buone opportunità ai laureati e non garantiamo politiche passive e protezioni sociali degne di questo nome. Le sperimentazioni? Quasi nulle. Soltanto per citarne una: il sistema legato al “reddito minimo d’inserimento”, una realtà presente da anni negli altri Paesi, è del tutto assente in Italia. Non è un caso che nel sottotitolo si parli dei processi di transizione al lavoro. Non di inserimento.