È quello che mi sono detto, cercando di applicare i suggerimenti raccolti qui. Ovviamente sto parlando del biglietto da visita su Internet.
E così, mettendo un po’ di attenzione a come funziona Drupal (diavolo che signora piattaforma, è davvero mitica!! un salto quantico più in alto di WordPress) ho provato a rifare il mio sito, Dariobanfi.it.
Conoscenze nuove per fare cose utili, due piccioni con una fava.
Il futuro del lavoro? Se basato su Internet farà a pezzi i concetti classici di “posto” di lavoro, “carriera”, “organizzazione”, “progetti”, “produttività”, “individualità”, “merito”.
Una bella presentazione di Jeff Brenman da guardare:
Da tempo seguo le vicende di oDesk e credo sia arrivato il momento di segnalarlo. Giorni fa mi è stato indicato anche da Alberto, che sa riconoscere novità e valore in Rete. Che cosa fa oDesk? In sintesi è un moderno broker di lavoro rivolto ai freelance di tutto il mondo, che opera grazie a un evoluto sistema Web based di gestione dell’intermediazione (inclusi i pagamenti!).
Fin qui nulla di nuovo, anche se a onor del vero il sistema appare fin da subito estremamente funzionale, con spazi per portfolio, endorsment, tracking delle ore lavorate ecc. L’interessante, e direi quasi rivoluzionario, tuttavia, è l’impiego di un importante fondo di garanzia per pagare il lavoro intermediato. Questo supporto finanziario consente – cosa non da poco – di evitare scocciature, come recita la prima voce del Manifesto di oDesk. Questa è una delle chiavi del successo del servizio: la certezza del payroll.
E’ un modello interessante, da tenere sotto osservazione, proprio perché uno dei nodi del lavoro autonomo resta la scarsa forza nella contrattazione collettiva. Ma può un broker online ridare forza ai freelance o aggrava ulteriormente il mark-up degli intermediari? E’ tipico dei lavoratori indipendenti trovarsi di fronte a trade-off nelle proprie scelte, ma in questo caso il modello è realmente tutto da scoprire: non c’è soltanto la certezza del compenso contro la sua (eventuale) riduzione, ma la libertà di muoversi da soli sul mercato contro una riconoscibilità collettiva. Che cosa conviene? E a chi?
P.S. Per chi non volesse sperimentare il servizio (che rimane uno dei tanti canali di networking per un freelance e vincola comunque in alcuni casi – per avere garanzie sui pagamenti – a dimostrare di avere lavorato a un progetto connettendosi al sistema), c’è anche un interessantissimo blog. Per freelance, ovviamente.
WebApp Storm pubblica una raccolta dei 50 attrezzi più utili ai “liberi professionisti digitali“, come li chiamo io. Presi tutti insieme sono inutili, ma a piccole dosi c’è qualcosa che veramente funziona. Anche soltanto in via sperimentale perché non provare sistemi di time tracking o applicazioni to outsource your memory?
I migliori siti della blogosfera americana per chi lavora come solo worker. Li elenca oDesk. Kristen Fischer ne aggiunge altri su Creatively Self-employed (UPDATE: blog, però, non più disponibile).
P.S. Navigando rapidamente tra questi link ho scovato anche un interessantissimo Toolbox per freelance.
Segnalo a chi segue i temi del lavoro, di Internet e del Web 2.0 la raccolta ragionata (e molto interessante) di spunti, link e approfondimenti su questi temi curata da Luca Frigo per la newsletter di luglio dell’AFI-IPL dal titolo “Relazioni di lavoro tra tecnologie e Web 2.0” (.PDF).
Il sottotitolo di questo libro recita “Idee plurali per uscire dall’angolo“. E ben si addice ai temi affrontati, che per quanto riguarda il lavoro, vedono contributi di Tito Boeri sul Merito o il bel saggio di Sergio Bevilacqua sul Popolo delle partite IVA, qui liberamente scaricabile. in formato .PDF.
Molto interessanti sulle questioni tecnologiche sono anche i contributi di E. “Gomma” Guarneri sul tema dei commons e quello di Raf Valvola Scelsi sulle questioni della gratuità in Rete.
Ed è dal suo saggio, diffuso con licenza CC Not Commercial 2.5, che riporto un brano piuttosto interessante:
D’altro canto il software è necessario nel lavoro. Per lavorare, infatti, bisogna conoscere gli strumenti informatici. Pagare per imparare a utilizzarli è una vera e propria tassa di ingresso sul mercato del lavoro. è come se si pagasse una percentuale al governo britannico ogni qual volta si imparasse l’inglese. In entrambi i casi siamo di fronte a precondizioni lavorative imprescindibili. Ecco perché la definizione di strumenti e di software “free” oggettivamente contribuisce a democratizzare il mercato del lavoro.
Se ci pensate questa “tassa” è tanto più salata quanto più si deve pagare in proprio. I costi di formazione non sono interamente deducibili da un freelance, così come l’acquisto di software si ammortizza in quattro anni, quando oramai è già passato il momento di acquistarne altro.
Se è vero che oramai tra tecnologia e produzione intellettuale autonoma esiste un vincolo strettissimo, la questione è aperta e dovrà in futuro trovare una soluzione concreta da parte del legislatore, da un lato, che dovrebbe rendere sostenibile questa “tassa” (i metodi sono centomila, dagli incentivi per l’autoimpiego, alla detassazione della formazione ecc.) e, dall’altro lato, da parte dei lavoratori indipendenti, che dovranno fare fronte comune per condividere soluzioni aperte.
Un’idea è quella di creare kit di base con i tool gratuiti per la produttività individuale, un po’ come in Rete già si è sviluppata la comunità open per lo sviluppo di O.S. e in questi anni dei CMS e relativi framework.
Credo sia arrivato il tempo di affrontare anche “i commons del lavoro digitale”.